La crisi della Cdu tedesca non s'è chiusa, c'è ancora la tentazione AfD

Micol Flammini

Le dimissioni di Annegret Kramp-Karrembauer ha riaperto all’interno del partito le faide tra le varie correnti

Roma. Non può finire a brandelli la Cdu, il partito di Angela Merkel. Non può finire a brandelli perché ne risentirebbero tutti: la grande coalizione, la Germania, l’Unione europea. Per sopravvivere il partito dovrà prendere delle decisioni, che hanno a che fare con la sua anima. La Turingia, dove la scorsa settimana per la prima volta si è rotto il cordone sanitario per arginare l’estrema destra, e la Cdu, i liberali della Fdp e l’AfD, hanno votato assieme per il candidato liberale Thomas Kemmierich – e contro Bodo Ramelow ministro presidente del Land dal 2014 del partito di Die Linke – continua a creare traumi.

 

I primi a essere scottati dal fuoco della Turingia sono stati i liberali, il leader della Fdp venerdì scorso è sopravvissuto a un voto di sfiducia all’interno del partito, ma il rischio più grande è per la Cdu. Quello che la cancelliera Merkel aveva definito “imperdonabile”, che il suo partito votasse con l’AfD, ha portato alle dimissioni di Annegret Kramp-Karrembauer, nominata leader della Cdu dopo il ritiro della Merkel. Questo passo indietro ha riaperto all’interno del partito le faide tra le varie correnti, quella più progressista e merkeliana e quella più conservatrice, che mal ha sopportato alcune scelte che la cancelliera ha preso in questi anni, come l’adozione della legge a favore dei matrimoni gay, il ritiro dal nucleare, la decisione di spendere la leva obbligatoria e infine, la più travagliata di tutte con la quale Angela Merkel ha dimostrato il suo senso di solidarietà europea ma ha anche aperto una ferita profonda nella sua nazione: la decisione di accogliere un milione di rifugiati nel 2015. Quell’anima più conservatrice, rimasta in silenzio e insoddisfatta a guardare le mosse della cancelliera, sta alzando la testa adesso. E’ l’effetto Turingia che dopo aver sfiorato i liberali, poco rilevanti sulla scena politica tedesca, ora rischia di travolgere la Cdu, dove un’ala del partito continua a domandarsi: perché non dovremmo allearci con l’ultradestra?

  

Soprattutto nella Germania orientale, la parte del paese interessata dalla crescita di Alternative für Deutschland, i membri della Cdu si lamentano, sostengono che le riforme merkeliane, centriste e qualcuna anche troppo a sinistra, abbiano regalato voti all’estrema destra. La Cdu di Merkel si sarebbe dimenticata dei suoi valori cristiano democratici e c’è chi chiede di andarsi a riprendere quegli elettori. E, se ci sono elettori che in questi anni si sono spostati dalla Cdu all’AfD, allora perché non coalizzarsi, perché quel veto? Il veto posto dalla cancelliera invece è qualcosa che ha molto a che fare con i valori democratici, eppure le spinte interne, l’ebollizione di un partito che cerca la sua anima e che è disposto a venderla all’AfD sono tante. Il leader della Cdu in Turingia, Raymond Walk, ha definito il veto della cancelliera una “camicia di forza”, Lars-Jörn Zimmer, parlamentare cristianodemocratico della Sassonia, parlando con il Financial Times ha detto che non può ignorare il 25 per cento degli elettori del Land e dire “non voglio parlare con i vostri rappresentanti”, e ha aggiunto che la Cdu dovrebbe considerare l’opzione di un governo di minoranza sostenuto dall’AfD. Anche Alexander Mitsch, leader del gruppo interno alla Cdu Präsidium und Vorstand (Unione dei valori), ha detto che emarginare l’AfD è controproducente. I nomi di chi contrasta la dottrina Merkel iniziano a venire fuori, soprattutto ora che sullo sfondo c’è una lotta per la leadership del partito.

 

L’ala più conservatrice della Cdu, che vede come più innaturale un sostegno a Die Linke per arginare l’AfD che non il contrario, chiede di guardare all’Austria, dove il cancelliere Sebastian Kurz, prima di approdare a questa nuova alleanza con i Verdi, ha governato con l’Fpö, il partito di estrema destra austriaco. L’unione è finita dopo un anno e mezzo per gli scandali del vice cancelliere e leader del partito estremista. L’Övp di Kurz che aveva comunque dimostrato di essere in grado di domare gli alleati è stato rieletto nel settembre scorso, mentre l’Fpö ha perso diversi punti. Chi della Cdu vuole riproporre lo stesso schema dovrebbe però ricordare che, per non essere inghiottita l’AfD – che intanto attende, pronta ad afferrare quanto di buono può portare questa crisi – dovrebbe avere un Kurz per gestire la situazione.

 

Che la grande coalizione possa resistere ancora a tutti questi scossoni non è detto, le conseguenze sarebbero importanti anche per l’Europa. Tutti attendono il nome del prossimo leader della Cdu, che sia Merz, la nemesi di Merkel, o che sia Laschet, ministro presidente del Nord Reno-Vestfalia, sia gli altri partiti in Germania sia gli alleati in Ue vogliono sapere con chi avranno a che fare.