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Il signore dei coltelli a Milano

La nuova vita di Aldo Lorenzi, che ha chiuso il negozio-mito e ora vuole una fondazione per le sue lame

29 Aprile 2018 alle 06:17

Il signore dei coltelli

Via Montenapoleone a Milano. Foto LaPresse

E’ sempre stato un bel tipo, el sciur Aldo Lorenzi. E ancora adesso, a ottantadue anni suonati (classe 1935), ha ben chiaro il suo progetto di vita futura. Tirata giù la clèr del mitico negozio G. Lorenzi (G. stava per Giovanni, il padre che aprì la bottega nel 1929), Montenapoleone angolo via Verri, ora s’è buttato a capofitto, con l’inseparabile moglie Edda, a studiare e catalogare gli oltre duemila pezzi della sua collezione privata – fatta da quegli autentici gioielli che in ordine ossessivo stavano sugli scaffali e oggi sono riposizionati nel negozio di Guglielmo Miani. “Ci stiamo dedicando a questo perché non vogliamo che l’arte della coltelleria muoia, ma rimanga in vita per crescere. I primi pezzi mi furono regalati da artigiani francesi che erano felici di privarsi per me di un oggetto di famiglia. Stiamo pensando a una fondazione che deve avere una degna collocazione”.

   

Prima di tutto coltelli e forbici (anche del Sei-Settecento) e poi rasoi, pennelli da barba, posate, accendini. E altri oggetti, quando erano in negozio, fino ad arrivare a 18 mila. Un numero da paura, ma da Aldo Lorenzi potevi trovare la vite dei tuoi occhiali di tartaruga acquistati da lui anche vent’anni prima e tutti i pezzi di ricambio. Una mania, la sua. Ma proprio lì stava e sta il suo grande valore. “I nostri oggetti si aggiustano sempre. Un buon oggetto deve essere fedele a chi lo ha comprato. Deve essergli compagno anche nella longevità”. Al punto che aggiusti pure lo spazzolino da denti con le setole cucite a mano. “Finezze che ho potuto fare perché avevo gli artigiani giusti che facevano spazzolini da denti da tre generazioni”. Anche qui la storia è ciò che conta. E’ Giovanni Lorenzi, nato a Mortaso, piccolo paese del Trentino, nel 1899 che dà il via all’attività. Dopo alcuni anni in Germania come “caciàl”, garzone di arrotino, nel 1919 arriva a Milano. Una piccola bottega, nello scantinato si molava. Il lavoro ingrana, per la “Coltelleria Lorenzi”. L’intraprendente figlio Aldo ci mise del suo. “Negli anni Sessanta, appena sposato, possedevo una moto Galletto, 192 di cilindrata, ero un signore. Un giorno arriva in negozio un tizio con un oggetto bellissimo che era stato acquistato a Parigi da Eloi Pernet. La settimana dopo, io e mia moglie, siamo partiti in moto armati di tenda canadese e siamo andati a Parigi. Milano Parigi sotto l’acqua. Arrivato, ho messo la giacca come voleva mia madre, e mi sono presentato da Pernet. Nell’ufficio tutto in legno c’erano coltelli e forbici d’arte, producevano coltellerie per re e regine. Fu una folgorazione, un innamoramento. Da allora tutto cambiò: avevo capito che non potevo più proporre ai miei clienti cose banali, ma qualcosa di sorprendente che li avrebbe fatti felici. E Pernet divenne un nostro artigiano”.

  

Una volta noleggiò un camper in Colorado per conoscere un cowboy artigiano dei coltelli. “Venivano dall’America, dall’Asia e io gli facevo avere i loro coltelli o le loro forbici riparate direttamente in albergo, a costo di stare in laboratorio fino a sera tardi”. Non a caso, una clientela eccelsa. “Per attori e cantanti con la passione per la cucina preparavo assicelle da appendere che potevano contenere fino a duecento coltelli a vista. Per ogni taglio ci vuole il tagliente giusto, ogni coltello aveva una logica. Il signore deve apparire nelle piccole cose. Facevo cose eccezionali per persone eccezionali”. Interi mondi andavano da Lorenzi. “Se un oggetto lo toccava due volte Pirelli, voleva dire che avevo azzeccato i gusti. Sono bottegaio vero e sapevo chi era superiore a me. Quando ero giovane c’erano gli Innocenti, i Pirelli, i Falk poi ci sono stati quelli della moda e ora quelli dell’arte, gli architetti, i designer”. Perché ha deciso di smettere? “Quando ho chiuso ho detto ‘voglio finire in piedi da campione e da re’, non voglio finire per compassione. Nessuno aveva le mie idee, tutti erano per il denaro veloce e io no, preferivo chiudere e lasciare le cose così come stavano. Anche il mio nome, io non l’ho venduto. G. Lorenzi è depositato . Eppure c’era chi lo avrebbe pagato tanti soldi. Ma non ne avevo bisogno. Volevo che finisse in maniera nobile”. Nessun rimpianto? “No, ma vorrei vedere un’altra Montenapoleone, questa non mi piace. Deve avere la giusta pavimentazione. Con Maurizio Gucci feci un accordo: a spese sue avrebbe rifatto la strada, però doveva essergli riconosciuto il lavoro dal Comune, che invece rifiutò. Ma siamo ancora qui a parlarne. Come sempre”.

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