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Bonafede, il Guardagalera

Perché i programmi del ministro di Giustizia sono un pericolo per la democrazia e il diritto

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

2 Giugno 2018 alle 06:15

Chi è Alfonso Bonafede, l’avvocato No Tav che sogna il Panopticon

Alfonso Bonafede (foto LaPresse)

Milano. Il parental control vuoi discreto vuoi arcigno dei mercati e della Bce, unito al tasso tecnico dei ministri di settore, aiuterà (forse) a tenere a bada il governo spendi & disfa e i suoi eccessi più pericolosi. Ma lo spread della giustizia non interessa a nessuno, e c’è poco da attendersi dalla vigilanza della Corte europea dei diritti dell’uomo. Così che il ministero più pericoloso (per i cittadini) sarà quello anche meno vigilato: la Giustizia. Dove si è insediato – ministro politicissimo, pupillo di Di Maio e in idem sentire con Salvini – Alfonso Bonafede. E il sorridente avvocatino siculo-fiorentino i suoi “tecnici” di riferimento li ha. Ma sono tipacci come il pm Di Matteo e il dottor Davigo. Dei quali interpreta, ventriloquo, idee giuridiche e progetti di legge. 

 

Nel giorno del debutto di un governo che preoccupa per i conti e i piani di sviluppo, la giustizia potrebbe sembrare tema secondario. Ma non lo è, in un paese diventato ciò che è innanzitutto in forza di un’onda forcaiola lunga trent’anni, di una diffusa inciviltà del diritto (e della pena) nel ceto politico e nella società e di uno strapotere castale della magistratura fattosi ideologia di stato e accresciutosi negli anni. In secondo luogo, i provvedimenti populisti come quelli sulla “sicurezza” e le galere di Salvini (compresi i “5 miliardi di tagli” sull’immigrazione subito annunciati) e i programmi dei Cinque stelle sulla giustizia sono le poche cose a costo zero e di sicuro consenso nella base: farà prima Bonafede a introdurre gli agenti provocatori nella Pubblica amministrazione che non Di Maio a rivedere la legge Fornero. Per questo il ministero di Via Arenula rischia di diventare un pericolo per la democrazia e il diritto. Non per insipienza della conduzione, ma proprio per i contenuti chiaramente e da tempo illustrati dal neoministro. Un avvocato del popolo che ripete sempre “la nostra stella polare è l’art. 101 della Costituzione, secondo cui ‘la giustizia è amministrata in nome del popolo’”, ma l’art. 27, che “l’imputato non è considerato colpevole fino alla sentenza definitiva di condanna”, invece non lo cita mai.

 

Basta dare uno sguardo ai punti programmatici del partito che rappresenta. Bonafede ha detto di recente che tanti cittadini sentono la “solitudine dell’onestà” e a questa solitudine vuole dare risposta. Sarebbe meglio chiamarlo presunzione di onestà-tà-tà, il sentimento giustizialista che lo ha portato al governo, ed è a questo sentimento che il suo programma si ispira. Il primo punto, ovviamente, è la lotta alla corruzione “con strumenti efficaci”. I quali sarebbero il Daspo eterno contro i corrotti per quanto riguarda la possibilità di lavorare per la Pa; l’uso degli agenti sotto copertura e l’introduzione dell’agente provocatore. Mezzi che definire da stato di polizia è eufemistico, anche volendo usare l’inglese “whistleblowing”.

 

Poi la certezza dei tempi dei processi, declinata esclusivamente in questa chiave: più risorse per fare i processi. Il che è sacrosanto, non fosse che Bonafede non ha mai detto una parola sul fatto, peraltro noto ai giuristi, che spesso la lunghezza dei procedimenti è causata dal cattivo modo di condurre le indagini dei pm (a proposito: non toccare le intercettazioni è un dogma cinque stelle mutuato da Davigo). Conseguente è la riforma (anzi abolizione) della prescrizione, che sarebbe un principio innanzitutto di garanzia. La proposta è elaborata da tempo: sospendere la prescrizione dal momento in cui inizia il processo. Insomma il capovolgimento logico del problema della ragionevole durata dei processi (che spesso iniziano tardi per la lungaggine delle indagini). A Radio Radicale, Bonafede ha sostenuto che invece è la prescrizione a non essere ragionevole, perché priva la parte lesa del diritto a una sentenza (ma se poi fosse di assoluzione? L’ipotesi non è contemplata) e soprattutto andrebbero sprecati i soldi già spesi prima. Infine, un altro mostro di filosofia giuridica, in cui il M5s va a nozze col forcaiolismo della Lega, riguarda quello che Bonafede indica come “principio della certezza della pena”. Che però viene inteso esclusivamente come “principio della certezza del carcere”. L’ex vicepresidente della commissione Giustizia della Camera ha fortemente osteggiato la riforma Orlando anche nelle parti che riguardavano l’ordinamento penitenziario, giudicandola “nefasta”. A parole, i Cinque stelle non sono contro la rieducazione o il trattamento umano dei carcerati, ma questo “deve sottostare al principio inderogabile che chi sbaglia paga” (Radio Radicale). Tradotto, significa che l’unica modalità di espiazione della pena (che deve essere certa) è la detenzione. Il lavoro fuori dal carcere? Per il neoministro, evidentemente, non è carcere: chi sbaglia deve sapere che paga. Tutt’al più, “dopo anni”, può anche dimostrare di poter accettare l’offerta di rieducazione. Ma per Bonafede esiste solo la “rieducazione all’interno del carcere”. Il che, se non altro, è una dimostrazione della impreparazione di un politico che dà segni di non conoscere la letteratura giuridica e accademica in materia. I dati sulla minor recidiva dei detenuti trattati con pene rieducative o alternative sono noti a livello internazionale. Ma alla domanda: “Lei non ritiene che il carcere sia criminogeno?”, lui risponde: no. Buona galera a tutti.

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