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Noi (nuovi) padri

Mettiamo via i soldi per comprarci il Suv e combattiamo con l’ossitocina che ci manca

7 Dicembre 2018 alle 14:09

Noi (nuovi) padri

Russell Crowe in “Padri e figlie” di Gabriele Muccino

Essere diventato padre mi ha automaticamente reso una persona peggiore. Da cosa l’ho notato? Ho subito cominciato a mettere via i soldi per comprarmi un Suv cioè uno strumento di trasporto che (a differenza di quello che ho adesso che è un’auto normale cioè che se faccio un frontale con un’altra auto normale i passeggeri dell’una e dell’altra auto normale subiscono danni in modo più o meno comparabile) in caso di incidente, grazie alla sua struttura che ricorda quella di un carro armato, tutela bene le persone ivi contenute, cioè mia figlia, aumentando esponenzialmente il danno delle persone contenute nell’altro mezzo.

 

In pratica, pur di salvare mia figlia da qualsiasi pericolo o problema, sono disposto a disinteressarmi totalmente del maggior dolore che potrei recare al prossimo. La mia morale si è dissolta e sono passato, senza farmi alcuna domanda, da Gandhi a “la non-violenza è la mia filosofia, ma se minacci mia figlia ti sgozzo senza passare dal via”. Per non parlare del fatto che l’aver messo al mondo una persona che non me l’aveva chiesto, e con l’aggravante dell’ausilio della fecondazione eterologa, è in sé l’atto di maggiore egoismo che abbia mai compiuto in tutta la mia vita; e credo di poterlo dire anche a nome della mia amata Betta.

 

 

 

Costruirsi un oggetto di amore assoluto, condannato a sua volta ad amarti di un amore senza scampo e destinato a durare per sempre, è un gesto che facciamo tutti con coscienza, ed è nostro dovere di uomini e donne cercare di esserne all’altezza. Noi, che non siamo né un’adolescente fragile dell’East End che si accorge di essere incinta al settimo mese come in una puntata di Little Britain, né un contadino del 1500 a cui necessitano braccia che lo aiutino nei campi, dobbiamo attribuirci la patente di genitore PRIMA di diventarlo, e senza cedere alle lusinghe delle autoassoluzioni tipo “lo fanno tutti” oppure “lo faccio per sentirmi completo”. Produrre un figlio senza fargli sentire che è colpa sua se la sua esistenza ti disturba; con la fame, con la necessità di compagnia o in qualsiasi altro modo. Questa è la sfida di un genitore consapevole. Un po’ come andare a sciare e cercare di non lamentarsi del freddo. E’ dura lo so, ma sappiamo tutti che c’è sempre l’opzione di non andarci (a sciare), vero?

 

Da quando essere padre è diventato un mestiere (quello della madre è sempre esistito e se lo sono tramandato oralmente le donne della tribù prima, e della famiglia allargata dopo, mentre ora invece le donne sono sole e tocca leggere libri o cercare tutorial su YouTube) gli uomini sono diventati degli alunni senza insegnanti, pieni di compiti in classe. Nessun modello, nessun gruppo di autoaiuto e, giustamente, nessuna indulgenza. Negli ultimi anni sono spuntati sì personaggi che hanno, anche meritoriamente in fondo, presentato al mondo la propria esistenza, i propri doveri e le proprie gioie, in quanto genitori maschi. Costoro hanno attratto l’attenzione di parecchie donne che hanno detto “Finalmente ecco un padre”, dimentiche del fatto che per millenni, e fino, a spanne, al 1950, gli uomini hanno prima scopato e poi in genere salutato con la mano, per poi tornare verso i sei/sette anni delle creature per imporre le proprie regole su come stare a tavola.

 

I padri di oggi, almeno quelli che conosco io, cinquantenne con una bimba di due, quando si sentono dire bravo, se cambiano un pannolino, producono bile in eccesso. E non fa bene. I padri di oggi combattono con l’ossitocina che gli manca e con il testosterone con il quale non sanno che fare. I padri di oggi sono una specie in evoluzione, cadaveri sulle cui storie si formeranno i padri di domani. Ed è per questo che il compito dei padri di oggi è smettere di mentire e cominciare a raccontare delle proprie emozioni, delle proprie difficoltà. Tenere in braccio il proprio figlio e rispecchiarsi nel suo sorriso, gioire nel vederlo muovere i primi passi e cominciare a costruirsi un’identità sotto i nostri occhi attenti e mai giudicanti, ecco questo cerchiamo di darlo per scontato, almeno noi che siamo la fanteria leggera del Duemila e spiccioli. Andiamo all’attacco di quella collina dove il nemico ancora resiste, e ovviamente quel nemico siamo noi. Combattiamo in prima fila e fianco a fianco, come band of brothers, la nostra battaglia di Azincourt. Incontriamoci e raccontiamoci. Non abbiamo paura di piangere, se lo fanno i rugbisti gallesi quando sentono il loro inno, possiamo farlo anche noi che abbiamo altre e più alte bandiere da onorare.

 

Chiudiamoci in una cantina e raccontiamoci senza mentire. E se le donne vogliono guardare dal buco della serratura lasciamoglielo fare. Agiamo usando le Parole e l’Anima. E diventiamo padri dopo essere diventati riproduttori. E’ una rivoluzione, non è un percorso tracciato. E’ un bisogno, non è un insegnamento da imparare. Io invidio chi non è diventato padre perché può ancora sbagliare. Noialtri, invece, non abbiamo più alcuna scusa.

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