Le tre interviste del sempre riservatissimo e taciturno Nino Di Matteo

Luciano Capone

Parla, ma “non vuole parlare”: un nuovo genere giornalistico

La narrazione giornalistica dei tormenti di Nino Di Matteo è un genere letterario, preceduto da un rituale che ricorda il corteggiamento tra due persone che sanno fin dall’inizio come andrà a finire la serata, ma fingono di essere combattuti perché concedersi presto e a tutti pare disdicevole. Il racconto parte con la suspance sull’intervista. Lui non vuole mai darla, ma dopo un po’ di cortese sollecitazione la dà. Il pm antimafia e membro del Csm, si sa, è d’altra parte persona molto riservata. Dev’essere per questo che l’altro giorno, dopo due anni, quando si è ricordato che il ministro della Giustizia non lo aveva nominato a capo del Dap a causa delle pressioni della mafia (o di poteri oscuri) ha telefonato in diretta televisiva a Massimo Giletti per raccontarlo. Due anni di tormenti prima di alzare la cornetta. Questione di riserbo. E infatti, scrive Repubblica (che lo intervista): Di Matteo è “chiuso nella sua stanza”. Dopo la performance televisiva il pm “è irraggiungibile”. Ha anche “la voce angosciata di sempre”. E si rifiuta di parlare. “Non vuole dire nulla”. “Lo premette”. Ma poiché l’intervistatrice è una tosta, non demorde: “Insisto”. E così finalmente Di Matteo parla. Ma premettendo che “ho tenuto il telefono spento, ho lavorato. Non voglio commentare i fatti”. Ripercorriamoli quei fatti, dice la giornalista. E così parte la lunghissima intervista al pm taciturno. Ma non finisce qua. Ieri le interviste a Di Matteo sono infatti spuntate sui quotidiani italiani come i funghi dopo le prime piogge di agosto.

 

La Stampa, per dire, riporta lunghissimi virgolettati in cui il pm-eroe squaderna tutta la faccenda con Bonafede, commentando quei fatti che non vuole assolutamente più commentare. Il giornale di Torino rivela anche che il silenzioso Di Matteo si è “sfogato con diversi interlocutori, in una giornata trascorsa tutta al telefono”. Dunque in un lampo si capisce che il telefono non era staccato per riservatezza. Era sempre occupato per loquacità. E infatti, oltre che su Repubblica e Stampa, anche sul Corriere compare “lo sfogo dell’ex pm” che, sempre ovviamente “chiuso al lavoro nella sede del Csm”, come al solito “evita di tornare sulla polemica”. Ma evitando di tornarci, ci torna. In pratica tace ma parla. Alla fine ieri c’era quasi un solo giornale che non riportava le parole del reticente Di Matteo: il Fatto. E dire che di solito lui col Fatto ci parla spesso e volentieri. Ma stavolta no. Ovviamente Travaglio deve averci provato. Solo che avrà trovato il telefono del riservatissimo sempre occupato.

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali