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La Strade Bianche è un effetto speciale

Si disputa la tredicesima edizione della corsa tra gli sterrati senesi. Una gara nata stagionata, già divenuta un appuntamento imperdibile perché dentro contiene tutto il ciclismo

8 Marzo 2019 alle 12:21

Non antica, al massimo postmoderna. Perché rivincita della narrazione in un ciclismo che aveva iniziato a snarrarsi, snaturarsi, computerizzarsi. E forse così lo è ancora, ma non importa, perché in giornate così questo sport ritorna a narrarsi, a elevarsi, ridiventa analogico.

 

È recente, recentissima – ché dodici anni in una storia secolare sono un refolo di vento –, ma è nata già stagionata, già storica, quasi fosse esistita da sempre. Perché è geologica, la struttura e la composizione di questo angolo di crosta terrestre te le ritrovi tutte addosso; perché è agreste per svolgimento, medieval–senese per principio e conclusione; perché è peregrina, straniera rispetto a tutto quello che c'è in giro, unica e per questo causa di meraviglia; perché è polverosa, un inno a decenni e decenni di corse in bicicletta, un monito di quello che è stato e in fondo ancor è il ciclismo: fatica che ti si appicca in faccia.

 


Foto LaPresse


 

È la Strade Bianche per evidenza cromatica, almeno da lontano, se ci si alza dal suolo, se si vola sopra colline dolci, pastello, dove il nero asfalto delle carreggiate è una minoranza rispetto a quel gomitolo di ghiaia che si srotola tra i pendii. È visione ottimistica però, perché da vicino le cose cambiano, soprattutto quando viene giù l'acqua dal cielo e tutto muta, anche il bianco si colora.

 

Ci sia il sole o la pioggia la Strade Bianche è un effetto speciale, trasformismo cromatico, uniformazione. Si parte in un modo, si arriva in un altro. Con il bel tempo si è mimi, bianchi di cipria: Marcel Marceau. Se il clima vira al peggio si è film: Brutti, sporchi e cattivi. In ogni caso si è maschere. Forse per questo si corre in primavera: è un carnevale in bicicletta. C'è il vincitore e lo sconfitto, c'è il fortunato e lo sfortunato, c'è lo spaccone e lo spaccato. Come in ogni corsa, ma qui tutto è esaltato da volti che perdono le loro caratteristiche, da facce che si contorcono all'impennarsi del terreno.

 

La Strade Bianche è arrivata alla tredicesima edizione. Sembrava un azzardo, uno di quelli un po' matti, un'operazione nostalgia. È diventato uno di quegli appuntamenti imperdibili. Greg Van Avermaet lo dice ogni anno, l'ha ribadito pure ieri a Cycling News:"Non vedo l'ora che arrivi Strade Bianche perché è una delle gare più belle di tutta la stagione". Talmente imperdibile che riesce a mettere d'accordo un po' tutti: dagli ex ciclocrossisti ai cacciatori di classiche del nord, dagli uomini da giri a quelli amanti delle missioni impossibili, uomini sempre in fuga, gente a cui mal si addice lo stare in gruppo. Siena, luogo di partenza e di arrivo, per un giorno si è elevata a capitale di un mondo errante, ma che sa con un colpo d'occhio capire dove sono quei luoghi che si possono chiamare casa. Lo ha capito in un attimo Wout Van Aert, campione del ciclocross prototipo di gran corridore su pietre e sterrati: "Non vedo l'ora di tornare, è quel genere di corsa che sogni quando inizi a pedalare". L'anno scorso fu terzo, nell'ultima salita cadde dalla bicicletta svuotato di ogni energia: "Non sono mai stato così stanco come quel giorno. Stavo recuperando su Benoot, ero davanti a Romain Bardet, pensavo addirittura di vincere, poi capii di non averne più. Avevo male ovunque, ma mollare non era un'opzione. In queste corse mollare non è mai un'opzione".

 

 

Fu chiaro fin da subito, dal 2007, che la Strade Bianche non era una corsa come le altre. "Per tanti di noi fare correre qui è stato come tornare ragazzi. Tutti abbiamo pedalato in gioventù su strade sterrate, e farlo su questi sentieri è stato ritrovare qualcosa di bello e divertente. E' stata una corsa dura, ma io mi sono divertito. Può diventare una gara molto importante del calendario", disse alla Gazzetta il primo vincitore Aleksandr Kolobnev. "Ero in macchina a seguire la gara quando mi è venuto vicino un corridore che si stava staccando. Di solito, in questi casi, ti dicono sempre 'ma che brutta corsa, che faticaccia, non la rifarò mai più'. Invece: 'Che gara fantastica, peccato che non abbia la condizione giusta per fare bene'", raccontò Franco Ballerini. "Il percorso è uno spettacolo, anche per il pubblico, perché riporta alle corse del passato. E con oltre duemila metri di dislivello si può paragonare al Fiandre", o almeno per Alessandro Ballan. "Ha un fascino particolare. Ho provato a spiegarlo anche ai miei compagni. È una corsa che ha solo due anni di vita eppure sa di storia d'altri tempi, di foto in bianco e nero, di cronache ricche e drammatiche quasi da bollettini di guerra. Insomma, è come se alla partenza si entrasse tutti in una macchina del tempo e poi si pedalasse insieme con Girardengo e Binda", ne tesse le lodi Paolo Bettini, ultimo al traguardo della seconda edizione.

 

 

Si chiamava ancora Eroica Monte dei Paschi, perché grazie all'Eroica il ciclismo ha riscoperto la polvere, perché dell'Eroica era la dimensione sportiva, voluta allora da Giancarlo Brocci che dell'Eroica è uno dei padri. Fu un errore storico: non meritava il titolo. Perché L’Eroica è viaggio: in Toscana, dal Chianti sino a Montalcino e ritorno, nel tempo, solo su bici d’epoca, soprattutto dentro se stessi. È durata due anni quella denominazione, poi si è passati a chiamarla come andava chiamata.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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