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Libertà vendesi

Meglio averli, i soldi. Ma spero che mia figlia avrà un po’ più di un metro di orizzonte

8 Febbraio 2019 alle 12:42

Libertà vendesi

Foto Pixabay

Se i soldi non fanno la felicità è certamente meglio essere infelici, ma averli. Infelici, e poveri, no. Come negare ai nostri figli tutte le cose (le cose!) che il mondo capitalistico consente di fare proprie? Come non viziarli? Come non approfittare dei saldi, delle offerte, oppure pensare ancora più in grande e fregarsene dei saldi e delle offerte, roba da poveracci. Io spendo quando voglio. E quanto voglio.

 

Nelle teste delle bambine e poi ragazze ora donne fatte e non finite risuonano ancora virulenti e convinti i dettami femministi di madri e nonne e vicine di casa incavolate con il mondo, convinte che l’emancipazione dal maschio dominante dovesse avvenire attraverso l'emancipazione economica.

 

Nel meraviglioso Romanzo popolare di Mario Monicelli, con sponda di Enzo Jannacci e Beppe Viola, la Vincenzina Ornella Muti riceve una educazione “moderna e settentrionale” dall’anziano marito Basletti Ugo Tognazzi. Quando il poliziotto terrone Michele Placido la seduce e la vuole tutta sua, il marito la reclama, perché Vincenzina è “roba mia”. L’altro gli risponde che no, è roba sua. La fuga solitaria di Vincenzina sarà allora il suo primo vero gesto individuale, e la seguente affermazione sul lavoro una vittoria, seppur carica di malinconia.

 

E’ di qualche giorno fa la polemica di panna sulle dichiarazioni di una donna ricca e famosa che davanti a una classe (televisiva) di bambini ha spiegato a una piccola alunna che il denaro è un grande strumento di libertà. Oddio, che roba. Ha ribadito poi il concetto: chi paga comanda.

 

Il vero scandalo della faccenda è che gli indignati sono tutti poco poveri, perché i tutelati per davvero quei concetti li danno per scontati e digeriti. Il mondo nostro no, ci vuole poveri senza povertà, ricchi senza soldi, brillanti senza studiare. Un trionfo del vogliamo niente, che Nanni Balestrini dovrebbe riscrivere al contrario, con l’operaio che inizialmente è capacissimo di parlare e scrivere e pian piano si rompe le scatole e comincia a blaterare e infine forse a grugnire, diventando poco più di una grezza maschera in grado di pronunciare giusto quattro o cinque esortazioni accompagnate da gesti.

 

I poveri veri invece vorrebbero tanto emanciparsi in quella maniera, anzi, danno per scontato che non ci sia altra soluzione. Da un punto all’altro ci si arriva con il gratta e vinci, se si vuole rimanere nella legalità. Oppure.

 

Quindi i condimenti retorici della bravura, bellezza, poesia, abilità, competenza si schiantano davanti alla corsa globale che ci vede uguali a indiani, marocchini, messicani, cinesi. Avanti a testa china provando a individuare le maniere migliori per schivare le noiose scale e prendere ascensori, sempre. Senza guardare il paesaggio e senza cogliere passaggi intermedi, ormai vetusti e inutili. La storia, l’arte, il dialogo come forme snobistiche e intellettuali di un mondo vecchio, una razza di cavalli arrivati a fine corsa, che si prepara a venire schiantata dal nuovo.

 

Nel mio periodo ventenne a Bologna condividevo l’appartamento con una ragazza pugliese intelligente, bella e simpatica. Un gioiello. Era così vessata da soggetti orrendi, padre e fratello in testa, che aveva finito per farsi convincere della concretezza di un futuro da medico. Non ne aveva il passo, nemmeno la voglia. Ma quello le avevano detto e quello provava a fare. Persino il fidanzato che si era trovata in città, pugliese anche lui, si era alleato con i familiari, creandole un comitato motivazionale cafone e accecato. Il primo gesto forte dei tre era stato quello di allontanarla da una casa in cui viveva anche un uomo, cioè io, perché attentava alle leggi del decoro.

 

Dovette mandarli a quel paese, la mia amica. Dovette mandare a quel paese il padre, il fratello e il fidanzato, e mettersi a fare la cameriera per non farsi pagare l’affitto, la scatola da giù, le rate dell’Università, le sigarette, gli assorbenti. Dovette mettere chilometri, e andar via anche da Bologna, superare le montagne e stabilirsi in un altro paese (che non specificherò per non alimentare illusioni), continuando a mantenersi da sé medesima, guardarsi allo specchio, senza nemmeno avercela troppo con gli uomini.

 

Il padre, come gesto forte, l’aveva poi tolta dal testamento.

 

Come ha scritto Guia Soncini: “Più si fingono interessate alle sorti delle donne maltrattate, più s’indignano per un’ovvietà quale i soldi rendono liberi; chissà come pensano ci si emancipi da un marito violento, probabilmente con la ricchezza dei sentimenti, o forse tatuandosi Neruda”.

 

A mia figlia, che ora nemmeno ha un anno, vorrò trasmettere un po’ più che un metro di orizzonte. La vorrei senza rimpianti e tanti soldi. La vorrei irrisolta e con tanti sogni. L’orizzonte sarà suo, di carta o di oro, ma non finto.

 

Alberto SchiavoneE’ in libreria con “Dolcissima abitudine” (Guanda)

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