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C’è troppa corrente al Csm

I giochi di potere nella magistratura non sono “pregi”, come pensa Palamara

12 Luglio 2019 alle 19:14

C’è troppa corrente al Csm

Luca Palamara (Foto LaPresse)

Le notizie sulle risse interne alla magistratura (le ultime riguardano il pensionamento anticipato di Riccardo Fuzio, procuratore generale della Cassazione e la sospensione dalle funzioni e dallo stipendio dell’ex presidente dell’Anm Luca Palamara) rischiano di rendere difficile la comprensione della crisi del sistema di governo della giustizia. Le intercettazioni delle conversazioni di Palamara hanno reso evidente quello che tutti pensavano: che le nomine delle funzioni in magistratura derivano da complessi patteggiamenti tra le correnti, proprio come avviene in un sistema politico. Quel che ha fatto scandalo è che Palamara, leader di una corrente, abbia consultato anche esponenti politici, ma è abbastanza inevitabile che quando si svolge una pattuizione e una distribuzione di posti di potere, tutti gli interessati cerchino di infilarci uno zampino. Il punto non è l’intromissione dei politici esterni, ma la pattuizione interna, che Palamara ha definito “un sistema con pregi e difetti”, con regole osservate da tutti.

 

Da come viene presentata la questione da parte dei giornali giustizialisti, pare che sia del tutto naturale che le nomine vengano determinate dall’equilibrio di forza tra le correnti della magistratura, purché esse non siano in qualche modo influenzate da personalità politiche esterne. Ora lo stesso principio si estende al settore disciplinare, in cui gli esponenti di alcune correnti giudicano quelli delle correnti opposte. Quali siano i difetti di questo sistema non vale neppure la pena di spiegarlo. Difficile invece capire quali siano i pregi citati da Palamara. Si dice che se c’è un meccanismo elettorale, come quello per la nomina dei membri togati del Csm, è inevitabile che si sviluppi una dialettica tra tendenze culturali. Quando però questa tendenza diventa un sistema autoreferenziale, indipendentemente dal merito, questo “pregio” perde ogni valore. Se non si cambia il sistema, tutto finirà in un mero riequilibro dei rapporti di forza tra correnti, e riprenderà come prima. Il clamore sui dettagli personali serve a stendere una cortina di fumo sui difetti del meccanismo, che col pretesto di difendere l’autonomia umilia la professionalità dei magistrati, almeno della loro grande maggioranza che non è implicata in manovre correntizie.

Redazione

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