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Il prezzo dell’amore

Quanto costa volere bene a qualcuno che poi ti lascia, e cosa significa preparare el paquete

22 Febbraio 2019 alle 09:32

Il prezzo dell’amore

La separazione di Edvard Munch

Lunedì mattina, autobus numero 18. “A te ti piace la canzone che ha vinto Sanremo?” chiede una signora bruna con degli enormi occhiali da sole e un giubbotto color oro che arriva fino ai piedi.

 

“Boh” risponde un uomo sui quaranta. “Ma di che parla?”.

 

“Di quant’è che costa volere bene a qualcuno che poi ti lascia”.

 

Matilde Mezzalama, la protagonista di Quella metà di noi (Perrone editore) sorriderebbe di quella sintesi spicciola eppure, in fondo, precisa. Lei l’autobus lo prende tutti i giorni per andare da Barriera, la periferia in cui vive, fino al centro di Torino, tira a campare come badante. Nonostante l’età della pensione, si ritrova a lavorare per colpa di una scelta consapevole nella quale ha investito tempo, energia e, soprattutto, soldi, tanti soldi, quasi tutti quelli che aveva. Se Mahmood le chiedesse “come va come va”, la risposta di Matilde sarebbe meno precisa di quella della signora dai grandi occhiali scuri. Bene ma non troppo, direbbe, per colpa di certe scelte d’amore che costano carissime.

 

Il linguaggio rispecchia il nostro modo di sentire e, a volte, lo condiziona. Nella fase più alta dell’innamoramento, la persona che amiamo è un tesoro al quale dare per ricevere e su cui investire all’interno di un rapporto che arricchisce entrambe le parti. Ma se l’amore lascia il posto al risentimento, ecco che il rapporto si impoverisce e uno si sente derubato e in credito nei confronti di un altro del quale si era fidato.

 

Le relazioni familiari e, più in generale, quelle affettive sono anche relazioni a contratto perché mischiano i sentimenti a doveri e diritti spesso non scritti ma comunque vincolanti, che sprigionano la loro forza nel momento in cui viene meno il legame, come nel caso di una coppia che si separa, o in quello di un lutto che lascia a chi rimane il compito di mettere ordine nei cassetti, tra gli armadi e, soprattutto, nei patrimoni. Sono moltissime le storie di cronaca che raccontano faide tra ex coniugi oppure tra fratelli e parenti per la corsa all’eredità. Ciò che salda i legami nel tempo, sembra sfaldarsi nel momento in cui si presentano rotture o lutti: ed è a quel punto che la vita presenta il conto, spesso salato in termini emotivi e finanziari.

 

Insomma: l’amore ha un prezzo quando le cose vanno bene, e quel prezzo aumenta, e di molto, quando le relazioni vacillano. Inaspettatamente assume un valore del tutto nuovo una vecchia lampada che non è mai stata accesa, oppure un quadro regalato da chissà chi o, ancora, il mobile di noce del soggiorno che non piace a nessuno ma che, all’improvviso, diventa un bene indispensabile che compensa l’amore che non c’è più.

 

Nei rapporti familiari più stretti l’affetto può diventare addirittura uno strumento di ricatto: se non mi dai (soldi), io non ti do (amore). Succede a Matilde Mezzalama quando, in un giorno qualsiasi di una settimana qualunque, la figlia Emanuela si presenta da lei per chiederle un bel po’ di denaro che le serve per risolvere un problema di lavoro. La madre tentenna ed Emanuela le rovescia addosso una sentenza: “Tu esisti per soddisfare i miei bisogni, per vivere una vita secondaria. A questo servono le madri”. E’ davvero così oppure è solo un punto di vista dettato da una convenzione sociale che vuole che la cura parentale passi anche attraverso il denaro? E qual è il limite economico oltre il quale non spingersi, per investire l’altro del dovere del proprio sostentamento?

 

Se è vero che il linguaggio veicola il rapporto stretto tra affettività e denaro, anche la sua assenza lo fa: ci sono persone che non riescono o non possono manifestare in maniera diretta i propri sentimenti, e che compensano questa carenza attraverso i regali. In questo mio romanzo Carmen, badante a sua volta e migliore amica di Matilde, prepara el paquete, il pacco da spedire ogni sei mesi ai figli rimasti in Ecuador. Nel paquete Carmen infila giubbotti, scarpe, magliette e tecnologia. E’ un modo di dire ai figli lontani “mi importa di voi”, dove a parlare è la roba, per riprendere la novella del Verga, e il significato che porta con sé.

 

All’interno dei rapporti affettivi esistono tanti tipi di silenzio. Ci sono silenzi dettati dall’incapacità di espressione o dalla lontananza, come nel caso di Carmen, e altri legati a verità omesse o a segreti non rivelati. A Mahmood che canta “Ciò che devi dire non l’hai detto”, Matilde Mezzalama risponderebbe: “Non l’ho detto perché ci sono segreti che sono gesti d’amore”. Questi segreti hanno un prezzo: costano il rischio di un fraintendimento o, peggio, di una perdita irreversibile. D’altronde “ogni scelta è una rinuncia, altrimenti non sarebbe una scelta ma un’azione semplice”.

 

Paola Cereda ha appena pubblicato “Quella metà di noi” (Perrone editore)

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