(foto EPA)

medio oriente

Cosa cambia tra Israele e Hamas dopo la risoluzione Onu. Il nodo Rafah

Fabiana Magrì

Le due parti in causa, il governo Netanyahu e l'organizzazione terroristica, hanno letto l’astensione americana come un cambio di passo ai danni dei primi e a vantaggio dei secondi. Ma la Casa Bianca sostiene che si sbagliano entrambi. Cosa dobbiamo aspettarci adesso, soprattutto al valico con l'Egitto

Tel Aviv. La posizione degli Stati Uniti sulla risoluzione approvata oggi dal Consiglio di sicurezza dell’Onu ha scatenato ogni genere di reazioni, commenti e interpretazioni. La delibera si è concentrata su tre richieste principali: un cessate il fuoco immediato durante il mese di Ramadan (ormai per metà già trascorso) che porti a una tregua duratura, una altrettanto immediata liberazione degli ostaggi israeliani sequestrati a Gaza e un ancora più massiccio ingresso di aiuti umanitari a Gaza. Le due parti in causa, Israele e Hamas, hanno letto l’astensione americana come un cambio di passo ai danni dei primi e a vantaggio dei secondi. Ma la Casa Bianca sostiene che si sbagliano entrambi.

 

Dopo l’approvazione della risoluzione, l’ambasciatrice americana all’Onu Linda Thomas-Greenfield ha spiegato che “alcune modifiche chiave”, inclusa la richiesta di aggiungere una condanna di Hamas, “sono state ignorate”. Per questo motivo gli Stati Uniti non hanno votato a favore, pur condividendo alcuni degli obiettivi “cruciali” di questa risoluzione “non vincolante”. La diplomatica ha anche aggiunto l’importanza che il Consiglio introietti che il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi debbano andare di pari passo. Tuttavia, quando la Casa Bianca ha messo in chiaro che l’astensione non è un segno di cambiamento della sua politica né verso la guerra a Gaza né verso Israele e Hamas, l’effetto domino si era già innescato. Il premier Benjamin Netanyahu, che si sarebbe aspettato un veto alla delibera da parte degli alleati, ha immediatamente annullato la partenza per Washington della delegazione incaricata di discutere alternative all’operazione militare a Rafah. Una missione che era stata sollecitata direttamente dal presidente Joe Biden. 

 

Il favore e la soddisfazione con cui Hamas ha accolto i recenti sviluppi in sede di Consiglio di sicurezza Onu suonano come un campanello di allarme. Simultaneità tra il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi, o consequenzialità delle due fasi. Questa è la sfumatura, l’opacità su cui si scontrano sostenitori e detrattori della risoluzione. Non a caso Hamas, nel suo comunicato stampa ufficiale, si è dichiarato disponibile a impegnarsi “in un immediato processo di scambio di prigionieri che porti al rilascio dei prigionieri di entrambe le parti”, puntando di fatto a una tregua che precede la liberazione degli ostaggi israeliani. Le prossime fasi chiariranno se la risoluzione spingerà la fazione islamica a essere più flessibile nel raggiungere un accordo oppure, al contrario, porterà a un irrigidimento delle sue posizioni. E’ ciò che crede Netanyahu. In una nota condivisa dal suo ufficio si legge che l’atteggiamento degli alleati “danneggia sia lo sforzo bellico sia il tentativo di rilasciare gli ostaggi, perché dà a Hamas la speranza che la pressione internazionale permetterà loro di accettare un cessate il fuoco senza il rilascio” degli israeliani sequestrati. Certo, tecnicamente la risoluzione è “non vincolante” e non pone obblighi giuridici per gli stati membri (come Israele) o altre parti coinvolte nel conflitto (Hamas). I suoi effetti, insomma, potrebbero anche non farsi sentire sul terreno a Gaza. 

 

Tutto accadeva mentre il ministro della Difesa Yoav Gallant era in volo per la sua prima visita ufficiale negli Stati Uniti, su invito dell’omologo americano Lloyd Austin, per affrontare una serie di questioni che vanno dal rafforzamento di Tsahal e dei suoi armamenti all’importanza di smantellare militarmente e politicamente Hamas e riportare a casa gli ostaggi israeliani. Nonostante la delusione per la decisione di Netanyahu di annullare la missione della delegazione israeliana a Washington, il portavoce della Casa Bianca John Kirby ha voluto dare per scontato che nell’incontro tra Gallant e il Consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan si parlerà anche dei piani per l’operazione a Rafah. Il portavoce militare israeliano Daniel Hagari ha confermato che l’esercito e il Cogat – l’ente del ministero della Difesa che coordina gli affari civili nei territori – hanno già studiato un piano per l’evacuazione del milione e mezzo di civili palestinesi dalla città valico tra Gaza ed Egitto. E contava che la delegazione israeliana lo condividesse con gli Stati Uniti. 

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