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La retorica di Tangentopoli e la vita dei corrotti da tavolata

Il poco costrutto di un sistema corruttivo diffuso, ma impotente. Qualche esempio

9 Maggio 2019 alle 10:00

La retorica di Tangentopoli e la vita dei corrotti da tavolata

Il Presidente della Regione Lombardia Fontana all'inaugurazione di Milano Food

C’erano una volta due volti della Prima Repubblica. Uno democristiano e l’altro comunista. Gianstefano Frigerio e il compagno Primo Greganti. In tarda età, quando ormai alla Seconda stava per succedere la Terza, di Repubblica, decidono di mettere fuori la testa. Milano è impegnata per recuperare il tempo perduto su Expo, si mettono a disposizione. Parlano di qui e di là, promettono e millantano. Finisce che li chiamano la “cupola dell’Expo”. Succede un casino: addirittura il Financial Times parla dello scandalo con “analogie con quello che aveva abbattuto il potere politico italiano nei primi anni ’90”. Addirittura. A fine novembre 2014 patteggiano pene che di poco superano i tre anni. Tutta questa corruzione, poi, non si capisce dove sia finita, visto l’esito. E spariscono per sempre.

 

Strana cosa, la corruzione alla milanese della Seconda Repubblica. Quella stessa che alla vigilia della Terza, secondo il sostituto procuratore di Milano Luigi Furno “assume caratteri più sistematici e pervasivi”. Anzi, recitano le carte dei magistrati, disegna un “sistema feudale”, “uno spettacolo disarmante”. Ma guardando un po’ più da vicino, i sermoni giornalistici con il riflesso condizionato – “Ventisette anni dopo l’esplosione di Tangentopoli a Milano il virus della corruzione spunta ancora una volta in quella che era stata definita la capitale morale” – non sembrano adeguati alla realtà di una Milano in cui il “sistema dei partiti” non è più quello di un tempo. E il “sistema feudale” somiglia più a un sottobosco corruttivo di piccolo cabotaggio. La corruzione nel terzo millennio è roba poco professionale, vien da dire. Un caso che si avvicina assai a quello per il quale il presidente lombardo Attilio Fontana si trova ora indagato per abuso d’ufficio e quello del tentativo di sbarco a Milano di Luca Parnasi, mesi ma. Lui è l’uomo dello stadio della Roma e che avrebbe voluto realizzare lo stadio del Milan, prima dei guai. Cerca e ottiene un appuntamento con Pierfrancesco Maran, assessore all’Urbanistica. Gli promette una casa. Il problema è che l’altro, Maran, non capisce che gliela sta promettendo, però intuisce che l’altro vuole un favore. E semplicemente gli dice la frase ormai celebre: “A Milano non si usa così”. Una figuraccia da magliari, per i corruttori capitolini del terzo millennio. Ma il punto è un altro: Maran non capisce l’atto corruttivo, ma risponde bene, benissimo. Non denuncia perché ritiene quella una chiacchiera senza costrutto, poco professionale.

  

Adesso tocca ad Attilio Fontana con Nino Caianiello, il politico “territoriale di Forza Italia a Varese”, considerato dai pm il pivot di un ampio sistema corruttivo nell’ultimo caso che scuote la Regione Lombardia. I due sono di Varese, e si conoscono da anni. Caianiello ha fatto sì che il socio dello studio legale di Fontana, Luca Marsico, venga “bocciato” alle scorse regionali. Non proprio un gesto da amico, diciamo. Caianiello va da Fontana e gli chiede di promuovere il direttore generale dell’Agenzia lombarda Formazione lavoro (Afol) Giuseppe Zingale alla direzione Istruzione di Regione. Chi è Zingale? È uno del gruppo di vecchi socialisti che mangiano ogni venerdì al ristorante Da Berti, sotto Palazzo Lombardia, che prima o poi in qualche film dovrà pur finire, per tanti accordi di potere che ha visto transitare nella sua onorata storia. Ma proprio per questo, forse non il luogo più adatto per chi voglia complottare nell’ombra. C’è Zingale, c’è Loris Zaffra, ex presidente di Aler e ultimo dei giapponesi della Prima Repubblica lì a tenere d’occhio tutte le nomine, grandi e piccole. C’era Fabio Altitonante, che amava la cucina di Berti e pure le chiacchiere con Zaffra.

 

Comunque, la tesi di Caianiello esposta a Fontana è semplice: mettiamo Zingale in Regione, e così dà gli incarichi legali a Marsico. Fontana traccheggia, non vuole dire a Nino che gli pare una cretinata. Infatti alla fine non fa niente. Anzi, sì. La Regione assegna un lucrosissimo incarico a Marsico come membro di un comitato tecnico: 11.500 euro l’anno. Lordi. Forse pure lui avrebbe dovuto denunciare. Ma i corruttori del terzo millennio sono così, poco professionali. Che ci siano, nel mazzo della procura, fatti di corruzione, può essere accettato come ipotesi di lavoro: possono esserci fatti che resteranno, quando i processi avranno fatto scartare tutte le carte inutili. Che sia “come ventisette anni dopo”, e via col nuovo manettarismo pronto a sostituirsi alla politica, è meno sicuro.

Fabio Massa

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