tra virgolette

Amit Soussana è la prima a raccontare gli stupri di Hamas. L'intervista al Nyt

Priscilla Ruggiero

Le torture di Muhammad e di Amir. Alla fine la liberazione: “Israele. Voi. Un’ora”. L'avvocato ha raccontato al quotidiano americano i 55 giorni di prigionia, il giorno in cui è stata trascinata a Gaza, poi la violenza sessuale. L'urgenza di essere creduta

Amit Soussana nei filmati di Hamas, pochi minuti prima di essere rilasciata  durante il  cessate il fuoco di  fine novembre con altri 105 ostaggi, fa finta di essere stata trattata bene perché, dice, non voleva “mettere a repentaglio la liberazione”. Quattro mesi dopo, Soussana è la prima israeliana a denunciare  le violenze sessuali subite nella Striscia di Gaza durante i suoi 55 giorni di prigionia. In un’intervista durata otto ore  rilasciata al New York Times, ha raccontato  del rapimento, quando è stata picchiata e trascinata da casa sua, nel kibbutz di Kfar Azza,  a Gaza da almeno dieci uomini e dei giorni  di prigionia in una camera da letto di un bambino completamente  al buio, incatenata alla caviglia, sorvegliata personalmente da Muhammad.  Pochi giorni dopo, Muhammad  ha iniziato a chiederle della sua vita sessuale: un giorno, intorno al 24 ottobre, l’ha presa a pugni e, mentre le puntava la pistola in faccia, l’ha violentata.  

 

Soussana ha quarant’anni ed è un avvocato, nei mesi successivi alla sua liberazione ha preferito non parlare in pubblico delle violenze subite  nella Striscia, diffidando dal raccontare un’esperienza traumatica:  secondo il quotidiano americano ha deciso di parlare  adesso   per “aumentare la consapevolezza sulla difficile situazione degli ostaggi rimasti  a Gaza, mentre i negoziati per un cessate il fuoco vacillano”. A metà marzo ha raccontato ai giornalisti del New York Times le violenze, sessuali  e di altro tipo,   durate “un calvario di 55 giorni”, ma già nelle 24 ore successive alla sua liberazione aveva raccontato tutto a una ginecologa e a un’assistente sociale.        “Amit ha parlato immediatamente, in modo fluente e dettagliato, non solo della sua violenza sessuale ma anche delle molte altre sofferrenze che ha vissuto”, ha detto al giornale la dottoressa Julia Barda.  Soussana ha parlato anche con il team delle Nazioni Unite che ha pubblicato questo mese un rapporto che afferma come ci siano “informazioni chiare e convincenti” secondo cui alcuni ostaggi abbiano  subìto violenze sessuali e   “motivi ragionevoli” per ritenere che si siano verificate violenze sessuali  durante l’attacco del 7 ottobre. 

 

Il racconto di Amit è crudo, molti passaggi sono difficili da leggere e non solo quelli che  descrivono lo stupro:  la ferocia   di Hamas inizia il 7 ottobre, quando dieci miliziani sono entrati nella sua casa –  era appena tornata per dar da mangiare ai suoi tre gatti –  “armati di fucili d’assalto, un lanciagranate e un machete”, l’hanno picchiata, legata mani e piedi, avvolta in un lenzuolo bianco e “trascinata attraverso i terreni agricoli accidentati fino a Gaza”. Era gravemente ferita, sanguinava molto e aveva un labbro spaccato. Il rapporto dell’ospedale preparato poco dopo il suo rilascio affermava che era tornata in Israele con fratture all’orbita dell’occhio destro, alla guancia, al ginocchio e al naso e gravi contusioni al ginocchio e alla schiena.

 

Il New York Times ha ritenuto necessario chiedere conferma ai terroristi di  Hamas, Basem Naim, un portavoce,   smentisce la versione di   Soussana: “Per noi, il corpo umano, e soprattutto quello della donna, è sacro”, dice, aggiungendo che “gli ostaggi civili non erano l’obiettivo” dell’attacco del 7 ottobre. Naim più che smentire l’ex ostaggio smentisce il gruppo stesso, dato che nel  documento di pianificazione di quel giorno si legge:  “Prendete soldati e civili come prigionieri e ostaggi con cui negoziare”.  L’avvocato è stata spostata più volte, rinchiusa in stanze di vario genere e grandezza e dopo uno di questi spostamenti, in macchina incappucciata, Amit è arrivata nella camera di una  casa privata di lusso che sembrava essere stata preparata per il suo arrivo “e sono rimasta scioccata: mi sono ritrovata seduta in una casa a Gaza”. Muhammad, la sua guardia,  dormiva fuori dalla camera da letto, nel soggiorno adiacente, “ma spesso entrava   in mutande”,  chiedendole della sua vita sessuale e offrendosi di massaggiarle il corpo. Soussana racconta di quando si è rifiutato di farle chiudere la porta dopo averla accompagnata in bagno, delle domande insistenti su quando le sarebbe arrivato il ciclo mestruale, e poi la violenza sessuale, quel giorno, dopo averla trascinata in camera da letto:  “Sei lì con lui e sai che in ogni momento può succedere di nuovo”, dice.

 

Dopo un intenso bombardamento riconducibile  all’invasione di terra di Gaza da parte di Israele, il 27 ottobre,   Soussana è stata spostata di nuovo in macchina, “Muhammad era seduto sul sedile posteriore accanto a me, e con la pistola puntata contro di me”. Venne consegnata nella casa di un altro uomo, che si faceva chiamare Amir, per la prima volta da settimane era libera da Muhammad, ma aveva il terrore di cosa le potesse fare Amir. Entrò in una stanza  con altre quattro persone: “Siete israeliani?”, chiese, e una donna rispose: “Sei israeliana?”. Erano anche loro ostaggi di  Hamas.   Anche Amir l’ha picchiata, nel soggiorno in cui giocava con i figli le ha   tappato bocca e naso, legata mani e piedi e “appesa come una gallina”. E’ stata torturata dalle guardie  per “circa quarantacinque minuti” – ancora oggi  non sa che informazioni cercassero da lei.  Con il passare delle settimane i bombardamenti si facevano sempre più intensi, e Soussana ha passato alcuni giorni anche nei tunnel di Hamas, prima di essere rilasciata con altri ostaggi israeliani. “La terra tremava ogni volta che un missile colpiva nelle vicinanze, facendole temere che potessero essere sepolti vivi. I tunnel erano bui, umidi e troppo stretti perché due persone potessero incrociarsi. E la loro cella sotterranea era così a corto di aria che rimanevano storditi e ansimanti dopo aver fatto pochi passi”, ha detto al New York Times.  Ricorda ancora  la frase pronunciata da una guardia quel fatidico  30 novembre, prima di essere consegnata alla Croce Rossa: “Amit. Israele. Voi. Un’ora”. 
  

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