Quanto può reggere un paese coi confini sigillati? Il caso giapponese

Giulia Pompili

Il governo del primo ministro Fumio Kishida fino a qualche mese fa dormiva sonni tranquilli – era riuscito a contenere i contagi senza veri lockdown, senza un modello alla cinese – era come se il virus si fosse “autodistrutto”. Poi è arrivata Omicron

Il Giappone è il paese a cui guardare per capire la difficile prevedibilità del virus Sars-Cov-2 e il complicato rapporto tra scienza e politica, ma soprattutto per interrogarsi attorno a una domanda: quanto può resistere ancora il modello di globalizzazione e di mobilità che abbiamo costruito in un mondo dai confini chiusi? Sin dall’inizio della pandemia l’arcipelago giapponese ha affrontato circa quattro crisi di contagi: nell’agosto del 2020, nel gennaio e nel maggio del 2021, e poi la peggiore, nell’agosto scorso, con un picco da quasi 25 mila nuovi casi al giorno. L’aspetto interessante del fenomeno epidemiologico giapponese, che numerosi scienziati soprattutto in Asia stanno studiando, è che nel giro di poco tempo il paese era riuscito a contenere i contagi – senza veri lockdown, insomma senza un modello alla cinese: era come se il virus si fosse “autodistrutto”. Circolano diverse teorie sul fatto che la variante Delta del virus, in Giappone, fosse sparita nel giro di tre mesi. La campagna vaccinale nipponica, partita un po’ in ritardo rispetto agli altri paesi del G7, a novembre aveva raggiunto il record di cittadini completamente vaccinati, e l’Istituto nazionale di genetica suggerì pure l’ipotesi di un enzima di difesa, frequente nelle persone asiatiche, che attacca i virus a rna. Con il numero delle persone contagiate quasi a zero, il governo del primo ministro Fumio Kishida fino a qualche mese fa dormiva sonni tranquilli: l’economia sembrava poter ripartire, c’era grande speranza. Poi è arrivata Omicron. 

 

Il governo di Tokyo è stato il primo, insieme a Israele, a chiudere le frontiere del paese il 30 novembre scorso. Durante la conferenza stampa in cui annunciava le nuove misure anti Covid, Kishida disse: “Sono pronto a essere criticato per una decisione eccessivamente prudente, ma quando si ha a che fare con un rischio sconosciuto, è meglio prendere ogni precauzione”. Il messaggio era più politico che emergenziale: Kishida voleva preservare la situazione all’interno dei suoi confini, e allo stesso tempo voleva mandare un messaggio efficace al suo elettorato conservatore, in parte convinto dall’ipotesi che i problemi vengano sempre dai gaijin, gli stranieri (a giugno 2020, prima delle grandi ondate colpissero anche il Giappone, l’allora ministro delle Finanze Taro Aso disse che i pochi contagi nel suo paese erano dovuti proprio alla “superiorità” della società nipponica: fu smentito poco dopo). 

 

A più di un mese di controllo dei confini, però, i casi di infezione da Sars-Cov-2 in Giappone sono di nuovo in aumento. Ieri se ne sono registrati 13 mila, il livello più alto da quattro mesi. Tre prefetture, Okinawa, Yamaguchi e Hiroshima, sono in uno stato di quasi-emergenza, i ristoranti hanno ripreso a chiudere presto e non si possono servire alcolici dopo una certa ora. Molte scuole sono chiuse. I giornali locali di Okinawa danno la colpa ai militari americani di base nel sud del Giappone. Ieri l’esecutivo giapponese ha annunciato nuove misure per il contenimento di Omicron, come il potenziamento del sistema sanitario, ma anche il prolungamento della chiusura dei confini agli stranieri fino a fine febbraio, ignorando il tasso di vaccinazioni altissimo e i certificati vaccinali stranieri: dall’estero solo 3.500 persone al giorno possono entrare in Giappone, e l’isolamento di quattordici giorni si fa a proprie spese in un luogo assegnato dalle autorità.  Ci sono decine di famiglie divise, stranieri che lavorano nel paese e non possono far visita a casa all’estero perché altrimenti potrebbero non tornare, perfino sportivi che giocano nelle squadre nipponiche che non sono autorizzati a far entrare nel paese i familiari. Il Mainichi ieri ha scritto che ci sono centinaia di insegnanti di lingue straniere in meno che hanno rinunciato al lavoro in Giappone per evitare l’incubo dell’ingresso nel paese. Il Nikkei sottolineava anche il problema degli studenti stranieri nelle università giapponesi, il cui numero sta crollando. Tutto questo ha un effetto sull’economia, dicono gli esperti, e lo avrà soprattutto sul lungo termine. Molti critici dell’azione del governo di Tokyo hanno ricordato il Sakoku, cioè la politica di isolamento che adottò il paese tra il 1600 e il 1800. Allora non finì benissimo per l’economia giapponese.

Di più su questi argomenti:
  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.