Buone ragioni per credere in Nibali al Giro delle Fiandre

Lo Squalo ha annunciato la sua partecipazione alla Ronde. E potrebbe essere non solo una passerella: le parole di Roger De Vlaeminck, i precedenti di Koblet e Argentin

29 Gennaio 2018 alle 18:49

Buone ragioni per credere in Nibali al Giro delle Fiandre

Vincenzo Nibali in maglia Gialla sul pavé del Tour de France 2014 (foto LaPresse)

Diceva Roger De Vlaeminck, campione del ciclismo degli anni Settanta, che il Giro delle Fiandre è "l'accademia del ciclismo", una corsa unica, dove "non è la forza a determinare il vincitore, ma la classe". Per il fiammingo di Eeklo la Ronde "rappresenta la corsa più difficile e completa del panorama ciclistico", perché se correre sul pavé "è un'arte", farlo in salita, sui muri, "è la sublimazione di quest'arte". Il Gitano il Fiandre lo vinse una sola volta, nel 1977. Altre erano le pietre sulle quali volava, quelle della Parigi-Roubaix, sue per quattro volte in carriera, come solo Tom Boonen è riuscito a fare nella storia di questa classica. Eppure quella vittoria alla Ronde "fu la più grande vittoria della mia vita, non solo perché quella era la corsa di casa, la festa nazionale del ciclismo fiammingo", soprattutto perché "se la Roubaix è la corsa del pavé, il Fiandre è la corsa e basta".

 

La Roubaix è galleggiamento, è la bici che guida il corridore che altro non deve fare che assecondarla, a ritmo forsennato: "E' un rapporto strano dove il mezzo comanda e l'uomo asseconda", disse Raymond Impanis che questa corsa la vinse nel 1954. Il Fiandre è invece equilibrismo, la bicicletta deve essere presa per mano, guidata, sospinta e domata mentre la strada sale e l'acido lattico stritola i muscoli e appanna la vista. "Il pavé della Roubaix è più difficile, più sconnesso di quello del Fiandre, ma alla Ronde si sale e lì diventa una questione di equilibrismo", almeno per Rik Van Steenbergen, due volte vincente in entrambe le corse.

 

Oggi come allora queste due corse rappresentano il meglio delle classiche del nord, gare che continuano a sfidare la modernità, che continuano a fregarsene dell'invenzione dell'asfalto riportando i corridori su quelle strade che hanno fatto la storia di questo sport, su di palcoscenici immutabili, immutati, che sfidano il buon senso riportando il ciclismo all'epica.

 

Oggi come allora il Fiandre rimane un evento imperdibile, festa nazionale in Belgio, corsa imperdibile per moltissimi degli appassionati italiani.

 

E così se la scelta di Vincenzo Nibali di rinunciare al Giro d'Italia in favore del Tour de France aveva fatto storcere il naso a molti amanti del ciclismo, perché, in un panorama un po' sonnolente come quello del ciclismo italiano, la presenza dello Squalo genera in automatico almeno qualche speranza di successo, ecco che l'annuncio di una sua partecipazione al Fiandre fa dimenticare un po' i malumori per il gran rifiuto. Perché se la Ronde è l'università del ciclismo, Vincenzo Nibali in questo ateneo può non essere una presenza di passaggio, potrebbe (forse non quest'anno) essere se non professore, quantomeno un ottimo studente.

 

E questo non è una speranza, è ben altro, una possibilità ben suffragata, nonostante il passato dica zero partecipazioni al Fiandre e zero partecipazioni alla Roubaix.

 

Nelle rare occasione nelle quali lo Squalo ha incontrato il pavé – Tour de France 2014 e 2015 – il suo rendimento è stato incredibilmente buono. Nel 2014, in maglia Gialla, inflisse minuti a tutti i rivali; l'anno successivo si dimostrò il più in palla. Certo questo vuol dire poco o nulla: perché il modo in cui si affrontano le pietre in una corsa di tre settimane è ben diversa da quello con il quale la sia interpreta in una corsa di un giorno, perché soprattutto gli esperti e la loro condizione fisica è ben diversa da quella che possono avere a luglio.

 

  

Eppure, nonostante questo, la possibilità che quella di Nibali non sia soltanto una passerella, un'esperienza buona per fare soltanto un buon allenamento o, peggio, del turismo (come quella di Armstrong nei primi anni Duemila), c'è ed è evidente. E questo perché lo Squalo in questi anni ha dimostrato soprattutto due cose: di non mollare mai e soprattutto di sapere guidare come pochi la bicicletta. Basterà? Probabilmente no, almeno quest'anno. Ma con un po' di esperienza nel tascapane ecco che le cose cambiano.

 

E questo è la storia di questa corsa che lo dice.

 

Lo racconta la quasi impresa di Hugo Koblet nel 1955. Lo svizzero, scalatore meraviglioso e grande interprete delle corse di tre settimane, fu obbligato quell'anno a partecipare alla Ronde per coprire un suo compagno caduto in una corsa minore sul pavé. Aveva trent'anni e "giammai avrei pensato di correre sulle pietre, non mi era mai piaciuto", disse a fine corsa. Arrivò secondo. Lo racconta l'evoluzione di Moreno Argentin che a trent'anni nel 1990 vinse il Fiandre al terzo tentativo, dopo una vita passata a cercare e ottenere gloria nell'altro Belgio, quello delle Ardenne, quello della Liegi-Bastogne-Liegi e della Freccia Vallone.

 

 

Dicevano del veneto: "Sulle côte è fantastico, ma i muri sono altra cosa". Rispose Eric Leman, tre volte vincitore della Ronde: "I muri sono strappi secchi, per scalarli ci vuole lo spunto degli scalatori e la forza dei passisti, per domarli però ci vuole soprattutto classe, capacità di guidare la bicicletta". Quella che accomunava Koblet e Argentin, quella che possiede Nibali.

 

A trentatré anni lo Squalo raggiungerà le Fiandre per la prima volta. Potrebbe non essere l'ultima, potrebbe non essere un passaggio e basta.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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