Foto: AP Photo/Thanassis Stavrakis

Kyiv e Putin: chi è più sotto assedio?

Claudio Cerasa

Le rivoluzioni del mondo libero sette giorni dopo. Quale guerra il dittatore russo non può vincere

Tra Kyiv e Putin chi è più sotto assedio? C’è una guerra che difficilmente Putin perderà, che è quella fatta di violenze, di eserciti, di armi, di truppe, di proiettili, di bombe e di attacchi al cuore di una democrazia sovrana, e chissà fino a quando la formidabile resistenza ucraina, ed europea, potrà sostenere il peso di un confronto impari con quel convoglio di mezzi militari russo lungo 60 km formato da blindati, tank, pezzi di artiglieria e altri veicoli logistici fotografato ieri mattina alle porte di Kyiv.

E c’è poi una guerra che certamente Putin non vincerà che è quella che riguarda l’effetto globale prodotto dall’aggressione all’Ucraina: unire l’occidente, rivitalizzare i suoi avversari, rafforzare l’Europa, accerchiare il suo regime. E’ passata una settimana dall’annessione alla Russia di due province del Donbas e sette giorni dopo gli effetti sono più o meno questi. Putin – ha stato lui – ha rivitalizzato la Nato. Ha riavvicinato la Gran Bretagna all’Unione europea. Ha spinto paesi militarmente sonnolenti come la Finlandia e la Svezia a fare un passo per entrare nella Nato. Ha convinto paesi storicamente neutrali come la Svizzera ad annunciare sanzioni contro un altro paese. Ha costretto paesi pacifisti come la Germania a mettere in discussione il proprio anti militarismo. Ha indotto paesi come l’Italia sempre prudenti quando si parla di armi ad approvare in Parlamento l’autorizzazione all’invio di armi, mezzi ed equipaggiamenti militari all’esercito ucraino, in deroga alla legge 185 del 1990 sull’esportazione di armi. Ha indotto paesi come la Turchia, con cui la Russia da anni si è divisa l’egemonia di una parte importante del nord Africa, a ricordarsi di essere un paese della Nato, a chiudere gli stretti dei Dardanelli e del Bosforo per impedire alla Russia di passare con navi militari e raggiungere il Mar Nero (e dunque l’Ucraina). Ha costretto paesi dipendenti dal gas russo come la Germania a stracciare patti decennali con la Russia, come il gasdotto Nord Stream 2. Ha dato l’occasione all’Europa di mettere in atto una rivoluzione nella propria politica energetica finalizzata a rendere il continente non più dipendente dalla Russia – e non è solo un caso che il mese scorso, per la prima volta in assoluto, le esportazioni statunitensi di gas naturale liquefatto verso l’Europa abbiano superato le consegne dei gasdotti russi.

Ha mostrato per la prima volta da molto tempo a questa parte il volto compatto di un’Unione europea, divisa su molte cose, ma non sui valori non negoziabili dell’atlantismo democratico. Ha messo con le spalle al muro i cavalli di Troia del putinismo in Europa tutti costretti in modo più o meno sincero a dover scegliere da che parte stare tra la difesa dell’Europa e la difesa dell’anti europeismo (citofonare Salvini e Le Pen). Ha, come scritto dall’Economist, messo Putin, all’interno del nuovo ordine mondiale, nella condizione di condannato a essere il partner minore di un regime più forte, come la Cina, e nella condizione di diventare, per i tecnocrati e i capitalisti russi, più un presidente da combattere che un leader da difendere. Ha dato all’Unione europea l’opportunità di prendere, all’unanimità, una decisione senza precedenti sull’immigrazione, permettendo cioè ai profughi ucraini di essere accolti nei paesi europei, compresi Polonia e Ungheria, senza bisogno di presentare domanda d’asilo. E ha spinto l’Ue, nel giro di poche ore, a fare un passo in avanti nella promozione della difesa comune, della difesa dello stato di diritto, della difesa della democrazia, della difesa dell’atlantismo, della difesa dell’accoglienza, spingendo la Commissione europea ad adottare misure senza precedenti (ieri l’Ue ha eliminato le più importanti banche russe dal sistema Swift assestando un colpo potenzialmente letale al sistema finanziario russo) e a trasformare l’arma dell’attacco economico in uno strumento non meno incisivo rispetto alle convenzionali armi militari. Fermezza. Prontezza. Tempestività. Unità. Tra Kyiv e Putin chi è più sotto assedio?

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.