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Persona informata dei fatti

La trasformazione di Pif nel Casalino della Trattativa come apoteosi della fine della competenza

27 Aprile 2018 alle 06:00

Persona informata dei fatti

Pif, Pierfrancesco Diliberto (foto LaPresse)

Chiamarsi Pierfrancesco Diliberto ed essere nato a Palermo nel 1972, “quando la parola mafia da quelle parti era ancora tabù” (ma poi perché? E’ l’anno in cui uscì Il padrino) non è un capo d’accusa, non varrebbe manco per Massimuccio Ciancimino. Ma non è neanche una scusante, un patentino che autorizza a tutto. Diventare Pif per un soprannome inventato dalle Iene è invece l’apoteosi dell’intrattenimento fattosi politica in cui siamo precipitati. Il mondo irreale in cui partendo dal Grande Fratello si diventa Rocco Casalino l’onnipotente, oppure sei Dino Giarrusso e rinasci portavoce cinque stelle alla Pisana. Poteva essere una casualità. Ma ora che lui è diventato il maître à penser della Mafia uccide solo d’estate – ieri sera ha debuttato su Raiuno la seconda serie – insomma il Mario Puzo dell’età del populismo, c’è qualcosa che pertiene al destino. O all’evidenza di un’Italia in cui fare fiction è diventato l’essenza della politica.

   

Pif è un gioco onomatopeico, o sta probabilmente per Pierfrancesco. Ma siccome i soprannomi sono prefigurazioni dell’anima, quando, una volta, si andava dai carabinieri in merito a un’inchiesta e veniva il momento di “generalizzare”, nel gergo verbalizzante dei commissariati, l’appuntato scrivente ti apostrofava: “Lei è il Pif?”. Scusi? “Persona informata dei fatti”.

   

Pierfrancesco Diliberto in arte Pif è diventato il Casalino dell’antimafia, o quantomeno della Trattativa. Destino paradossale per un ragazzo simpatico e che non s’è mai preso sul serio. Ma a un certo punto la sua perniciosa ironia (perniciosa per la corretta ricostruzione degli eventi) e la sua incipiente vocazione da Zorro dei derelitti vengono prese sul serio, tremendamente sul serio, da folle oranti che ne sanno meno di lui. E per il noto processo di auto-mitopoiesi ha finito per prendere sul serio la sua stessa incompetenza. Perché questo è lo Zeitgeist: la fine della competenza.

  

Così, maledettamente a corto di qualcuno che tenga bordone sull’argomento, Pif è finito intervistato dal Fatto come fosse davvero informato dei fatti. Titolo, virgolettato ça va sans dire: “Trattativa, la sentenza svela la nostra rimozione della mafia”. Sputa le sue sentenze, la Persona informata dei fatti, come fosse un illustre accademico della storia repubblicana, un De Felice redivivo, “non ci siamo mai fatti davvero un esame di coscienza su quel pezzo della nostra storia”. Il testimone di una sofferta coscienza nazionale: “Sono tutti colpevoli, perché scendono in qualche modo a compromessi”. Eh, signora mia, ha mai sentito parlare della Zona Grigia? Lo prendono molto sul serio, al Fatto, gli chiedono: si aspettava una sentenza di condanna? “Onestamente no: è molto difficile che lo stato riesca a processare se stesso”. Scandaglia l’oscurità profonda delle carte processuali: “Si pone una gigantesca domanda: trattando con i padrini, i carabinieri agivano per conto di qualcuno? Possibile che abbiano fatto di testa loro?”. Già, possibile? Che ne sappiamo noi, che non siamo del giro della televisione e non siamo informati dei fatti? Ma il passo dall’informato al giudice è breve, perché va da sé che è la verità degli storici la storia che plasma quella dei giudici. Gli chiedono: “E’ stato detto: quando è in corso una guerra si tratta col nemico”. E qui arriva il capolavoro del nuovo sputasentenze: “Lo dicessero davanti ai famigliari delle vittime di mafia…”.

  

Chiedono pure, all’Informato: la sentenza sulla Trattativa sta avendo la stessa sorte di quella su Andreotti? Ora, si può chiedere qualunque cosa a chiunque, è l’arte del giornalismo, apri un taccuino qualcosa accadrà. Ma per quale benedettissimo motivo Pierfrancesco Diliberto in arte Pif, il Casalino della Trattativa, dovrebbe essere in grado di rispondere qualcosa di congruo a una tale domanda? Si è fatto vent’anni di commissioni d’inchiesta? E infatti: “La sentenza su Andreotti è un test interessante. Se tu spieghi a un cittadino non particolarmente informato che i giudici hanno riconosciuto il suo legame con la mafia fino al 1980, quello rimane sbalordito”. Già. E se invece provi a spiegargli che hanno condannato il generale Mori per cose da cui era già stato assolto, il cittadino che pende dalle labbra delle fiction antimafia come ci resta?

   

Sui danni dei comici passati alla politica sappiamo già tutto, o credevamo di sapere. Ma siccome passare dal ruolo di Casalino della Trattativa a quello di politologo il passo è breve, Pierfrancesco Diliberto non si perde neppure l’opinione politica, sul Pd che deve trattare coi Cinque stelle (sarà una trattativa?): “Credo però, vista la non rosea situazione del paese, sia un dovere provare a confrontarsi”. Un bravo intrattenitore dovrebbe fare il bravo intrattenitore, ed è già grasso che cola (“spostati di lì con le tue opinioni e lasciami vedere lo spettacolo”, gli avrebbe detto Monicelli). Ma la fine della competenza è tale che può trarre in inganno persino un giornale come il Fatto, che su queste cose almeno, fino a ieri, era un monumento di expertise.

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Commenti all'articolo

  • carlo.trinchi

    27 Aprile 2018 - 15:03

    Silenzio tutti sono di scena i comici. Queste sentenze servono adesso, in appello non più ed in cassazione saranno preistoria. Quello che ci rimane è un tempo che non passa mai. Infatti va tanto per le lunghe che va in mano ai comici. Come finisce? In una risata.

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