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Marco Pantani e l'inizio di una passione

Il Pirata avrebbe compiuto oggi 49 anni. E' stato un'epifania, un illuminazione, un cuore che batteva in milioni di cuori, qualcosa di irripetibile

13 Gennaio 2019 alle 17:51

Quarantanove anni fa, oggi, nasceva Marco Pantani. Quello che è stato Marco Pantani per il ciclismo è difficile da spiegare. Troppo complicato descrivere qualcosa che ha superato i confini dello sport e si è trasformato in fenomeno sociale e non solo sportivo, in racconto e non solo cronaca, in passione e non solo tifo. Marco Pantani è stato un errore storico, un rigurgito eccezionale di un ciclismo d'antan che si era perso, assopito, che era sparito e mutato. Marco Pantani è stato anche però ipermoderno, futurista, anni luce avanti a uno sport che stava cercando di trovare una sua dimensione. Marco Pantani è stato soprattutto un atleta che è riuscito a riportare il ciclismo a una dimensione nazionalpopolare, a far interessar di bici e pedivelle, di scatti e fughe anche chi di bici e pedivelle, di scatti e fughe non si era (quasi) mai interessato. E' stato un'epifania, un illuminazione, un cuore che batteva in milioni di cuori, qualcosa di irripetibile. Di Marco tocca parlare al passato e ogni volta che si parla, al passato, sale una certa angoscia, sicuramente un senso di vuoto. Quello che ha significato la sua morte, il 14 febbraio 2004, chi scrive ha provato a spiegarlo qui e forse non c'è riuscito del tutto.

 

Quello che leggerete di seguito è l'introduzione del libro "Girodiruota. Viaggio in bicicletta, tappa dopo tappa, alla ricerca del Giro d'italia", edito nel 2014 da Stampa Alternativa.

 


  

"Tutto iniziò il 4 giugno 1994, a casa, sul divano. Muovevo le dita sul telecomando. La bici per me già c'era, una costante, mezzo di svago e spostamento, soprattutto per campi e colline, per andare in oratorio a giocare, o al campo a inseguire un pallone. Da quel giorno la bicicletta divenne anche qualcos'altro: ciclismo.

 

Era la settantasettesima edizione. La vinse Berzin, russo, che aveva appena ottenuto il successo alla Liegi-Bastogne-Liegi. Indurain terzo, unica macchia nel palmares del campione spagnolo: dopo aver vinto tutto, una battuta a vuoto. Si riscatterà al Tour. Fu soprattutto il Giro di Marco Pantani. Secondo in classifica generale, primo uomo a mettere in grande difficoltà il Navarro.

 

Sino ad allora il ciclismo l'avevo visto qualche volta con mio nonno. Poi lui se ne andò e rimase solo il calcio. Ma quel giorno qualcosa cambiò. Era la 14a tappa, la Lienz – Merano, 235 km. Passo Stalle, Furcia, Passo delle Erbe, Eores, un po' di falsopiano e infine il Passo di Giovo. Sulle pendici dell'ultima salita, un ragazzotto con pochi capelli e la dinamite nei polpacci vede la strada inerpicarsi, non ci sta più nella pelle, si guarda attorno e lascia sulle gambe i suoi avversari, va a riprendere Richard e Buenahora, li supera e si butta in discesa. Dal traguardo lo separano 43 chilometri, li fa a tutta, pancia sul sellino, la posizione dei matti discesisti del pedale, poi mulinando il rapportone con rabbia. Rosicchia quaranta secondi ai migliori. Quel ragazzotto era Marco Pantani, quel suo scatto due minuti dopo aver sintonizzato la televisione sul Sei che dal 1993 al 1997 trasmise il Giro al posto della Rai, il primo chiaro ed indelebile ricordo ciclistico.

  

Il giorno dopo mi riposizionai sul divano, accesi la televisione e cercai il ragazzetto del giorno prima. Da Merano si saliva all'Aprica. In mezzo lo Stelvio, il Mortirolo, il Passo dell'Aprica e infine il Valico di Santa Cristina, ultimo scoglio prima della discesa che portava la traguardo. Il Passo dello Stelvio si esaurisce tra tornanti e il falsopiano che porta a Mazzo di Valtellina. Da lì una lingua di fatica di 11,8 chilometri che da valle porta ai 1852 metri del Passo del Mortirolo, un inferno. Marco scatta prima di metà ascesa, va a riprendere uno a uno i fuggitivi della prima ora, tra i quali Chiappucci, il suo capitano alla Carrera, scattato sullo Stelvio. Indurain capisce subito che non è il caso di seguirlo, Berzin, invece ci prova ma quattro chilometri dopo quasi si pianta. Lo spagnolo invece recupera tutti,  alla sua ruota rimane solo il colombiano Nelson 'Cacaito' Rodriguez. I due si gettano in discesa, Pantani li aspetta, inutile stare a prendere vento per oltre 20 chilometri da solo quando si ha dietro il miglior passista al mondo. I tre avanzano assieme, cambi regolari. Tutto si deciderà nell'ultima salita. Ed è lì che Pantani scatta di nuovo. Una fucilata che ammazza le resistenze del Navarro e dello scalatore sud americano. Il campione spagnolo si pianta, viene superato da Chiappucci e Belli, viene lasciato anche da Rodriguez. Conclude quinto a quattro minuti e mezzo dall'elefantino, che dal 1997 diventerà il Pirata.

 

Chiuderà secondo. Lo vincerà 4 anni dopo, anno domini 1998. Doppietta Giro – Tour. Ma questa è un'altra storia".

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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