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Design Pride, mobili e soldi

Poco feeling tra arredo e Borsa, con lodevoli eccezioni. Ma i grandi marchi stanno benone

19 Aprile 2018 alle 16:15

Fuorisalone, Party a Palazzo Mezzanotte dopo la Design Parade

Fuorisalone, il party a Palazzo Mezzanotte dopo la Design Parade (foto LaPresse)

L’arredo e la Borsa si annusano, si sfiorano, ma non si incrociano. Non c’è molto feeling. Salvo per il Design Pride, che si è celebrato ieri in Piazza Affari con un festone che ha messo in luce il “Dito medio” (come è comunemente conosciuta l’opera “L.O.V.E.”) di Maurizio Cattelan, un simbolo esibito di chi si sente antisistema e che lì, davanti a Palazzo Mezzanotte, sede del listino milanese, è la ciliegina storta sulla torta. Ma in questo incrocio-binomio “arredo-finanza” c’è un’altra contraddizione. Da un lato, il Salone del Mobile celebra la creatività, l’arte, il gusto e l’alta gamma, dall’altra Mediobanca, attraverso il suo servizio R&S, ha certificato che i due principali gruppi del settore, in Italia, sono Ikea (1,75 miliardi di fatturato) e Mondo Convenienza (1 miliardo). Ossia due marchi del mass market, della filosofia low cost e del fai-da-te. Due simboli dell’odiata, dal pubblico maschile, trasferta del sabato pomeriggio, magari con figli a carico, in periferia a caccia dell’ultima occasione e del mobiletto dall’impronunciabile nome svedese che però ha conquistato il globo terracqueo. Fatto sta che il colosso nordico, che se ha rivoluzionato un settore su scala globale, dall’altro offre e garantisce lavoro ai tanti, piccoli produttori di legname, e la società distributiva italiana non sono – non ce ne vogliano – brand di prima fascia. Ma è altrettanto vero, che come hanno notato i più attenti residenti dell’Isola, il quartiere oggi più cool della città, alla base del Bosco Verticale sovente si piazzano i camioncici rossi di Mondo Convenienza: evidentemente anche chi investe 8-10 mila euro al metro quadro, se non di più, a volte deve fare di necessità virtù.

 

Fatta questa premessa bisogna dire che il settore è vivo e vegeto, e profilera: come ha registrato il centro studi di FerderlegnoArredo, lo scorso anno ha prodotto un giro d’affari complessivo di 26,9 miliardi grazie al quotidiano impegno di 29 mila aziende attive, la gran parte delle quali di piccole dimensioni visto che solo 218 di esse superano la soglia dei 116 milioni di ricavi.

 

Vi è però, come detto, uno scarso feeling tra i mobilieri e la Borsa. Nonostante l’interesse della finanza per il comparto: come dimostrano gli investimenti del fondo Progressio sgr nel brand Giorgetti (arredi d’alta gamma con 120 anni di storia) o del banchiere d’affari Gianni Tamburi, ormai socio di riferimento o quasi del marchio marchigiano dell’illuminazione iGuzzini, uno dei (pochi) target per Piazza Affari. Senza affatto dimenticare l’investimento definito nell’autunno di tre anni fa dal fondo Investindustrial, il più grande su scala nazionale, di Andrea Bonomi che ha rilevato il controllo di B&B Italia. E, seppure con numeri e dimensioni più piccole, non si può trascurare anche il triplice investimento dell’ex amministratore delegato di Generali, Giovanni Perissinotto, che da anni lavora al rilancio e consolidamento dei marchi Driade, FontanaArte e Valcucine. Ma nonostante questi casi ed eccezion fatta per il gruppo Natuzzi (450 milioni di ricavi con divani e complementi d’arredo), quotato a Wall Street, non ci sono player del settore in Borsa. C’era, ma se n’è andata da anni, Poltrona Frau, che vuol dire anche Cassina e Cappellini. Era sul listino fino all’inizio del 2014 quando il fondo Charme di Luca Cordero di Montezemolo l’ha venduta (con opa successiva) al gruppo americano Haworth per 243 milioni di euro. Tutti gli altri principali marchi restano saldamente nelle mani degli imprenditori che li hanno fondati, o comunque sono a (forte) controllo familiare: da Scavolini (215 milioni di fatturato e brand noto negli anni ’80-’90 anche per l’impegno e le vittorie nel basket, in Italia e in Europa), Poliform (193 milioni di ricavi), o Veneta Cucine (184 milioni) e così via, fino al gruppo Molteni (giro d’affari di 309 milioni) che controlla anche i marchi Dada, Unifor e Citterio, aziende comprate tra il 1969 e il 1979 dalla società fondata nel 1934 nell’operosa Brianza. Neppure chi ha avuto per testimonial una delle attrici italiane più note, Sabrina Ferilli, come PoltroneSofà si fa ammaliare dal richiamo della quotazione in Borsa, forse scottata dall’ingente risarcimento danni chiesto nel 2011 dall’artista romana per sovraesposizione mediatica (eccesso di spot tra il 2008 e il 2009). Come mai questa avversione alla finanza e all’apertura del capitale al mercato? Perché, come capita spesso quando si analizza il tessuto industriale italiano regna, e spesso vince, il campanilismo, la gestione familiare, l’intenzione di mantenere tutto in casa. Ma fino a che le cose funzionano, come per l’arredamento e il design, forse non c’è da preoccuparsene.

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