(foto di Ansa)

libertà all'attacco

Il disastro in Ucraina e quello sul Covid. Perché l'occidente sta vincendo contro le autocrazie

Claudio Cerasa

Le due crisi del nostro tempo raccontano che è il mondo libero a godere di una salute migliore rispetto a quello delle dittature, che si raccoglie dietro le bandiere di Russia e Cina

Ha scritto due giorni fa il Telegraph, con tono insolitamente trionfalistico, che nonostante i mille problemi che stanno attraversando le democrazie liberali la verità è che l’occidente libero sta mirabilmente vincendo la sua guerra politica, economica e culturale (per quella armata si vedrà) contro l’asse degli autocrati formato dalla Russia e dalla Cina. Il ragionamento del Telegraph parte da una buona intuizione che mette insieme due questioni apparentemente distanti: la disastrosa guerra combattuta dalla Russia in Ucraina e il disastroso approccio scelto dalla Cina per combattere il Covid. L’occidente, scrive il Telegraph, sta attraversando una crisi di fiducia, certo, ma mentre il mondo è immerso in una dura battaglia di civiltà tra società libere e società non libere la superiorità delle società libere rispetto a quelle non libere non è mai stata così netta come lo è oggi.

 

Negli ultimi anni, prima della pandemia e prima della guerra, le autocrazie avevano trovato sostenitori anche lontano dai propri confini grazie all’affermazione di un assioma tanto preciso quanto diabolico: il  piccolo sacrificio che chiediamo ai nostri cittadini sul tema della libertà verrà fatto pesare il meno possibile grazie alla capacità dei regimi illiberali di essere più efficienti rispetto alle democrazie liberali. Oggi, sia con la guerra sia con la pandemia, l’assioma si è rovesciato e le difficoltà simmetriche patite in queste ore dalla Russia e dalla Cina dimostrano in modo plastico quanto nel nuovo mondo la mancanza di libertà coincida con una mancanza di protezione. E’ così per la Russia, dove Putin, circondato da adulatori, ha grossolanamente sottovalutato la determinazione ucraina, ha sopravvalutato le capacità dell’esercito russo, ha infilato il suo paese in un conflitto che non può vincere, ha messo contro di sé economie che rappresentano il 58 per cento del pil globale e si ritrova oggi con poco spazio di manovra per correggere i suoi errori.

 

Ed è così anche per la Cina, dove, causa Covid, una popolazione grande più o meno quanto gli Stati Uniti, circa 350 milioni di persone, si trova condannata da settimane a rimanere a casa con accesso limitato alle cure mediche e al cibo mentre il resto del mondo cerca di ritornare alla normalità. E si trova in queste condizioni, la Cina, per ragioni di carattere ideologico, per provare cioè a simulare anche su questo terreno il potere illimitato dello stato, ma anche per ragioni di carattere culturale, perché pur di non ammettere il trionfo dei vaccini dell’occidente, quelli con tecnologia a Rna, il regime cinese continua a offrire ai propri cittadini un vaccino (Sinovac) che funziona male (come d’altronde quello russo) e una strategia semplicemente devastante (zero Covid) destinata a far pagare alla Cina anche un discreto prezzo economico (catene di approvvigionamento che si bloccano, investimenti in calo, crescita dimezzata).

 

In una cerimonia del 2020, come ricordato da Gideon Rachman sul Financial Times, il presidente Xi Jinping aveva proclamato come “la pandemia dimostri ancora una volta la superiorità del sistema socialista con caratteristiche cinesi”. E pochi mesi prima, in una famosa intervista, Putin aveva affermato, rilanciato dalle sue cheerleader europee, che la democrazia liberale aveva ormai esaurito il suo compito. Pechino e Mosca, ha notato anche il Monde due giorni fa in un articolo dedicato a questo tema, hanno mostrato in questa fase una debolezza strutturale degli stati autoritari: la presenza di élite che metteranno sempre il proprio potere prima degli interessi delle persone che governano. E se si osserva la guerra in Ucraina di Putin e la politica cinese dello zero Covid come due politiche che nascono come riflessi di un nazionalismo aggressivo, totalitario e illiberale si capirà bene perché non è del tutto infondato l’ottimismo di chi crede che i vaccini per curare il mondo continueranno ad arrivare ancora a lungo dall’occidente libero.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.