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Così oggi proiettiamo sugli smartphone il nostro flusso di coscienza

Tre film del regista kazako Timur Bekmambetov raccontano come quel che succede, nella mente dei personaggi e nel mondo circostante, viene registrato e riflesso dai nostri black mirror

27 Aprile 2018 alle 17:42

Così oggi proiettiamo sugli smartphone il nostro flusso di coscienza

Una scena di Unfriended, di Timur Bekmambetov

Timur Bekmambetov è un kazako che vorremmo conoscere. Non tanto per il film “I guardiani della notte”, seguito da “I guardiani del giorno”: i fantasy dove le forze del male combattono le forze del bene son noiosi. Lo vorremmo conoscere perché ha un’idea fissa, dichiarata qualche anno fa e messa in pratica con una certa costanza. Gli schermi dei nostri smartphone e dei nostri computer – sostiene il kazako – corrispondono a quel che all’inizio del Novecento fu identificato e celebrato come “monologo interiore”: le immagini e i pensieri smozzicati che girano in testa senza una logica. Senza punti e senza virgole, quando vengono messi sulla pagina. Al diavolo la struttura ordinata dei romanzi dell’Ottocento: ambienti, personaggi, dialoghi. La rincorsa verso il realismo imponeva agli scrittori modernisti il flusso di coscienza.

 

Convinto che il monologo interiore di oggi sia esteriorizzato sui nostri black mirror – pensate ai tempi morti riempiti saltando da un tweet a una gallery a un video du YouTube – Timur Bekmambetov ha messo in produzione una serie di film, appartenenti a generi diversi, fedeli alla linea. Quel che succede, nella mente dei personaggi e nel mondo circostante, viene registrato e riflesso dallo smartphone, o dal computer.

 

Il primo era “Unfriended”, affidato per la regia al collega georgiano Levan Gabriadze: un horror senza porte che scricchiolano e soffitte da esplorare, bastano i social e le chat. Il secondo era il thriller politico “Profile”, prodotto e personalmente diretto. Una giornalista per indagare sull’Isis inventa un profilo finto, si mostra con il velo, finge di volersi arruolare. I guai cominciano quando ha abbastanza materiale per il reportage, e vorrebbe sfilarsi.

 

Ultima tappa, la storia del 1968 prodotta in collaborazione con Libération e l’Ina, Institut National Audiovisuel di Francia (su un altro fronte, il regista cerca di recuperare gli 800 milioni di dollari investiti in “The Current War”, la guerra tra i colossi dell’elettricità Edison e Westinghouse, prima che la Weinstein Company vada all’asta). Formato: un rettangolo alto e stretto alla base, in opposizione al cinema, alla tv, a YouTube che da loro discende. Il '68 raccontato inquadrando gli smartphone dei protagonisti.

 

La prima puntata è dedicata a Martin Luther King. Mail seriali che gli danno del bugiardo. Post su Facebook per annunciare le manifestazioni di protesta (con cartina su Google maps). Arriva un messaggio da un certo Dr. Rice: sua figlia Condoleezza vuole assolutamente incontrare il leader nero. Scambio di messaggi con la moglie Coretta. Un altro post per annunciare il funerale – arrivano messaggi di condoglianze dal mondo intero. Su Twitter il subdolo capo dell’Fbi J. Edgar Hoover promette indagini accurate. Stokely Carmichael, marito di Miriam Makeba, in un’intervista radio invita a prendere le armi.

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