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Da Ventotene a Kyiv per costruire la nuova Europa

Pina Picierno

L'Ucraina resiste e combatte per un futuro europeo da otto anni. Ora è il momento di colpire l'export energetico della Russia per dargli una speranza. L'intervento della vicepresidente del Parlamento europeo 

Da Ventotene non si vede Kyiv. È un dato di fatto: la vista è preclusa da centinaia di città, da catene montuose, fiumi, frontiere e da una guerra che cerca di stapparla via dal nostro Continente. Però da Kyiv si vede Ventotene, perché tutto quello che la geografia fisica nega, la politica realizza. Quel senso di appartenenza a un destino comune, che i detrattori chiamano “nazionalismo ucraino” è soprattutto la voglia di un paese giovane di autodeterminare il proprio destino. Quella volontà che ho visto mentre varcavo la frontiera con la Polonia e per il disbrigo di alcune formalità trascorrendo del tempo tra le ragazze e i ragazzi dell’esercito ucraino a guardia del confine. Alla lettura della nota orale dell’Ambasciata che anticipava le ragioni della nostra visita la tensione di ragazzi mandati a difendere una frontiera in tempo di guerra si è sciolta, e i sorrisi, la loro giovane età si sono rivelati in tutta la dolorosa forza di chi difende la terra e il futuro, la terra e la libertà.

 

Sono gli stessi volti giovani che si vedono in una foto di gruppo del 1943 a Ventotene, i volti di chi, mentre le bombe esplodevano e il nazifascismo deportava generazioni intere a morire nei campi di sterminio, progettava l’Europa. Contesti diversi, nemici diversi, prospettive di domani comuni. Nella missione istituzionale e umanitaria che ho svolto da venerdì a domenica in Ucraina, tra le vie di Leopoli, le macerie di Irpin e la resistenza di Kyiv, ho rivisto il senso di quell’impegno fondativo. Nella girandola di incontri con militari, giornalisti perseguitati da Mosca che lottano contro le fake news del Cremlino, come Marco Suprun, diplomatici, volontari della Croce Rossa, membri del governo ucraino e di consegna di beni raccolti in Italia ho potuto toccare con mano quanto la vicenda ucraina, colpevolmente ignorata dalla politica italiana e continentale negli ultimi anni sia un fatto prettamente politico prima che militare. A Kyiv i russi hanno un tessuto di spie molto esteso, dai preti della chiesa ortodossa di Kirill ai finti studenti che tracciano giornalisti, dissidenti e giovani funzionari governativi. Anche da questo si capisce quanto questo conflitto esista da tempo.

 

Tutti affermano che la loro guerra è iniziata almeno otto anni fa, che la battaglia formativa di una generazione è stata Euromaidan. In quel frangente storico, una classe politica europea impantanata nelle logiche del veto pensò che quella questione non la riguardasse e che i giovani ucraini che subivano la repressione militare di Yanukovic e morivano in piazza avvolti dalla bandiera europea, non potevano compromettere alleanze e stabilità con la Russia. Ora che il conflitto rischia di estendersi e che il 9 maggio rischia di trasformarsi in una data nefasta per la storia europea, é necessario incrementare i nostri sforzi. L’embargo petrolifero ed energetico totale alla Russia è l’ultima carta da tentare per amplificare quelle sanzioni che hanno fiaccato l’economia russa ma che non sono riuscite ancora a fermare l’indotto economico che alimenta la guerra in Ucraina.

 

Non si ricorda mai con efficacia che questa è anche una guerra economica, una battaglia di conquista di una terra fertile e ricca di risorse minerarie. In Ucraina ci sono 17 giacimenti di terre rare in zone agricole, giacimenti gestiti da un pre accordo da Unione europea e Ucraina. Questa guerra di espropriazione politica ed economica deve avere risposte adeguate, le stesse che sul piano militare l’Europa e gli Stati Uniti hanno dato sin dall’inizio del conflitto. Il viaggio lungo e difficile che ho percorso in questi giorni lo consiglio a tutti quelli che con saccenza e arroganza, ancora oggi, continuano ad equiparare aggressori ed aggrediti e che rilanciano notizie false. Attraversate i confini, fatevi largo tra il sangue di Irpin, l’odore di morte di Bucha e lo spazio visivo occupato dalla contraerea e capirete che Kyiv è già Europa perché nonostante la Russia di Putin voglia riportare indietro l’orologio agli Stati nazionali aggressivi, lo spirito di Ventotene è ormai lo spirito della nuova Europa che anche l’Italia sta costruendo.

 

Pina Picierno è vicepresidente del Parlamento europeo

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