L’amore perduto. Marco Pantani e quel che resta di San Valentino

Quattordici anni fa in una camera di un residence di Rimini se ne andava il Pirata. Da allora per un grande numero di persone la festa degli innamorati ha iniziato ad avere un significato diverso

14 Febbraio 2018 alle 06:00

L’amore perduto. Marco Pantani e quel che resta di San Valentino

Marco Pantani all'arrivo della 19esima tappa del Giro d'Italia Cavalese - Plan di Montecampione (foto LaPresse)

Quella camera non c'è più, come non c'è più nulla di quel 14 febbraio a Rimini. Non l'edificio, non le vie deserte, non quella brezza fredda che trapassava i giubbotti. Tabula rasa, solo un ricordo che ancora si palesa, una sensazione di assenza, ma sempre più vaga, per quanto ancora presente. E' un collage di immagini e parole, di una sigla di telegiornale, di una bicicletta che vagava in salita, di un volto sorridente, ma solo a tratti felice, di occhi trionfanti, ma velati di una nostalgia antica, di occhi trasformatosi poi in rammarico, che si facevano via via che il tempo passava distanti e perduti. Immagini che tutti avevano visto, immagini di giubilo e fatica, macchiate di rosa e di giallo, divenute in pochi istanti la rappresentazione di quell'assenza, di un addio, quello a Marco Pantani. Il Pirata fuggì per l'ultima volta quel giorno, quel 14 febbraio di quattordici anni fa, in quel San Valentino che rappresentò per tanti, l'ultimo San Valentino di un'epoca andata e il primo di una nuova. Uno spartiacque, prima e dopo, come c'è un prima e un dopo a una relazione, un prima e un dopo a un amore. Quel giorno, quel 14 febbraio 2004, è stato essenzialmente questo, almeno per chi Pantani lo ha visto in bicicletta, lo ha vissuto nei suoi scatti, ne ha condiviso, anche se a distanza, cadute e risalite.

 


Marco Pantani durante il Giro d'Italia del 1998 (foto LaPresse)


 

Pantani verso la fine degli anni Novanta non era solo uno sportivo, un ciclista, rappresentò altro. E lo rappresentò per moltissime persone. Sotto quella bandana, sopra quella bicicletta, in quelle ferite che gli segnavano il corpo, lo rendevano unico e inimitabile, non c'era solo un uomo, c'era un pezzo di mondo, quello che viveva le piccole sfighe della vita e che, anche grazie a quel ragazzo pelato e mingherlino, riusciva a trovare il coraggio di affrontarle e qualche volta vincerle. C'era un popolo di più o meno "sfigati", di persone che vivevano con dignità il loro rincorrere sempre, e fuori ritmo, le cose, e la loro non aderenza ai canoni standard della società, che vedeva nel Pirata un esempio, una possibilità di redenzione. E poco importa se Pantani era tutto tranne che affetto da normalità, e poco importa se anzi era l'emblema di una superiorità fisica e ciclistica lampante, almeno quando la strada saliva. Le cadute e gli incidenti che lo trattenevano a terra che non gli permettevano di involarsi, erano la perfetta rappresentazione della vita normale, quella di tutti i giorni. C'era qualcosa di tragico nel Pirata, qualcosa di sisifeo. Qualcosa di molto umano.

 

E quando è morto, quando quella camera di un residence di Rimini diventò la sua ultima camera, tutte queste persone hanno dovuto fare i conti con il passato, con il loro sentimento d'amore sportivo per quell'uomo, con tutti i successivi San Valentino che Dio avrebbe mandato in terra. Perché chiunque ha amato Pantani ricorda con esattezza dov'era e cosa stava facendo quando gli è arrivata la notizia, quando ha scoperto che il Pirata se ne era andato e questa volta per sempre.

 

 

E' un rapporto insolito quello che lega un appassionato di ciclismo a un campione, qualcosa che "supera la naturale comprensione delle dinamiche del tifo e rasenta invece l'attrazione, il misticismo", raccontava il grande giornalista Mario Fossati narrando di quando un contadino di Albenga incontrò Costante Girardengo e si dovette sedere per l'emozione, prima di afferrargli la mano e riverirlo di ringraziamenti. "C'è una reciprocità che lega ciclisti e tifosi che è indissolubile", perché si basa su di una "esperienza comune: la bicicletta e la fatica che si prova nello spingerla". E questo è ciò che distingue il ciclismo da tutti gli altri sport, "che trasforma il tifo in amore, anche se lontano".

 

Raccontava lo scrittore Achille Campanile che "dato che il ciclista è di per sé sportivo solitario, che sulla bicicletta fatica in quasi perfetta solitudine, il pubblico si sente vicino, si affatica con lui. E questo perché si tiene per una persona, non per una squadra o un giocatore all'interno di una squadra. Si vuol mettere come è più profondo il legame instaurato? Avevo un amico che teneva a tal punto per Alfredo Binda da chiamare Alfredo il cavallo. E quando lo conobbe davvero dopo una riunione su pista gli diede del tu e gli raccontò di sua moglie come se il Binda fosse un suo sodale da sempre". Pur con la solita ironia, lo scrittore romano sottolinea come "non c'è da meravigliarsi che un tifoso possa amare un campione: sa quello che prova e quant'è speciale quello che fa: è il sentimento più vicino a quello che si può avere per la propria moglie".

