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Che la festa cominci. Chi è più felice di Bonafede? Per i pm sarà un toga party

Il ministero con “dentro un’emozione”, trionfa il potere forte

10 Giugno 2018 alle 06:11

Che la festa cominci. Chi è più felice di Bonafede? Per i pm sarà un toga party

Foto LaPresse

Com’è splendente, in questi giorni, Alfonso Bonafede! Brillano gli occhiali, brillano gli occhi dipinti sugli occhiali, brillano i denti già resi fosforescenti dal trattamento sbiancante imposto da Casalino, brilla di brillantina perfino quella sua svettante acconciatura da upupa, che sembra adesso il copricapo di un sovrano, o la corona di una reginetta di bellezza. E lui, stralunato e felice, non appena gli avvicinano un microfono si affretta a sbrigare la prima incombenza che si presenta a ogni miss: manifestare la sua emozione con i lucciconi agli occhi. Lo ha detto l’altra sera a Corrado Formigli, “quel ministero ha dentro un’emozione”, proprio così, un’emozione che gli mette i brividi, e si è anche augurato che quei brividi magici gli restino addosso per tutta la legislatura, che quella pelle d’oca non si acquieti mai. Ha poi raccontato di aver chiesto a tutti i dipendenti del ministero – e io cosa darei per vedere le loro facce in quel momento! – di “non smettere mai di farsi contaminare dall’entusiasmo dei cittadini”, che è un po’ come, per una miss, perorare con un largo sorriso la causa della pace nel mondo. Chi è più felice di Alfonso Bonafede?

 

Ve lo dico io, chi è più felice: la burocrazia ministeriale e soprattutto gli operosissimi magistrati fuori ruolo distaccati presso il ministero, cinghie di trasmissione dell’Anm, che detengono, e non da oggi, le chiavi del potere. Già me li vedo, i toga party nei sotterranei di via Arenula: ai piani alti il ministro sorriderà pure, sì, ma loro laggiù brindano a champagne, si lanciano coriandoli, soffiano nelle lingue di Menelicche, forse ballano su vecchi dischi di Edoardo Vianello e di Rocky Roberts. Una festa più grandiosa riuscirei a immaginarla solo per la delega di Vito Crimi ai servizi segreti – trenini orgiastici di barbe finte e colbacchi intorno all’onorevole che dorme. Cosa possono augurarsi di meglio, capi di gabinetto e alti dirigenti, di un debuttante al ministero, uno che non ha la più pallida idea di dove mettere le mani e che possono cucinare e rosolare a piacimento? I Cinque stelle hanno portato in dote alle tecnocrazie amministrative e giudiziarie – gli unici poteri forti degni del nome, come ricorda sempre Angelo Panebianco – quel che desideravano da trent’anni: la testa della politica su un piatto. E’ dal 1994, e giù fino all’ultimo referendum, che quel cavallo azzoppato compie tentativi maldestri per rimettersi sulle proprie zampe, e trottare: finalmente è arrivato il colpo di grazia, ed è arrivato – ironia su cui sarà bene riflettere – per mezzo di un voto che dal punto di vista della domanda (l’elettorato) si può leggere come una richiesta disperata di ritorno della politica, di una politica rilegittimata e libera dai legacci.

 

Ora che al vertice del grosso dei ministeri ci sono donne e uomini di esemplare incompetenza e di abissale vacuità ideologica, come agirà la macchina burocratica? C’è da supporre – e in certi casi da augurarsi – che possa avere funzione di freno, d’intralcio, se non proprio di sabotaggio rispetto alle iniziative più temerarie. Ma Bonafede no, lui lo lasceranno lavorare in pace, anzi, che dico: lo sorreggeranno come puttini, ne faranno il più grande ministro della Giustizia della storia repubblicana, forse perfino un nuovo Giustiniano. E i magistrati accampati al ministero faranno del loro meglio per mettere in bella copia tutte le scelleratezze inquisitoriali elencate nel contratto, per adornarle di ogni gemma della dottrina giuridica, per corazzarle e renderle inespugnabili. Lui, il tenero Alfonso, avrà un sorriso ancora più gongolante. Il suo bel capino con il ciuffo sormonterà un’erma all’ingresso di via Arenula, scolpita dagli scultori di corte, davanti a cui i dipendenti entusiasti dovranno scappellarsi a mattina e a sera. E a noi toccherà concludere che dopo secoli di prìncipi e di consiglieri dei prìncipi, di massime e di trattati, a questo si è ridotta l’arte del governo: l’arte di mettere il fesso giusto al posto giusto.

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