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Il Valverde mondiale è un urlo tra le mille facce di Innsbruck

Lo spagnolo a 38 anni vince il suo primo campionato del mondo dopo due argenti e quattro bronzi. Gianni Moscon termina al quinto posto, migliore degli italiani

30 Settembre 2018 alle 20:32

Il Valverde mondiale è un urlo tra le mille facce di Innsbruck

foto LaPresse

Innsbruck. Innsbruck è un ghigno che diventa sorriso, che esplode in un urlo. Giù da le montagne, tra le strade della città tirolese, sotto un sole che sembra studiato per far luccicare il tettuccio d’oro simbolo della città a favor di telecamere, Alejandro Valverde si è preso quello che gli mancava, che aveva diverse volte sfiorato, due volte secondo e quattro volte terzo, che era diventato una specie di ossessione e maledizione: il Mondiale. Sino a oggi l'aveva sempre lasciato per strada, un po’ per distrazione, un po’ per generosità: che vincano gli altri, prima o poi arriverà il mio momento. Sembrava non dovesse arrivare mai, un nome tra tanti che la maglia iridata non l’hanno mai vinta. Ma se di soprannome fai El Imbatido, così non può finire. E così il suo momento è giunto oggi, anche se che chissà perché l’Uci ha continuato a chiamarlo Alessandro per tutto il giorno, quasi fosse un esorcismo, forse per illudere la truppa numerosissima di confinanti. Il suo luogo è stato Innsbruck, il suo segno distintivo il solito: la velocità dopo la sofferenza, questa volta lunga 285,5 chilometri. Gli ultimi cinquecento metri in volata dopo altri cinquecento circa passati a fare da frangivento in testa al gruppetto, che nel ciclismo quasi sempre vuol dire beffa. Ma non questa volta. La sua ruota l'hanno presa in tre - Bardet, Woods e Dumoulin -, non l'ha superata nessuno. Primo, come altre volte, ma mondiale, come mai. E in tutto questo il suo viso che cambia, che si trasforma, che esplode quasi a far scomparire le rughe, che è gioia che diventa pianto, e mentre scendono le lacrime l’età riprende spazio sul suo viso e le rughe che riappaiono rendono onore a una carriera che non sa e non vuole far finire. 

 

 

Poteva finire diversamente, o forse no, forse doveva finire così, perché "Innsbruck è un concentrato di fede e fatalismo", raccontò Ettore Sottsass, che qui nacque per via di madre e che da qui ogni tanto tornava. Certamente è finita con Peter Sagan che sale sul palco delle premiazioni e lascia la maglia che aveva vestito per tre anni al suo successore con un sorriso. Un siparietto voluto dallo slovacco, un po' per disabitudine a lasciare quello che sentiva suo, un po' per omaggio a un corridore che sembra vivere in una costante primavera, che non vuole concedersi all'autunno. La faccia di Sagan è serena, contenta, diversa da quella sbuffante, soffiante, imprecante che aveva nel momento in cui aveva iniziato a vedere quello che non è abituato a vedere, ossia schiene e metri e metri di distacco dalle schiene giuste. La stessa di tanti, dei più. La stessa di Daniel Martin a una cinquantina di chilometri dall'arrivo, quando ha capito che le gambe erano quelle che erano, cioè legno, e non ci sarebbe stato nessun regalo per i suoi due gemellini freschi di nascita. La stessa di Michal Kwiatowski quando manda a quel paese la salita, il Mondiale e forse pure se stesso e svuota le guance gonfie d'aria mentre tira i remi in barca. La stessa di Vincenzo Nibali quando ha capito che il tempo perso a curarsi per quella maledetta caduta sull'Alpe d'Huez era forza in meno sui pedali, quella necessaria per stare con i migliori di giornata. Quella di Gianni Moscon è una chiusura di palpebre, quasi di rassegnazione. Lo ha fatto due volte, la prima mentre le sue ruote iniziavano a zigzagare sull'ultima salita, la seconda quando ha visto da lontano quattro macchie di colore giocarsi le medaglie e lui staccato di una dozzina di secondi, troppo poco non sbuffare. Non se la prenda a male il trentino, è il più giovane tra loro, ci saranno altre occasioni.

 

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Ci sono facce e facce per le strade di Innsbruck. Quelle colorate di bandierine, quelle che si ritraggono in selfie collettivi praticamente ovunque. Quelle rosse di sole e di birra dei tifosi alle prese con boccali da svuotare, nemmeno poi tanto dissimili da quella rossa di sforzo di Romain Bardet sull'ultima ascesa. La strada che porta a Gramartboden è in pratica una parete d'asfalto, più che una salita sembra un supplizio. La chiamano Höttinger Höll e il nome si presta a diventare spot: "Highway to Höll". Poi intrattenimento: in piazza e in televisione viene sparata a palla la canzone degli Acdc. Gli austriaci apprezzano, gli altri tifosi pure. Una ragazza si esalta, inizia a saltare, si gira verso il ragazzo che le sta accanto, lo bacia e lui sembra tutt'altro che turbato, forse sorpreso, ma felice. Sorride contento.

 

La stessa contentezza che rimane impressa pedalata dopo pedalata anche nel volto di Antwan Tolhoek, 24 anni, olandese, scalatore per fisico, movimenti sui pedali e pure per indole. Uno che a far fatica gli viene l'allegria, che se la ghigna pure sul palco quando la squadra olandese - cinque nei primi trenta anche se con Tom Dumoulin giù dal podio per un soffio - sale per ritirare il premio per la migliore nazionale. Oggi gli è andata male, c'ha provato al penultimo giro, ha fatto qualche chilometro in testa, è stato ripreso. 

 

Ed è felice pure Rob Britton, canadese, 34 anni, settantaseiesimo al traguardo, che vuol dire diciannove minuti e trentasette secondi in più del vincitore e due secondi in più di Gianluca Brambilla, che vuol dire ultimo, che vuol dire faccia stanca, ma sorridente, perché "intanto sono arrivato", e mica è poco, soprattutto "perché eravamo partiti in 188 e 112 non ce l'hanno fatta, sono stati raggiunti dal camion scopa". Quello di Britton è un Mondiale che è un testacoda, in fuga per oltre duecento chilometri, in testa per dare cambi, a credere che l'impossibile quasi mai accade ma chissà, prima di venire ripreso da tutti, ma proprio tutti. E mentre passa il traguardo il suo connazionale Michael Woods era già sul podio a mettersi al collo un bronzo che sembrava quasi una chimera in mattinata.

 

Ci sono facce e facce per le strade di Innsbruck. E quella di Michael Valgren è stata un compendio di tutte le espressioni possibili. E' stata ghigno e poi illusione, è stata sorriso e poi sofferenza, è stata broncio e poi disincanto. E' stata quella di chi ha provato a sfidare la sorte a ventidue chilometri dall'arrivo: uno scatto e via per tentare di anticipare i soliti noti. Una trentina di secondi di vantaggio massimo, la speranza che potessero bastare nonostante la cattiveria dell'ultima salita, nonostante la maggiore freschezza degli inseguitori. Poi le pendenze si sono infilate tra i muscoli, ne hanno rallentato il cammino, l'hanno fatto riprendere e rimbalzare. E' arrivato settimo, ha allargato le spalle, meglio che niente, una bella avventura.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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