Il voto sotto attacco

Sulle elezioni e sulle altre pretese: quanti test democratici poniamo all'Ucraina, ma a noi no

Paola Peduzzi

I rischi per i civili, i militari e gli osservatori internazionali. La pressione per organizzare un voto impossibile sottolinea ancora una volta l’esigenza di testare di continuo l’impegno democratico di Kyiv

Volodymyr Zelensky, presidente ucraino, ha spiegato in modo semplice e concreto perché organizzare una campagna elettorale e un’elezione oggi sarebbe rischioso e costoso, ma questo non ha fermato i detrattori dell’Ucraina a ogni costo che sostengono che  è un paese corrotto, che Zelensky è un autocrate e che la cancellazione delle elezioni è soltanto l’ultimo dei soprusi anti democratici del presidente ucraino. Molto ripreso sui media americani è stato Rand Paul, senatore libertario e isolazionista del Kentucky, che considera il sostegno a Kyiv una perdita di soldi insostenibile (Paul abolirebbe la politica estera dell’America, se potesse) e che alle elezioni del 2024 fa il tifo per Donald Trump. Come Paul altri politici repubblicani fanno pressioni perché si tengano le elezioni in Ucraina, ed è appena il caso di ricordare che molti sono gli stessi che di fatto non hanno riconosciuto l’esito elettorale delle presidenziali del 2020 a casa loro, in America, visto che  vogliono riportare Trump alla Casa Bianca   per restaurare, dicono, l’ordine democratico del paese. Altri, come il senatore Lindsey Graham, che ha visitato più volte l’Ucraina e che sostiene l’impegno americano a Kyiv, ne fa una questione più ideale: “Non riesco a pensare a un simbolo migliore per l’Ucraina di elezioni libere e giuste durante la guerra”, aveva detto proprio a Kyiv alla fine di agosto. Certo, sarebbe una grande dimostrazione di forza e indipendenza far funzionare la democrazia mentre la Russia la distrugge, ma concretamente: ha senso? 

 

  Al momento il 17 per cento del territorio ucraino è sotto l’occupazione russa, dove si tengono elezioni farsa orchestrate dai russi: già solo questo fatto renderebbe le elezioni ucraine deformate, visto che non potrebbe votare una parte della popolazione ucraina. Poi c’è la questione della sicurezza: i soldati, per esempio, che difendono il paese dai russi, come potrebbero votare? Bisognerebbe organizzare le urne dentro ai bunker perché altrimenti i seggi elettorali sarebbero un bersaglio molto facile per la Russia (l’esercito russo ha bombardato persone in fila per il cibo o per prendere medicinali, risparmierebbe forse la fila per votare e per esercitare un diritto democratico che Vladimir Putin non riconosce men che meno se è un diritto degli ucraini?). In più bisognerebbe inviare vicino al fronte degli osservatori internazionali per garantire la trasparenza del voto, ai quali naturalmente non si potrebbe garantire una sicurezza completa. “Quando parliamo dei soldati, dovete capire che si rischia di creare l’ingiustizia più grande di tutte – ha detto Zelensky – Le persone che proteggono i diritti e la libertà dei cittadini ucraini non avrebbero il diritto e la libertà di votare. E’ una cosa assurda”. La sicurezza riguarda anche i civili lontani dal fronte, come dimostra l’attacco a Odessa di ieri, l’ultimo di una serie che tecnicamente colpisce “le infrastrutture” (un’altra soglia superata senza che ci facessimo molto caso: se i russi colpiscono le infrastrutture i loro attacchi sono considerati meno gravi: sono morti due civili), e quelli costanti su tutte le città del paese. Ci sono poi gli ucraini che vivono all’estero, sei milioni circa di persone che hanno lasciato il paese dopo l’invasione su larga scala della Russia: anche per loro bisogna organizzare il voto, e qui se non vale la questione della sicurezza vale quella dei costi. Zelensky dice che chiedere agli ucraini di spendere soldi in una campagna elettorale e nell’organizzazione del voto sarebbe molto difficile e non lo dice, come insinuano i suoi detrattori, perché ha paura di perdere e vuole tenersi lo strapotere che ha finché riesce, ma perché ogni giorno è un giorno di sopravvivenza per l’Ucraina e le risorse sono scarse, se le usi per fare un comizio (dove poi?) e non per sistemare la centrale elettrica colpita dai russi si smantella la determinazione operosa che tiene insieme l’Ucraina. 

 

La pressione per organizzare delle elezioni impossibili sottolinea semmai ancora una volta l’esigenza di testare di continuo l’impegno democratico ucraino – le riforme del sistema giudiziario e mediatico, le leggi anti corruzione, il monitoraggio dettagliato di tutte le forniture militari e finanziarie internazionali, il tutto restando “fully operational” a livello istituzionale – come se questo non fosse il paese della rivoluzione arancione, della rivoluzione della Dignità all’Euromaidan, delle piazze spontanee che sono andate a prendersi pezzetti di democrazia sfidando i cecchini dei filorussi e lo scetticismo di chi svilisce la democrazia a casa propria ma la pretende cristallina e operativa in Ucraina. 

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi