La Marina militare turca staziona ormai da tempo al porto di Misurata, considerata la porta verso il Sahel (foto Getty)

La proposta indecente

La Turchia all'Ue: vi aiutiamo con i migranti, in cambio occupiamo i porti in Libia

Luca Gambardella

Per Erdogan, Misurata è la porta dell’Africa ed è disposto ad alzare la posta per mettere l'Europa davanti al dato di fatto: noi di qui non ce ne andiamo

La Turchia potrebbe negoziare con l’Ue un accordo che riconosca come un dato di fatto la sua presenza militare e commerciale in Libia. In cambio, ha proposto un consigliere del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, Ankara potrebbe offrire il suo aiuto nel controllo dei flussi migratori nel Mediterraneo.

  

C’è un antefatto singolare che dimostra come i turchi abbiano già compiuto in passato operazioni di salvataggio dei migranti al largo della Libia. A gennaio del 2020, una fregata della Marina militare di Ankara, la Gaziantep, intercettò uno dei tanti barconi  che tentavano di raggiungere l’Italia. I militari recuperarono i naufraghi e prestarono loro i primi soccorsi. Infine li ricondussero indietro, a Tripoli. Fu lo stesso ministero della Difesa di Ankara a dare risalto mediatico al salvataggio, pubblicando sul suo sito le foto e i video dell’operazione. Il respingimento illegale – per l’Onu la Libia è un luogo non sicuro – era aggravato dal fatto che a compierlo era stata una nave militare di un paese della Nato. Ma non si trattò dell’unica violazione da parte dei turchi. La Gaziantep sì trovava così vicina a Tripoli perché scortava un cargo salpato da Mersin, nel sud della Turchia, carico di armi dirette al governo di Tripoli sostenuto da Erdogan e dalla comunità internazionale. Anche lo scorso 2 maggio, la Gaziantep ha assistito la Guardia costiera libica salvando altri 123 migranti,  80 miglia al largo di Tripoli.

   

Con il passare dei mesi, i turchi hanno ormai messo l’occidente davanti a un fatto compiuto: la presenza quasi in pianta stabile delle loro fregate nel porto di Misurata. “Per Erdogan, la città stato della Libia occidentale è la porta d’accesso verso l’Africa”, spiega al Foglio l’analista Mohamed Eljarh. La scorsa estate era stata rilanciata la notizia di un accordo raggiunto con l’allora governo di Tripoli per dare in concessione ai turchi il porto di Misurata per i prossimi 99 anni. “In realtà questo contratto non è ancora stato ufficializzato e non c’è stata alcuna firma. Almeno, non ancora. E’ un fatto però che ci siano piani e negoziati in corso per fare della città un hub logistico della Turchia”, dice Eljarh. Da qualche mese il Gruppo Albayrak, una grande società turca che ha già concluso accordi simili in Somalia e in Guinea, cerca un’intesa con le autorità di Misurata per la concessione del porto, ma anche per il potenziamento dell’aeroporto internazionale della città. L’obiettivo di Erdogan non si ferma alla Libia – verso la quale l’export turco è già cresciuto di oltre il 220 per cento solo negli ultimi due mesi – ma si spinge alle vie commerciali del Sahel e dell’Africa subsahariana. 

 

Per farlo, il presidente turco ha però bisogno di un’intesa con l’Europa, anche usando la carta dell’immigrazione. Da circa un anno, Ankara ha aumentato i suoi sforzi nell’addestramento della Guardia costiera libica, al punto da fare concorrenza al sostegno offerto dall’Italia, diretta interessata al controllo dei flussi migratori nel Mediterraneo centrale e principale sponsor dei guardacoste libici. “Sembra quasi che i turchi vogliano controllare i rubinetti dei migranti su un doppio fronte – ipotizza al Foglio un diplomatico basato a Tripoli – Come hanno fatto lungo la rotta balcanica, stanno provando a fare lo stesso anche in Libia”. Martedì scorso, Mesut Hakki Casin, un consigliere per la Politica estera e la sicurezza di Erdogan, nel corso di una breve intervista a Radio France Internationale ha detto che in cambio del suo aiuto nella lotta ai trafficanti di esseri umani, l’Europa potrebbe riconoscere, in via ufficiale o meno, la presenza militare turca in Libia. “Se la Turchia non avesse inviato i militari avremmo assistito a un conflitto enorme. Come potremmo ritirarci oggi? Sarebbe possibile solo se lo facessero anche gli altri”, ha dichiarato Casin, che scommette evidentemente su un punto: i rivali russi non ritireranno mai i loro mercenari dalla Libia e di conseguenza non saranno di certo i turchi a fare il primo passo. Così il consigliere di Erdogan avanza una proposta: trovare un accordo con l’Ue e metterla davanti a un altro fatto compiuto, una specie di proposta indecente: “Noi non volevamo espandere la nostra presenza militare in Libia, non ne avevamo bisogno. Ma ora sia la Turchia sia l’Ue potrebbero lavorare insieme. Puntiamo a sostenere Frontex, l’agenzia europea per la sicurezza delle frontiere esterne”. Una simile ipotesi troverebbe il sostegno anche di alcuni paesi europei, conclude Casin: “Non solo noi, ma anche Italia e Malta” sarebbero favorevoli. 

Di più su questi argomenti:
  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it