Armstrong al Fiandre è un problema di pavé tradito non di doping che fu

Il presidente dell'Uci ha deciso di non presenziare alla Ronde 2018 perché l'organizzazione ha invitato il texano a un evento di contorno. La vera colpa dell'americano è però quella di aver sempre trattato il Fiandre come una corsetta di basso livello

23 Gennaio 2018 alle 13:40

Armstrong al Fiandre è un problema di pavé tradito non di doping che fu

Lance Armstrong al Giro delle Fiandre del 2010 (foto LaPresse)

Che il numero uno dell'Union Cycliste Internationale (UCI) David Lappartient abbia deciso di non presenziare al prossimo Giro delle Fiandre perché si sarebbe ritrovato al fianco di Lance Armstrong è qualcosa che interessa poco o niente. Che l'abbia fatto perché "questa non è l'immagine che vogliamo trasmettere del ciclismo, vogliamo promuovere uno sport pulito, e Armstrong non è il simbolo di questo", può essere onorevole, una presa di posizione, un segno preciso di cosa non vuol essere il ciclismo.

 

Eppure in tutta questa polemica sulle scelte degli organizzatori della classica più importante del Belgio fiammingo c'è qualcosa che non torna, qualcosa che spiazza gli appassionati. E non tanto perché Lance Armstrong è stato forse il punto più basso e più meschino della storia di questo sport, ma perché mancano le basi per capire cosa mai il texano possa dire in un incontro pubblico a margine della Ronde.

 

Bluff su due ruote

Lance Armstrong: i sette Tour vinti, il doping dopo aver sconfitto il cancro, la cancellazione dalla storia del ciclismo. Tutto in un film. “The Program” di Stephen Frears, uscito giovedì scorso nelle sale italiane, racconta l’ascesa e la caduta del ciclista americano.

 

L'Armstrong in bicicletta ha debuttato come passista, potente interprete di corse in linea. Si trasformò, dopo la malattia, in uno specialista, imbattibile, delle corse a tappe di tre settimane. Fu innalzato a simbolo di speranza, del ciclismo che rinasceva dopo il Tour de France della vergogna, quello magistralmente vinto da Marco Pantani tra gli scandali doping. Anni dopo si scoprirà che le nebbie che avevano avvolto il ciclismo erano le stesse che avevano trasformato l'americano in un campione. Un bluff violento e orribile. Un tradimento verso tutte quelle persone, ed erano tantissime, che avevano creduto a una redenzione, ciclistica e soprattutto umana.

 

Eppure ciò che colpisce nella decisione dell'organizzazione della Ronde non riguarda tanto il passato pompato a benzina del texano quanto l'assoluta estraneità di Armstrong con il mondo del pavé fiammingo. La domanda è di cosa può parlare venerdì 30 marzo, due giorni prima della competizione ciclistica, al Tour of Flanders Business Academy un corridore che il Fiandre lo ha corso cinque volte, che non ha mai partecipato per vincere e che ha reso normale la preparazione metodica e ossessiva per un solo avvenimento l'anno, il Tour, trasformando gare dalla storia secolare in sessioni di allenamento per preparare la gamba alla corsa francese?

 

  

Per questo motivo la presa di posizione di David Lappartient, se non è sbagliata concettualmente, piuttosto lo è formalmente. Il problema non è che una società inviti Armstrong a parlare e a pedalare, il vero problema è che una società organizzatrice di un evento come la Ronde inviti un corridore che ha trattato la corsa più importante del panorama fiammingo, una sorta di festa nazionale di ciclismo, birra e folklore popolare, come una corsetta di basso livello, un allenamento in vista del Tour.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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