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il personaggio

Cosa c'è dietro la carta di Rishi Sunak da conservatore retrò

Cristina Marconi

Il premier britannico non è progressista in tema di diritti sociali e sui diritti. Mentre sulle tasse non si avventura in promesse di tagli. Così gli resta principalmente l'appeal dell'uomo di destra che si rifà alla Thatcher

Giovane, assennato, origine indiana, bella famiglia, disposto a spendere per aiutare i britannici durante la pandemia, arrivato a riportare ordine dopo anni folli di festini eurofobi e culti della personalità: sarà senz’altro un liberal, questo Rishi Sunak. E invece no, proprio no, anzi, è il premier più di destra dai tempi di Margaret Thatcher e non tanto perché il suo governo sia una tribute band pronto a scimmiottare la postura della Iron Lady come avvenuto in passato, ma proprio perché per istinto e indole l’attuale leader conservatore guarda a destra, sempre a destra. Ad aver raggiunto questa conclusione già qualche mese fa è stato l’Economist, che nella rubrica Bagehot, dal nome della penna più influente e brillante dell’epoca vittoriana, ha tracciato un profilo molto lucido di Sunak, andando al di là del trompe-l’oeil di questi ultimi mesi. 

 

Da quando il 25 ottobre scorso l’ex cancelliere è corso a raccogliere i cocci del governo più pazzo del mondo, quello di Liz Truss – sei settimane e mezzo a Downing Street, 45 miliardi di sterline di taglio di tasse annunciato, il pound in caduta libera – la sensazione generale è stata di sollievo per il fatto di avere un leader responsabile, ancorché un po’ legnoso e non particolarmente incisivo, soprattutto dopo i tre anni di sconsiderata pirotecnia di Boris Johnson. Ma ora, mentre ci si avvicina sia al primo anniversario da premier sia all’appuntamento elettorale, è venuto il momento di fare qualche bilancio partendo dagli ultimi annunci, quelli sull’ambiente, su cui sia David Cameron che Boris Johnson si erano spesi molto. Invece Sunak ha riaperto la strada a nuove licenze per il trivellamento nel Mare del Nord, facendo marcia indietro rispetto agli obiettivi dei governi precedenti e rimandando le scadenze fissate in precedenza per liberare i vari settori dalla dipendenza dal petrolio, come per esempio le nuove auto entro il 2030 e i boiler a gas entro il 2035, sebbene non ci fossero imposizioni per i cittadini. Se da una parte questo può rassicurare gli automobilisti, dall’altra però va contro l’ambientalismo di una fetta dell’elettorato tory, che vede la natura come una parte del patrimonio da salvaguardare, da conservare in senso proprio. Sull’immigrazione, Sunak ha lasciato carta bianca alla sua ministra dell’Interno, Suella Braverman, che sebbene sia anche lei di origine indiana va parlando di “minaccia esistenziale” per l’occidente legata alla portata dei flussi migratori. In un recente discorso negli Stati Uniti, Braverman ha dichiarato che “l’immigrazione incontrollata, l’integrazione inadeguata e un dogma fuorviante del multiculturalismo si sono dimostrate una combinazione tossica per l’Europa”, facendo infuriare molti Tory, ed è andata avanti contro la corte di Strasburgo e la Convenzione europea sui diritti dell’uomo, ostacolo verso l’idea di mandare i richiedenti asilo in Ruanda. Intanto non si sono fatti problemi a pensare di stipare 500 immigrati in una grande chiatta ormeggiata in Dorset, prima che un’epidemia di legionella li costringesse a cambiare strategia. 

 

Sulla Brexit, sebbene più pragmatico dei suoi predecessori, Sunak ha dimostrato di essere fondamentalmente convinto che si tratti di una buona idea: prima ancora di averla votata, ne ha parlato bene in paper e articoli, a differenza di altri che hanno avuto sull’argomento un approccio più opportunista per dimostrarsi in linea con la maggioranza del paese. Con il voto statunitense che lascia intravedere il rischio che un certo tipo di destra si riaffacci, Sunak sta facendo una scommessa pericolosa per il Regno Unito, dove il Labour di Keir Starmer guadagna terreno al centro grazie a politiche moderate, nonostante le dichiarazioni su un ridisegnamento del rapporto con l’Ue. Sunak, figlio dell’élite e sposato con una delle donne più ricche dell’India, non è progressista in materia sociale e sui diritti, mentre sulle tasse è troppo responsabile per promettere tagli visto l’attuale contesto. Gli resta solo la carta del conservatore un po’ rétro, ben nascosta dietro l’innovazione che, per il solo fatto di essere a Downing Street, porta con sé.

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