cerca

L'infinito mondo a pedali di Edwige Pitel arriva a Innsbruck

Ai Mondiali di ciclismo correrà anche la 51enne francese. Ma non chiamatela nuova Jeannie Longo: "Non abbiamo la stessa esperienza, la stessa storia"

29 Settembre 2018 alle 10:19

L'infinito mondo a pedali di Edwige Pitel arriva a Innsbruck

Foto tratta dalla pagina Facebook di Edwige Pitel

Innsbruck. Correre per correre, forse perché ha sempre corso e va bene così. Atletica leggera, ma da adolescente, buoni risultati ma troppo tempo lontana dai libri. Lascia le competizioni a diciassette anni. Inizia a correre allora tra casa e l'università per evitare di essere in ritardo. E poi per l'Europa, dalla Francia alla Gran Bretagna, dottorato in informatica presso l'Imperial College di Londra. La vedono correre e le dicono perché non torni a correre? Lo faccio già. Insistono: perché non torni a correre davvero? Troppo vecchia, si dice, a 25 anni ormai il meglio è andato. Insistono ancora: "Le qualità non si perdono, al massimo le si possono rielaborare". E così ha ripreso. Prima per hobby, per ingannare il tempo e gli anni che passavano, per tenersi in forma, finché c'ha preso gusto: riprese per davvero. Fondo, mezzo fondo, mezze maratone. Ma esile com'è almeno una volta all'anno si trova in infermeria. E dall'infermeria una volta esce in bicicletta. Le dicono: "Pedala per tenere il tono muscolare e non caricare troppo i legamenti". Finisce che se ne innamora. Da quel momento, era il 1998, Edwige Pitel decide che correre non le bastava più, o almeno a piedi, solo a piedi. Meglio affiancare alle scarpe da corsa i pedali: duathlon.

 

A trent'anni una nuova vita, o meglio la stessa: casa, lavoro, corsa, ma doppia. Due titoli mondiali in quattro anni (2000 e 2004) e l'idea che pedalare soltanto non era poi tanto male, soprattutto perché il duathlon all'Olimpiade non ci va, mentre il ciclismo sì e lei: "Volevo disputarle almeno una volta nella mia vita. Ecco perché sono passato al ciclismo", ha detto a Rouleur. Ad Atene ci va, ma le cose non vanno come sperava. Ventesima a cronometro, trentaduesima in linea. Andrà meglio la prossima volta, si dice. Non avrà occasione di riprovarci. E non per demerito. Nel 2008 va alla grande, ma le preferiscono altre. Nel 2012 niente di che, e sa benissimo che non c'erano possibilità. Nel 2016 vince i campionati francesi, si piazza tra i dieci in qualsiasi corsa e in salita, al solito vola. Ma la lasciano a casa. La Federazione voleva gente giovane, persone da mettere in copertina dei giornali e lei, a quasi 50 anni, non rientrava nei canoni di selezione. "Volevo fermarmi, lasciare il ciclismo come già nel 2008. Ero stufa di combattere contro i mulini a vento. Ma tutti mi hanno detto: 'Daresti loro ragione'. Ho continuato".

 

E ha continuato bene Edwige Pitel, nonostante negli ultimi dieci anni abbia lavorato a tempo pieno come ingegnere informatico per il comune di Grenoble. Oggi, a 51 anni, disputerà la prova femminile dei Mondiali di Innsbruck. Un gran risultato per una che aveva intenzione di ritirarsi dalle gare di alto livello lo scorso autunno. Poi all'ultima gara stagionale si ruppe lo scafoide e la caviglia spezzati e decise che non era ancora tempo per mollare, che avrebbe continuato, perché "sono una perfezionista e non volevo finire male", ha raccontato a Rouleur.

 

Per continuare è andata a ricercare stimoli oltre Oceano, in America, "il mio sogno". Ferie di sei settimane approvate e una  primavera tra Grand Canyon e decine di corse. Alla Joe Martin Stage Race in Arkansas è arrivata quinta, ma cinque secondi davanti a Chloe Dygert, che è campionessa mondiale di inseguimento su pista e medaglia d'argento olimpica ed è soprattutto più giovane di trent'anni. "Non mi sento addosso l'età che c'è scritta sulla carta d'identità. Se so quanti anni ho, è solo perché tutti si raccomandano con me ogni volta che faccio qualcosa dicendo: 'Oh, hai 44 anni, hai 45 anni, hai 50 anni". Se così non fosse mi sarei già dimenticata di quanti compleanni ho alle spalle".

 

Edwige Pitel è ancora in sella e sa che non sarà l'età a frenarla. "Il circuito mondiale è duro, io in salita vado bene. Chissà". Ma non chiamatela la nuova Jeannie Longo, la più forte ciclista francese della storia, capace di vincere sino a 52 anni. "Non sono lei e non sono come lei", ha detto al Monde. "Ha una brutta nomea nel mondo del ciclismo e ha una brutta nomea anche per me", dice riferendosi allo scandalo doping che ha colpito il marito, Patrice Capelli, trovato in possesso di Epo, e al caso della doppia non reperibilità ai controlli antidoping della francese. "E soprattutto non abbiamo la stessa esperienza, la stessa storia! Lei ha avuto quarant'anni di ciclismo, io solo quindici. siamo due storie completamente diverse".

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi