Dopo il conflitto

A Gaza serve il coinvolgimento dei paesi che hanno siglato gli Accordi di Abramo

Vittorio Emanuele Parsi

Un’occupazione militare della Striscia sarebbe un regalo a Hamas. Una soluzione sarebbe la creazione di una forza di sicurezza araba, fornita dai paesi firmatari degli accordi di Abramo, integrati dall’Arabia Saudita e dal Qatar

Nell’intervista alla rete televisiva americana Abc, Bibi Netanyahu ha affermato, per la prima volta, che Israele potrebbe rioccupare la Striscia “a tempo indeterminato”: un’ammissione esplicita che il suo governo non ha la più pallida idea della fase successiva all’auspicabile (ma non altrettanto realizzabile) eradicazione militare di Hamas da Gaza. Israele ha in mente solo questo, la componente “cinetica” della strategia che, per il momento, coincide con la totalità del disegno strategico. All’interno di una simile concezione – che il buon vecchio Clausewitz avrebbe trovato monca e, quindi, politicamente perdente – non stupisce la determinazione con cui Bibi si chiude, tetragono, a qualunque ipotesi di cessate il fuoco. Non tragga in inganno la possibilità a qualche breve “pausa umanitaria” sulla quale il primo ministro avrebbe aperto lo spiraglio. 

 

Immediatamente dopo, infatti, Netanyahu ha precisato che queste pause esistono già e sono rappresentate dalle soste tecniche fra le diverse fasi delle operazioni di terra. Se ciò che guida le proprie azioni è la mera “necessità militare”, allora ovviamente qualunque pausa che non derivi dai propri vincoli logistici, organizzativi e tattici diviene inconcepibile. Rimane il punto che, prima o poi, le Forze di difesa israeliane (Idf) dovranno  ritirarsi da Gaza e passare la mano a qualcun altro. Già, ma a chi e con quali modalità? In questi giorni sono circolate diverse alternative. Gli americani stanno premendo per un passaggio della Striscia sotto l’amministrazione dell’Autorità nazionale palestinese e di Fatah, il gruppo che fa capo ad Abu Mazen e che nominalmente governa Ramallah e le minuscole porzioni di territorio nelle quali peraltro l’Idf e la polizia israeliana entrano ed escono quando credono e non precisamente in punta di piedi.

 

Si tratta di un’ipotesi lunare. Se Abu Mazen accettasse perderebbe qualunque residua credibilità agli occhi del suo popolo e un’amministrazione imposta dalle baionette israeliane finirebbe bersaglio dell’ira dei gazawi. Sarebbe il più grande regalo a Hamas che si possa immaginare e rovescerebbe sull’intera Cisgiordania  le conseguenze del negligente e colpevole comportamento dei governi israeliani di questi anni: aver lasciato che Hamas governasse indisturbato la Striscia (sia pur sottoposta a un duro assedio economico) mentre nel frattempo si moltiplicavano gli insediamenti illegali israeliani nei territori che si sarebbero dovuti collocare sotto la futura sovranità palestinese (500.000 in Cisgiordania e 250.000 a Gerusalemme est) e si concedeva carta bianca ai coloni per perpetrare continue vessazioni, aggressioni e umiliazioni alla popolazione palestinese (ai quali peraltro l’Idf e la polizia israeliana avrebbero dovuto garantire protezione in quanto forza occupante).

 

Saldare il destino della Cisgiordania a Gaza è anche nella strategia di Hamas. Lo ha chiarito oltre ogni ragionevole dubbio il loro leader politico, Ismail Haniyeh, pochi giorni fa, in un videomessaggio in cui rivolto ai residenti della Striscia intimava: “Abbiamo bisogno del sangue delle donne, dei bambini e degli anziani per risvegliare lo spirito rivoluzionario dentro di noi, per spingerci avanti”. Noi chi? Beh, non certo i tagliagole di Hamas, che il 7 ottobre hanno dimostrato al mondo di quanto odio sono capaci. E neppure i gazawi, che dal giorno successivo sono colpiti quotidianamente dalle bombe israeliane e che comunque non hanno alternative al fare da scudi umani ai terroristi di Hamas. In realtà il “noi” era riferito ai palestinesi della Cisgiordania, quelli tra il martello dei coloni e dell’Idf e l’incudine della periclitante Anp. E’ a loro che d’altronde si rivolgeva non solo il metatesto del messaggio, ma tutta la strategia politica di Hamas fin dal 7 ottobre. I 1.500 morti israeliani dei kibbutz e del rave party, i 240 rapiti e i 10.000 morti palestinesi di Gaza a questo servivano e servono: a dimostrare ai “fiacchi” palestinesi della Cisgiordania  che è il tempo di sollevarsi contro “l’entità sionista”, infervorati di nuovo spirito rivoluzionario nutrito dal sangue dei martiri, abbandonando Fatah al suo destino. Un’occupazione militare di Gaza da parte israeliana e un passaggio dell’amministrazione civile agli uomini di Abu Mazen non farebbe altro che perfezionare il disegno di Hamas: sarebbe quindi una criminale follia politica da parte israeliana e un regalo a Hamas.

 

E quindi? Al Congresso americano Antony Blinken, il segretario di stato americano, ha parlato della possibilità di un’amministrazione fiduciaria ad interim che si occupasse di gestire la transizione tra l’occupazione israeliana e l’assunzione di una diretta responsabilità da parte dell’Anp. La proposta, che cercherebbe di evitare che la medesima Autorità venga definitivamente etichettata dai palestinesi come “collaborazionista”, riprende una proposta avanzata nel 2003, durante la seconda Intifada, dall’allora presidente George W. Bush, attraverso le colonne della rivista Foreign Affairs, da Martin Indyk, l’ex ambasciatore americano in Israele. Affinché ciò sia possibile, però, occorrerebbe il disco verde dell’Onu (tutt’altro che scontato, considerato l’interesse russo a mantenere il medio oriente in stato di ebollizione, gli Stati Uniti sotto pressione, e le capitali occidentali distratte, per poter continuare indisturbata la sua guerra di aggressione in Ucraina).

 

Servirebbe comunque un contingente militare cospicuo e robusto, in grado di sorvegliare i confini e mantenere l’ordine pubblico a Gaza: ovvero, se necessario, impedendo che cellule di Hamas riemergano o si riformino. Un’impresa al di là della portata di qualunque contingente di Caschi blu. L’unico caso di parziale successo di un’amministrazione ad interim dell’Onu che ebbe un (limitato) successo fu quello attuato in Cambogia a inizio anni Novanta, per traghettare il paese fuori della guerra civile tra le forze governative filovietnamite e gli eredi dei Khmer rossi, che prevedeva come via d’uscita dall’amministrazione temporanea la rappresentanza paritaria dei due soggetti politici cambogiani e la loro collaborazione al potere. Sarebbe come immaginare un governo congiunto tra Hamas e Fatah nella Striscia, instaurato sotto l’egida e grazie alle forze dell’Onu. Se questo non fosse lo sbocco annunciato, le forze dell’Onu diventerebbero il bersaglio di Hamas, del Jihad e di qualunque movimento di resistenza all’occupazione. Chi sarebbe disposto a mettervi i suoi soldati? Vorrei ricordare  che  il ministro degli Esteri iraniano ha minacciato neppure troppo velatamente i soldati italiani del contingente Unifil di poter diventare bersagli legittimi se la situazione a Gaza peggiorasse.

 

Non resta che un’ipotesi: una forza di sicurezza araba, fornita dai paesi arabi del Golfo firmatari degli accordi di Abramo, integrati dall’Arabia Saudita e, eventualmente, dal Qatar. Ma perché questi dovrebbero accettare di correre un simile rischio? Potrebbero farlo solo se il rischio venisse significativamente ridotto, se le potenze arabe del Golfo potessero cioè presentarsi non come forze al servizio dei propri interessi particolari (la creazione di una comune area di prosperità economica con Israele) e collaborazionisti di Israele, ma come le levatrici della tanto agognata indipendenza palestinese: a Gaza e in Cisgiordania. Il loro coinvolgimento dovrebbe essere richiesto simultaneamente all’annuncio solenne da parte del governo israeliano e garantito internazionalmente della piena concessione dell’indipendenza alla Palestina entro 12 mesi dalla creazione della forza di sicurezza araba, accompagnato da un cospicuo impegno finanziario per la ricostruzione della Striscia e a un piano di investimenti in Cisgiordania.

 

Sarebbe il perfezionamento necessario degli Accordi di Abramo, capace di trasformarli in veri accordi di pace regionali, in grado di garantire arabi, israeliani e palestinesi. Non sarebbe comunque un’impresa facile e la forza di sicurezza araba dovrebbe essere sufficientemente robusta e politicamente determinata per poter neutralizzare chiunque si opponga, a cominciare dalle varie sigle sponsorizzate dall’Iran. Ma questa mossa significherebbe uscire dalla logica e dalla strategia finora imposte da Hamas a tutti i giocatori, separare Hamas dal popolo palestinese dando loro ciò cui hanno diritto: la sovranità, l’autodeterminazione e l’indipendenza. E non per effetto di una guerra, ma in conseguenza di una pace.

 

Implicherebbe anche lo smantellamento degli insediamenti illegali ebraici in Cisgiordania (e in prospettiva a Gerusalemme est): e questo sarebbe un regalo fatto non ai palestinesi, ma al popolo israeliano e alla vitalità della sua democrazia, già fin troppo avvelenata dall’estremismo dei coloni e dei loro rappresentanti. Ovviamente una promessa di una simile portata non potrebbe essere fatta da   Netanyahu, screditato ormai oltre ogni decenza, ma da un suo successore. E anche questa sarebbe un regalo fatto alla democrazia israeliana. Irrealistico? Ditemi voi se le altre alternative lo sono di meno. E’ quando il cosiddetto “realismo” porta a risultati come quelli che abbiamo sotto gli occhi che occorre provare a “sognare”. E’, questo, il più grande lascito di Rabin, che in una pace e in una convivenza tra palestinesi e israeliani credeva al punto di sacrificare la propria vita.

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