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Damiano Cima e l'esplorazione del Giro d'Italia

Se, come sosteneva Armando Cougnet, “il Giro è una nave scuola”, allora le sue strade sono acque da navigare e il corridore della Nippo-Vini Fantini è stato il marinaio più temerario

8 Giugno 2019 alle 11:47

Damiano Cima e l'esplorazione del Giro d'Italia

Scriveva il navigatore e cartografo inglese James Cook, in una lettera all'amico armatore John Walker, che "l'esplorazione è un dono che si fa agli altri". Spinge "l'uomo alla conoscenza e questa conoscenza permette di perfezionare le carte nautiche che saranno utili ai posteri. E questo circolo migliora anche te". Perché altro non è che "un tentativo di immergersi nella madre terra e comprenderne i limiti e la forma". Anche, anzi soprattutto, se non porta alla scoperta di alcunché, "come spesso mi è capitato negli ultimi lunghi viaggi, navighi in mari già visti e solcati, vedi terre che già hai scorto, ma non così, non a tal punto bene da averle intese".

 

E se, come sosteneva il primo patron della corsa rosa Armando Cougnet, “il Giro è una nave scuola”, allora le sue strade sono acque da navigare, rotte ogni volta da ricalibrare e ricalcolare: anno dopo anno una novità continua.

 

C’è chi si affida a una guida, chi all’attesa dell’esperienza altrui e chi invece all'impazienza di vedere come sarà il viaggio. Sono avventurieri, esploratori di asfalto. Sono navigatori in cerca di spazio e, perché no, di visibilità perché il ciclismo è sempre stato anche questo: un tentativo di uscire dal gruppo, un modo di metterci la faccia. Damiano Cima a questo Giro d’Italia ha pedalato seguendo le stelle con una bussola che non era sicuro funzionasse davvero. Ha esplorato quasi un terzo di percorso (932 chilometri su 3.547 totali), faccia al vento, con poche ruote affianco, molto spesso le stesse: Mirco Maestri e Marco Frapporti. Ha pedalato avanti a tutti nella speranza di averli dietro pure all’arrivo. E una volta c’è pure riuscito. A Santa Maria di Sala “ho realizzato il sogno di una vita”, ha detto dopo l’arrivo, dopo essere riuscito a resistere a un gruppo che mangiava svantaggio voracemente. Lui ha cercato di non scomporsi: l’esplorazione prevede calma e accettazione di ciò che succede. “Nel finale ho cercato di mantenere la calma il più possibile – ha sottolineato –, sapevo di essere veloce e ho aspettato gli ultimi 300 metri prima di dare tutto”. Proprio lui che a Marco Pastonesi aveva confidato che a tradirlo spesso è “la sensibilità, troppa, mi provoca nervosismo, e il nervosismo è uno spreco di energie mentali, e quindi anche fisiche. Per tranquillizzarmi cerco di stare vicino ai compagni, dentro la famiglia del ciclismo. Anche l’esperienza e l’abitudine aiutano”.

 


Foto LaPresse


 

Il mare del Giro è riuscito a limarne gli eccessi, le esplorazione a temprargli la pedalata, non il carattere. Prima di salire sul podio di Verona per il premio della Classifica delle fughe e durante la premiazione si guardava attorno un po’ smarrito, come se fosse stupito di essere lì, lui, un Cima qualsiasi in un anfiteatro di gente che vuole i campioni. Eppure le voci di giovani e meno giovani, di donne e di uomini non erano per Carapaz o Nibali in quel momento, erano per lui, per Damiano Cima da Brescia, quello della Nippo-Vini Fantini, quello che era sempre in fuga.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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