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Il caso Lorenzo Diana, icona antimafia abbandonata alla gogna dalla Saviano Associati

Tra garantismo ideologico e giustizialismo partigiano. L'ex senatore cade nella polvere e attorno ha solo terra bruciata

Luciano Capone

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capone@ilfoglio.it

15 Maggio 2019 alle 09:53

Tra garantismo ideologico e giustizialismo partigiano. Il caso Lorenzo Diana

Lorenzo Diana (foto LaPresse)

Per rialzarsi e ripulirsi dal fango, Lorenzo Diana ha dovuto aspettare quattro anni. Più precisamente tre anni, dieci mesi e quattro giorni, per ricevere dalla Dda di Napoli la richiesta di archiviazione per l’accusa di concorso esterno in associazione camorristica. L’ex senatore del Pds e segretario della commissione Antimafia è stato un simbolo della lotta alla criminalità organizzata, uno dei primi oppositori del Clan dei Casalesi, quando nel casertano la camorra non la combatteva convintamente neppure lo stato. Per la sua attività, a partire da metà anni 90, dopo l’operazione “Spartacus” che ha portato a un centinaio di condanne tra i Casalesi, ha vissuto sotto scorta per le minacce della camorra, in particolare del boss Francesco Schiavone detto “Sandokan”. Ed è pertanto diventato un’icona dell’antimafia militante: l’unico politico citato da Roberto Saviano in “Gomorra” come esempio della lotta ai clan.

 

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“Lorenzo Diana è uno di quei politici che ha deciso di mostrare la complessità del potere casalese e non di denunciare genericamente dei criminali – scriveva Saviano –. Può, più di ogni altro, raccontare quel potere, e i clan temono la sua conoscenza e la sua memoria”. E ancora: “E’ uno di quei rari uomini che sa che combattere il potere della camorra comporta una pazienza certosina”. Ebbene, tutto questo svanisce in una giornata di luglio del 2015, quando Diana viene indagato da un altro campione dell’antimafia, il pm Catello Maresca – il magistrato che ha arrestato i boss Giuseppe Setola, Antonio Iovine e Michele Zagaria – per concorso esterno in associazione mafiosa: Diana sarebbe stato il “facilitatore” di un presunto patto tra la coop Cpl Concordia e i clan nel progetto di metanizzazione dell’agro aversano (Cpl Concordia è già stata assolta), oltre che autore di presunti favori, raccomandazioni e frequentazioni con personaggi in odore di camorra.

  

Le accuse contro Diana si basano sostanzialmente sulle dichiarazioni del pentito Antonio Iovine, conosciuto come “’o Ninno”, uno che non ricorda neppure quante persone ha ammazzato in carriera e che è stato a lungo un nemico di Diana. La parola di un camorrista contro quella di un uomo delle istituzioni: “Le accuse fanno a pugni con la realtà storica accertata dallo stato – disse Diana un anno e mezzo fa al Foglio –. Ero senatore dell’Antimafia, sotto scorta per 20 anni, seguito in tutti i miei movimenti dalle forze dell’ordine”. Ma prevale la parola del camorrista. Il simulacro dell’antimafia cade nella polvere e attorno ha solo terra bruciata: le associazioni lo trattano come un appestato, Luigi de Magistris gli toglie un incarico al comune di Napoli (“così può difendersi meglio”) e Saviano, a differenza di altre vicende, preferisce un donabbondiesco silenzio. Così Diana – che pure da politico contro gli avversari ha cavalcato il giustizialismo – si trova improvvisamente e per quattro anni sospeso da uomo e cittadino, senza riuscire a difendersi dalla gogna mediatico-giudiziaria. Presunto camorrista.

  

Ora arriva la richiesta di archiviazione da parte degli stessi pm, nessuna collusione. Probabilmente non ci sarà neppure un processo e Diana verrà “riabilitato”, anche se ha già scontato la sua pena. La sua storia e il suo isolamento sono significativi, anche rispetto ad altre vicende giudiziarie contro cui a sinistra e tra gli intellettuali c’è stata invece una una mobilitazione garantista – si pensi alle inchieste di Zuccaro contro le Ong o all’arresto del sindaco di Riace Mimmo Lucano. Ma quelle, chissà poi perché, sono state interpretate come battaglie “di sinistra” contro le politiche di “destra” di Matteo Salvini, anche se le indagini le fanno le procure che sono costituzionalmente autonome dal governo. Contestare le inchieste sul tema dei migranti è un atto di resistenza, ma contestare le inchieste dell’antimafia è un passo che la sinistra non si sente di fare, sarebbe un cedimento alla mafia. E fino a che si andrà avanti con il garantismo ideologico, o con il giustizialismo partigiano, chi è accusato ingiustamente di un reato più infamante è vittima due volte.

Luciano Capone

Luciano Capone

Sono cresciuto in Irpinia, a Savignano. Sono al Foglio da 12-13 anni, anche se il Foglio non l’ha mai saputo, da quando è diventato la mia piacevole lettura quotidiana. Dal 2014 sono sul Foglio e stavolta lo sa anche il Foglio. Liberista sfrenato, a volte persino selvaggio.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    15 Maggio 2019 - 12:12

    Un cittadino che ha scontato una pena pur innocente non potendo per legge adire alla giustizia per la macelleria giudiziaria subita dovrebbe avere il coraggio di attaccare con ferocia i magistrati che lo hanno 'perseguitato ' e insultarli a voce alta e dire " Ho fatto la galera per la vostra inettittitudine la vostra incompetenza e supponenza ,siete dei mascalzoni e ora rimettetemi in galera per aver offeso la vostra sacrilega toga".Come diceva don Abbondio?

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