 

E così, nonostante appassionati e ciclisti siano distanziati da una transenna o da uno schermo televisivo e probabilmente non si incontreranno mai per davvero, non riusciranno mai a scambiarsi una stretta di mano e a parlare tra loro, c'è un legame intimo che lega i primi ai secondi.

  

"Si può amare qualcuno anche senza averlo mai conosciuto. Ed è amore vero, profondissimo allo stesso modo". In un carteggio tra Giuseppe Ungaretti e il suo editore, il poeta raccontava la storia di un suo commilitone, Lauro Ragusa. Era il gennaio del 1917 quando lo incontrò nelle retrovie del fronte. "Rimasi affascinato da un uomo di buone letture, di aspetto rozzo ma dotato di un'intelligenza acuta, da un sentimento purissimo nei confronti di una donna che non aveva mai incontrato". Ungaretti, con l'idea di pubblicare a margine della sua raccolta di poesie, fece avere una copia di una lettera straziante, l'ultima che Ragusa scrisse per Rachele, la sua amata, morta di tisi due anni prima.

  

"La vita è una stranezza a cui fatico a trovare il senso. E pur so che il mio amore è profondo e purissimo e che mai ho amato altra donna nel modo che so di aver amato te. Gli spari aumentano al fronte. Lì tornerò a breve e so che ogni giorno può essere l'ultimo mio giorno su questa terra. Mi trovo a scrivere che manca poco al giorno degli innamorati e questo è il giorno che ho santificato al tuo ricordo, perché da quando m'è giunta la notizia del tuo addio in me nel giorno dell'amore solo un pensiero resta, quello di te e del tuo viso, che ha stretto il cuore mio a te per sempre. Pensare che nella vita mai ho osato rivolgerti la parola, ma ti ho amata come nessuno altro. Quando ti incontravo la strada per me diventava bellissima e la mia bicicletta prima ti seguiva, poi si affannava verso la velocità per smaltire la gioia che avevo. I chilometri che ho fatto! Quanti chilometri ho fatto solo per te! Ti santificherò anche questo giorno degli innamorati, perché so che di certo a breve ci incontreremo in un mondo che forse mi permetterà di conoscerti, parlare e amarti come non sono stato capace di farlo in questo".

 

Lauro Ragusa, racconta Ungaretti, morì poche settimane dopo avergli affidato la lettera. Morì sul fronte dell'Isonzo, "forse per fatalità, forse per accelerare il ricongiungimento con la sua amata". Morì poco dopo quel suo ultimo San Valentino vissuto con l'angoscia nel cuore. Lasciò la vita e con lei quella sua bicicletta che lo aveva portato da Pola a Milano per inseguire i campioni del ciclismo. Corse poche gare con il numero attaccato alla maglia di lana. Non si ha ricordo di piazzamenti di prestigio, la guerra lo portò in trincea prima che potesse anche solo provare a diventare un nome da albi d'oro, ancor prima che potesse parlare alla sua Rachele.

 

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Prima lo scatto sul Passo di Monte Giovo e la planata verso Merano, poi il vuoto sul Mortirolo e sul Valico di Santa Cristina. In due giorni lo scalatore romagnolo ribaltò il ciclismo

 

Quella lettera di Lauro Ragusa, cento e uno anni dopo essere stata scritta, richiama alla memoria qualcos'altro. Ed è una storia che parla sempre di amore e biciclette, ma dove non ci sono Rachele, non ci sono trincee e proiettili. Il substrato è però lo stesso e richiama alla stessa assenza, alla medesima passione scomparsa. E' un amore diverso, forse meno fisico, forse meno profondo emotivamente, ma che tocca le stesse corde, quelle spezzate dal tempo e dall'addio. Quelle che legavano Marco Pantani ai suoi tifosi e che hanno segnato il lutto di un'intera generazione di appassionati. Sono due episodi diversi che però non stridono assieme e non lo fanno perché mossi da uno stesso ricordo commosso. Quello che ancora porta la gente a scrivere Pantani sull'asfalto di una grande salita del Giro d'Italia, quello che si intravede nei cartelloni "PANTANI VIVE", in rigoroso maiuscolo, che spuntano a ogni corsa, quello che spinge giovani e meno giovani in pellegrinaggio a Cesenatico, o in bici sul Carpegna, sul Mortirolo, sul Galibier e ovunque ci sia una targa in memoria del Pirata. Quel Pirata che ancora, a quattordici anni dalla morte, resiste all'oblio del tempo, rimane presenza indelebile nel ricordo degli appassionati, fa ricordare dove si era e cosa si stava facendo quando la notizia arrivò, quando quel 14 febbraio del 2004 cambiò per sempre il ricordo di cos'era sino ad allora San Valentino.

 

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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