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Un cuore di muri e pavé: Alberto Bettiol vince il Giro delle Fiandre

L'italiano conquista la Ronde grazie a una attacco a oltre venti chilometri dall'arrivo. Lo scatto sull'Oude Kwaremont, la difesa sul Paterberg, l'arrivo in solitaria

7 Aprile 2019 alle 17:51

Raccontava Sean Kelly che il Giro delle Fiandre "è una delle corse peggiori da correre, una delle migliori da vincere". L'irlandese la Ronde l'ha corso dodici volte, l'ha sfiorata diverse, non l'ha conquistata mai, l'ha amata tantissimo. Perché "una gara come questa non ha eguali: riassume in sé tutto il ciclismo". Perché "corri in una festa nazionale". Perché "la vince solo uno che sa fare tutto: scalare, sgomitare, non mollare". Perché, soprattutto "è un tarlo che ti si ficca in testa. Qualcosa a cui non puoi fare a meno se la provi".

 

Alberto Bettiol conquista il Giro delle Fiandre 2019

 

Alberto Bettiol aveva incontrato per la prima volte le strade del Fiandre tre anni fa, il 3 aprile 2016: ritirato. Il suo è stato un innamoramento lento, come si confà a tutte le lunghe storie d'amore. Lui che sognava la Sanremo, era rimasto folgorato dalla pietre del nord. Lui che "ho scoperto la magia di queste corse rincorrendo gli altri". Lui che "appena riuscirò a capire come si affrontano i muri sarò protagonista".

 

Lui che l'ha capito oggi, domenica 7 aprile 2019. Lui che ha guardato il gruppetto degli uomini giusti prima dell'ultimo passaggio sull'Oude Kwaremont, ha visto pene e fatiche altrui, e, per giustizia e crudeltà, è scattato. In un attimo il vuoto è apparso alle spalle. Ha assaporato la solitudine più bella, quella dell'avanguardia della corsa. Si è caricato sulle spalle il peso di una ventina di chilometri di sofferenza solitaria, ha oltrepassato il Paterberg, ultimo scoglio prima della piana finale, ha navigato nella pianura fiamminga, ha visto il traguardo per primo e per primo lo ha superato a braccia alzate. E solo lì si è trovato impreparato, incapace di decidere dove guardare, cosa fare, cosa dire: uno shock da vittoria, ossia pura libidine. Perché per Alberto Bettiol questa è la prima vittoria in carriera: un'attesa che valeva la pena di sopportare.

 

 

D'altra parte secondo Achiel Buysse, il primo ad aver vinto tre volte il Giro delle Fiandre, "vincere una Ronde vale un'intera carriera di piazzamenti, anzi molto di più". D'altra parte secondo Fiorenzo Magni, primo italiano ad aver trionfato qui (e per tre volte), "i fiamminghi sono talmente gelosi di questa corsa da rendertela impossibile: se ci riesci a finirla sei pronto a tutto, se riesci a primeggiare sei a posto con ogni cosa".

 

Alberto Bettiol ci è riuscito dopo dodici anni di assalti tricolori vani - l'ultima vittoria azzurra è stata nel 2007 griffata da Alessandro Ballan -, dopo milioni e milioni di parole spese sul declino verticale del ciclismo azzurro.

 

Alberto Bettiol ci è riuscito dopo una corsa che è stata un rimescolamento continuo, un vagare per terre di Fiandra in balia di attacchi e contrattacchi, di avanguardisti improvvisati, di tentativi di fuga organizzati, realizzati, rivendicati, tutti addomesticati da un manipolo di uomini da pietre incapace di accettare una possibile supremazia altrui, ma indeciso sul da farsi, sebbene assolutamente certo di non voler regalare troppo vantaggio a nessuno. Nobilitato da un Mathieu Van der Poel che dopo aver bucato ed essere finito a terra malamente, si è rimesso in bicicletta e ha recuperato tutto solo il gruppo dei più forti, prima, addirittura, di provare l'attacco.

 

E in questo scenario ancora più magnifico è stato il coup de théâtre messo in scena dal toscano, uscito nel modo giusto e nel momento giusto, per volontà e ostinazione. Quasi a giustificare che il Fiandre bisogna volerlo davvero, bisogna sentir battere dentro un cuore di muri e pavé.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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