La mafia uccide per sentito dire

Appunti sugli incontri tra Andreotti e Bontate, le sentenze, e “il casellismo” come ideologia. Spiegati a Pif

Maurizio Crippa

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15 Maggio 2018 alle 06:16

La mafia uccide per sentito dire

"La mafia uccide solo d'estate 2" in foto: il cast completo (foto LaPresse)

Nel 2000 il Fatto quotidiano era di là dal nascere, Pierfrancesco Diliberto studiava da autore Mediaset e la lunga e virulenta battaglia dell’antimafia delle gazzette era guidata a Roma e Palermo da Repubblica. Il giornale allora di Ezio Mauro non aveva più lacrime da versare, quando Giulio Andreotti fu assolto in primo grado a Palermo anche perché – tra le altre cose – non c’erano prove dei due famosi (fumosi) incontri con Stefano Bontate: “Per i giudici non basta dimostrare, come hanno fatto i pm, che non tutti i viaggi di Andreotti non lasciano tracce. Bisognava invece dimostrare che in quelle due occasioni di incontro con Bontate, Andreotti sia venuto effettivamente a Palermo”, piangeva Repubblica. Ma tu pensa: bisognava dimostrarlo. Invece “alle parole dei pentiti non sono seguiti riscontri certi” e a Repubblica non restava che titolare amaramente: “Andreotti, l’unica prova certa… è la bugia sui Salvo”.

 

Poi c’è stato il processo d’Appello, che nel maggio 2003 conferma la sentenza di assoluzione per Giulio Andreotti dall’accusa di associazione mafiosa, introducendo però alcune sostanziali modifiche interpretative che per alcuni vecchi bonapartisti, come Gian Carlo Caselli nel loro “La verità sul processo Andreotti” valgono più della sentenza stessa. La modifica principale è il riconoscimento della responsabilità di rapporti organici di Andreotti con la mafia prima del 1980 (l’associazione mafiosa come fattispecie allora non esisteva), reato prescritto. Poi c’è stata la sentenza di Cassazione del 2004, che ha confermato l’assoluzione.

 

Poi arriva La mafia uccide solo d’estate - Capitolo 2, in cui Pierfrancesco Diliberto, nome in codice Pif, addebita iconicamente (nelle fiction tv valgono le immagini) l’omicidio di Piersanti Mattarella ad Andreotti. E un articolo del Fatto di domenica 13 maggio in cui si scrive testualmente e senza ritegno che Andreotti è stato “condannato in Corte d’Appello e in Cassazione”. Non è una fake news, è una menzogna. E’ stato assolto.

 

Alla base di questo cattivo risveglio domenicale dell’antimafiosità militante del Fatto c’è una rubrichina di sabato 12 del Foglio in cui si è stigmatizzato il fatto che nella fiction di Rai1 Pif dica, senza dubitativi, che Andreotti incontrò Bontate. Inoltre (nella rubrica di sabato non si aveva avuto modo di segnalarlo, lo aggiungiamo qui) gli sceneggiatori di Pif fanno seguire alla sequenza che ricostruisce l’omicidio Mattarella l’immagine di una sagoma di Andreotti, di spalle e di tre quarti, in penombra, la gobba e gli occhiali – molta fantasia eh, un corso di regia a Netflix, mai? – che per lo spettatore significa, secondo la legge dei cani di Pavlov che dovrebbe essere nota persino a Pif, che Andreotti fu il mandante dell’omicidio. Peccato che Andreotti non fu condannato come mandante dell’omicidio di Piersanti Mattarella. E’ normale – era questa la domanda – che una fiction trasmessa dal servizio pubblico (ma dovrebbe valere per chiunque) lo suggerisca, anzi lo affermi (Pavlov) impunemente? Sulla stessa pagina del quotidiano di Travaglio, o forse è di Pif, non sapremmo dire, c’era anche l’ex procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli a picchiare sullo stesso tamburo.

 

Perché alla base di tutto questo c’è appunto Caselli, non Pif. Anzi c’è il “casellismo”, cioè la ormai pluriennale battaglia dell’ex magistrato per negare la realtà della sentenza del processo per cui si era esposto come procuratore (Andreotti assolto) e affermare invece che sia stato condannato (è stato prescritto per una parte delle accuse, e prescritto non significa condannato). Il “casellismo”, versione più alfabetizzata delle narrazioni antimafia che si sono poi susseguite nel tempo – nei tribunali, nei giornali e nei talk-show – è la volontà arbitraria di far prevalere la verità “storica” sulla verità processuale (quando fa comodo). Ma anche, viceversa, a seconda del comodo, di creare la verità storica in base alle inchieste dei magistrati (la storia scritta nei tribunali). Ed è questo, probabilmente, il peggiore danno che l’antimafia militante dei pm e dei giornali abbiano fatto alla civiltà giuridica e all’Italia in quanto tale. Ed è a questo “casellismo” che si sono abbeverati gli autori della fiction di Pif. Caselli scrive sul Fatto che c’è un “ostinato negazionismo” in chi sottolinea che Andreotti è stato assolto. Peccato che sia stato assolto, il negazionismo è dire il contrario. Se vuole fare lo storico, o il romanziere, Caselli può ricostruire il passato come vuole, con tutte le sfumature indiziarie. Ma se si parla di una sentenza, in cui ha perso la sua partita, dovrebbe evitare.

 

Ma il punto, per il Foglio di sabato, era semplicemente un altro. Sono gli incontri con Bontate. La prima sentenza su Andreotti aveva giudicato che il primo non fosse mai avvenuto, e del secondo non vi è prova o riscontro. L’Appello, in decine e decine di pagine, ha stabilito che, soprattutto per il secondo, possa essere ritenuto attendibile, per una serie di passaggi induttivo-deduttivi, il pentito Mannoia che è l’unico, l’unico, ad accusare Andreotti per quegli incontri. Sul Fatto, Caselli con furbizia evita di parlare del primo “incontro” smentito, accenna solo al secondo e lo dà per sicuro come il giorno del Giudizio sulla base delle parole di “Francesco Marino Mannoia, sul quale mai nessuno ha mai potuto avanzare riserve di sorta”. La sentenza di Cassazione, nel suo riepilogo finale, usa invece così tanti dubitativi e cautelativi giuridici (ne scrive qui sotto Paolo Cirino Pomicino) che sono sufficienti a far capire, si tratta di pura logica, a volerla riconoscere – quantomeno – una cosa: che Andreotti è stato giudicato responsabile di quanto addebitatogli prima del 1980 a prescindere dal fatto che abbia mai incontrato Bontate.

 

Il problema, per tornare alla dimensione pop, è però un altro. Ed è che la fiction Rai La mafia uccide solo d’estate per una comprensibile, ma non giustificabile, scelta ha deciso di basare la sua ricostruzione storica sul “teorema Caselli”, quello per cui Andreotti è stato condannato (invece no) e ha incontrato Bontate (invece, quantomeno, boh). E questa è una brutta cosa. Persone informate dei fatti.

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