Philippe Daverio, Milano e le virtù del bello (disastro Citterio a parte)

Milano è all’altezza delle grandi città europee come arti visive e sistema espositivo? “Avrebbe bisogno di un grande balzo in avanti"

9 Giugno 2018 alle 06:12

Philippe Daverio, Milano e le virtù del bello (disastro Citterio a parte)

Foto LaPresse

Girava anche il suo nome come ministro della Cultura. “Se ne fanno duecento, alla fine è una partita di equilibri politici e siccome sono uno squilibrato non sono adatto”. Philippe Daverio liquida così le cose minori. “Fare l’assessore, il ministro è un incarico che può assumere anche una persona esterna all’argomento purché abbia buon senso, una linea politica e una percezione del diritto. Lo specifico della Cultura richiede invece una consapevolezza, altrimenti succede quel che ho visto capitare a tanti ministri anche carichi di buona volontà”. Da poco il critico d’arte è stato scelto da Fontana per rappresentare Regione nel cda della Scala. “Un onore”. A dire il vero, Daverio si era già occupato della Scala trent’anni prima, da assessore del “borgomastro” Formentini. E, gran melomane, la Scala fu anche l’occasione per recitare nella “Vedova Allegra” diretta da Pier Luigi Pizzi. “Ho avuto i piedi sul palco e duemila persone davanti. Una grande emozione, stavo per svenire, però poi ce l’ho fatta. Otto repliche. Sono scommesse che si accettano perché se le si rifiuta poi ci si sente dei vili”.

 

A questo punto, Philippe Daverio ha fatto il giro di tutti i palazzi attorno: prima della Scala Palazzo Marino e poi, per un certo periodo, il Museo del Duomo. E oggi anche il cda del Museo di Brera. Il mestiere di assessore, con un dicastero ampissimo, lo acchiappò molto e tante furono le novità che il Comune si mise come fiore all’occhiello. “Sono stato curiosamente la persona singola che ha gestito il più grande bilancio della storia della Repubblica. Sommavo cultura, educazione, sistema scolastico più il tempo libero, le relazioni internazionali e una parte del demanio storico cioè dei restauri , tanto che il restauro di Palazzo Reale iniziò allora. Troppo potere, nessuno l’ha più avuto. Ma era un accorpamento logico”.

 

Che è accaduto da allora, Milano è all’altezza delle grandi città europee come arti visive e sistema espositivo? “Milano avrebbe bisogno di un grande balzo in avanti. Ci sono le fondazioni private che fanno le loro cose con simpatia. C’è Palazzo Reale che funziona molto bene ma per esempio il Pac arranca. La città è protagonista nel campo della contemporaneità del design e della moda ma manca nel campo dell’arte contemporanea. Il Museo del Novecento è arte moderna, se quello rappresenta l’arte dei nostri nonni manca quello dei nostri figli. Se noi avessimo un unico museo del ventesimo secolo sarebbe il quarto museo del continente dopo Parigi, Londra e in parte Francoforte e Madrid. Il nostro sarebbe estremamente importante sia per l’autostima dei milanesi sia per la formazione e la spinta. La questione musei del ventesimo secolo e arte contemporanea è ancora aperta, non risolta”. 

 

E l’operazione Palazzo Citterio, ridato alla città dopo quarant’anni di restauri e 23 milioni di spese? “E’ stata una catastrofe, la dimostrazione che il ministero andrebbe chiuso. Sono nel consiglio di Brera e sono l’unico che ha alzato la voce ma vorrei che un giorno ci fosse una sorta di apertura al dibattito cittadino. Il restauro fatto dalla Sovrintendenza è sotto i limiti dell’accettabilità, cervellotico, inutile, oserei dire quasi criminale. Sia da un punto di vista estetico sia dal punto di vista dei tempi. Non funzionale da quello museologico; non si fa un restauro del genere senza un consulto museologico adeguato, come se si restaurasse un immobile destinato a diventare pezzo di sede di un ministero. Su palazzo Citterio pollice verso totale. E grande chiamata di responsabilità”.

 

Tra pubblico e privato c’è un dialogo costruttivo, partecipazione? “Ad esempio alla Scala partecipano grandi realtà economiche. Quella che non è riuscita ancora a nascere è la partecipazione dei piccoli, delle centinaia di persone che possono diventare sostenitrici come nel sistema anglosassone, per il momento siamo ancora nel sistema italico. Non subito, ma avrei intenzione di sollevare la questione all’interno del cda della Scala. Sono convinto che in Lombardia ci sono almeno tremila persone pronte a essere piccoli soci del grande teatro. Eppure l’Italia è nella sua cultura antropologica il paese più partecipativo d’Europa, al massimo grado di volontariato. Questo volontariato va trasferito negli enti pubblici. Non solo la partecipazione economica ma anche di presenza, pensiamo alla custodia dei musei. E’ un programma lungo di adeguamento all’occidente. E lo dico nella città che è il luogo di nascita di tutti i fund-raising della modernità perché è a Milano che è nata la Festa del Perdono come primo fund-raising laico del mondo occidentale. Seicento anni fa, ma i milanesi l’hanno un po’ dimenticato”. Come vede la Milano del futuro? “Un contributo glielo abbiamo dato trent’anni fa con il piano urbanistico sul quale è cresciuta la città di oggi, quando si riuscì a convincere il consiglio comunale ad accettare la riforma della cintura di ruggine, e sono nate Porta Nuova, il Portello, la Bicocca. Internazionale Milano lo è già in parte ma deve diventare una città dove è facile l’approdo per i giovani. Milano deve pensare a un piano innovativo di residenza a basso prezzo per i giovani perché chi ha 25 anni, ed è energia pura, arriva in una città, ha finito l’università e vuole tentare il suo gioco nella società iniziando ad abitarci. Oggi a Milano ci stanno i figli dei milanesi mentre dovrebbe diventare attraente per una intera generazione che scommette sulla propria opportunità”.

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Commenti all'articolo

  • CohleandHart

    28 Giugno 2018 - 19:07

    è tutto vero ma se non partecipiamo come soci è perché già ci prendono il 60% di quello che guadagniamo! poi ci passa la voglia di contribuire attingendo dal restante 40%.

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