cerca

Il Mondiale di Rob Britton, nuovo capitolo del romanzo degli ultimi

Il canadese è stato il Malabrocca, il Carollo, il Pinarello di Innsbruck. E' un'altra storia di ultimi classificati, a cui Marco Pastonesi ha dedicato un libro: Spingi me sennò bestemmio

1 Ottobre 2018 alle 18:07

Il Mondiale di Rob Britton, nuovo capitolo del romanzo degli ultimi

Foto tratta dal profilo Twitter della nazionale canadese di ciclismo

Certo la gente non "arriva in mucchio e si stende sui prati", quando corre Rob Britton, ma, almeno ieri a Innsbruck ha aspettato il suo arrivo, anche se non per ore e ore, è bastato molto meno, anche se non è saltata in piedi e lo ha salutato con la mano. Mica è il Tazio Nuvolari di Lucio Dalla, mica è rappresentazione della velocità in un mondo che andava lento. Ora il mondo va veloce e la velocità quasi non è più sensazionale. Quando però Rob Britton è sceso di bicicletta dopo il traguardo del Mondiale di ciclismo, appena prima del camion scopa, la gente ha applaudito. Forse per scaldarsi le mani per il podio che da lì a poco si sarebbe riempito; forse per onorare chi ha comunque portato a termine la gara – mica era facile, che 258,5 erano i chilometri e 4.670 i metri di dislivello –; forse perché non sarà Nuvolari, ma anche lui ha un corpo eccezione, sebbene non sia basso di statura e non abbia cinquanta chili d'ossa: un metro ottanta per poco meno di settanta chili, battiti cardiaci pochi, cassa toracica capiente, voglia di arrendersi nessuna.

 

Il Valverde mondiale è un urlo tra le mille facce di Innsbruck

Lo spagnolo a 38 anni vince il suo primo campionato del mondo dopo due argenti e quattro bronzi. Gianni Moscon termina al quinto posto, migliore degli italiani

 

E ci mancherebbe che non fosse così per uno che nel 2006, a 22 anni, da Regina, centro un po' desolato del Canada, si è trasferito a Victoria, estremo ovest, per costruire navi da crociera e poi per vendere aspirapolvere industriali. Mica ci pensava a diventare ciclista il canadese impegnato com'era a cercare di sbarcare il lunario. Aveva corricchiato da giovane, "ma facevo un po' schifo", ha detto al Times Colonist. Poi la passione gli tornò e la gamba girava così bene che aveva iniziato pure a vincere: "Sono passato professionista a 26 anni, dannatamente vecchio per fare il primo passo tra i pro". Un contratto che non era niente di che, ma che valeva l'altro, quello da costruttore di navi. Tanta fatica, ma anch'essa niente di che, almeno a paragonarla con l'altra. I risultati invece erano buoni, molto buoni, un miglioramento continuo: dai primi successi in gare di terz'ordine sino alla vittoria al Tour of Utah nel 2017, che non sarà il Tour de France, ma tanto male, almeno in America, non è. E poi la nazionale: a Bergen un anno fa fu 48esimo a cronometro, ieri a Innsbruck settantaseiesimo nella corsa il linea. E' arrivato a diciannove minuti e trentasette secondi da Valverde, dopo aver iniziato la prova mondiale in fuga ed essersi fatto oltre duecento chilometri avanti al gruppo. Ma è arrivato. Contando che sono stati centododici i ritirati è un ottimo risultato.

 

Ultimo, che poi non è altro che primo se si gira la classifica. Ultimo, perché se uno vince, tanti si piazzano, qualcuno deve pur chiudere. Ultimo, come altri ottantaquattro prima di lui, uno per edizione, diversi nomi importanti. Come Thor Hushovd nel 2000, che dieci anni dopo un Mondiale lo vinse. Come Andrew Hampsten nel 1995, che sette anni prima conquistò il Giro d'Italia. Come Hennie Kuiper nel 1981, che in carriera ha conquistato tutte le classiche monumento ad eccezione della Liegi-Bastogne-Liegi dove arrivò secondo una volta e nei dieci in altre tre occasioni. Come Joaquim Agostinho nel 1972, che due volte salì sul podio del Tour de France. Come soprattutto sua maestà Eddy Merckx nel 1977, che tutto ha vinto e nulla si è precluso, nemmeno l'ultimo posto mondiale.

 

Ultimo, che poi è meglio. Perché se è vero che l'andare in bici fa bene al cervello, stimola la formazione di pensieri complessi e idee, allora l'ultimo è quello che ha più da dire, da raccontare, quello che è più interessante ascoltare: pedala più a lungo e senza ansia. Ultimo, che è sempre una storia e molte volte una gran storia, che poi "per puro e malinconico paradosso è anche il primo: il primo a cedere e a mollare, il primo a staccarsi e a distaccarsi, il primo a entrare in crisi e a prendersi una cotta". O così è almeno per Marco Pastonesi, almeno in "Spingi me sennò bestemmio" (edicicloeditore, 2018, 204 pagine), che di ultimi è compendio e narrazione, dieci parti e cinquantadue storie. Molte sono maglie nere, alcune sono lanterne rosse, altre diavoli rossi, alcune non sono nemmeno così fortunate da essere storie di ultimi ma tant'è: anche nel ribaltamento carnevalesco del ciclismo non sempre va bene. Alcune sono diventate mito e antonomasia: Luigi Malabrocca, Nane Pinarello, Giuseppe Ticozzelli, che fu calciatore e divenne simbolo di chi va piano in bicicletta. Altri sono nomi da riempimento di ordini d'arrivo, ma se non ci fossero loro il ciclismo non esisterebbe nemmeno.

 

Ultimi per impossibilità di essere altro, ultimi per difficoltà a essere primi, ultimi perché così almeno si ricordano di me, ultimi perché gli era stato suggerito. Come per Giuseppe Poli al Giro d'Italia 1968, quello della rivoluzione di Eddy Merckx. Fu consigliato da Lupo Mascheroni, meccanico alla Gbc, perché come dice a Pastonesi "meglio, ultimo, così rimani nella storia". E sebbene Poli "non voleva, non capiva", poi "si rassegnò, accettò e si impegnò: 'Le ultime tre o quattro tappe mi fermavo, mi sedevo, aspettavo, oppure mi mescolavo fra la gente, oppure entravo in un bar. E a chi mi chiedeva perché, rispondevo che ero stanco, distrutto, finito, che non ce la facevo più'".

 

E' un libro dedicato a tutti i Rob Britton che ci sono stati e che ci saranno. E' un libro che è una storia a puntate, un racconto d'amore per il ciclismo. E' un libro di nomi che non sono i soliti, di storie che non sono le solite, anzi che sono del tutto diverse dalle solite. Non ci sono scatti, ma retromarce, non ci sono attacchi, al massimo imboscate, non ci sono dei greci e lotte campali, ma uomini come tutti noi, con i loro difetti e le loro debolezze, con l'idea che basta pedalare per pedalare, mica serve sempre pedalare per affannarsi, perché racconta Adriano Malori, che in Argentina se la vide brutta, molto brutta, per una caduta, "ho ritrovato la fatica, tanta. E ho ritrovato il gruppo, affettuoso". E quando ha ritrovato pure il traguardo era "staccato, con una ventina di peones, ma con le mie gambe. E ogni volta che scendo dalla bici, mi sento cotto come un pero. Ma solo così mi sento vivo".

 

Ultimo, che poi, a dirla, o meglio a cantarla, con Guido Foddis suona così, soltanto così: "Beati gli ultimi che la vita sanno goder".

 

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi