Dopo la Merkel

Daniel Mosseri

Due politologi tedeschi ci spiegano come funziona l’antiestremismo nella Cdu e le alternative alla cancelliera

Berlino. A dicembre 2018 Annegret Kramp-Karrenbauer (AKK) era salita sul trono della Cdu a seguito di un congresso combattuto ma civile. Contro di lei, candidata della cancelliera Angela Merkel, si erano presentati due compagni di partito dal profilo più conservatore: il giovane ministro della Salute, Jens Spahn, e il più stagionato Friedrich Merz, facoltoso consulente di Blackrock e storico rivale di Merkel. AKK prevalse fra i sorrisi e le promesse di tutti i delegati di lavorare per l’unità della Cdu. Lunedì, solo quattordici mesi dopo, AKK ha annunciato le sue dimissioni da presidente del partito e la fine di ogni ambizione a diventare cancelliera. In Turingia la presidente della Cdu non è stata capace di imporre una linea al partito su un tema di importanza strategica: il rapporto con l’AfD. Definendo l’alleanza sciagurata nata in Turingia “imperdonabile”, la Merkel ha sconfessato i dirigenti della Cdu nel Land ma ha anche tolto la fiducia alla sua ormai ex erede designata, colpevole fra l’altro di aver subito ceduto alle richieste della Spd per nuove elezioni in Turingia. Del nuovo clima fra le due donne si è subito accorto Merz: fiutata la crisi di leadership interna al partito, l’avvocato si è dimesso da consulente di Blackrock, per dedicare, come ha poi spiegato, più energie alla Cdu.

 

 

Al di là delle incomprensioni personali, “il partito non è riuscito a risolvere i suoi conflitti interni”, osserva Cristoph Butterwegge parlando con il Foglio. Ex professore di Scienze politiche all’Università di Colonia, Butterwegge è convinto che al prossimo congresso della Cdu “voleranno gli stracci” e che nel migliore dei casi il prossimo leader del partito nonché futuribile candidato cancelliere “sarà eletto con una maggioranza risicata”. E’ presto tuttavia per un toto candidati, che restano peraltro quelli di sempre (Friedrich Merz; il premier del Nord Reno-Vestfalia Armin Laschet e quello della Baviera, il cristiano-sociale Marcus Söder).

 

Prima di lasciare, AKK ha ricordato che “l’AfD sostiene tutto quello che la Cdu respinge” e di conseguenza, “lavorare con loro ci indebolisce”. Il suo passo ha tuttavia ringalluzzito la destra interna del partito, la Werte-Union (Unione dei valori), una corrente informale che conta chi, come l’ex capo dei servizi segreti Hans-Georg Maassen, è favorevole a un compromesso con l’AfD. Ma la spaccatura non è solo sul rapporto con l’ultradestra: mentre AKK piantava gli ultimi paletti contro AfD, il premier dello Schleswig-Holstein, Daniel Günther (sempre della Cdu), apriva a possibili collaborazioni fra i cristiano democratici e i socialcomunisti. Come sarebbe dovuto accadere in Turingia, dove la convergenza Cdu-Liberali-AfD ha mandato a gambe all’aria la riedizione di un governo di minoranza rosso-rosso-verde al quale la Cdu locale aveva promesso di non opporsi. Günther è però stato ripreso dal numero due del partito, il segretario generale Paul Ziemak, secondo cui i moderati devono fare da baluardo fra le estreme. “E’ la teoria dell’estremismo politico”, con la quale non concordo, afferma Butterwegge, “non si può certo paragonare il leader dell’AfD in Turingia, Björn Höcke, all’ex premier regionale della Linke, Bodo Ramelow”. Anche Konstantin Vössing, politologo tedesco della City University of London concorda: “La Linke promuove politiche radicali”, fra le quali l’uscita della Germania dalla Nato, “ma di certo non è un partito antidemocratico né sostiene la violenza politica”. Le sfide della Cdu sono almeno tre: trovare un nuovo leader “che non sarà necessariamente anti Merkel ma post-Merkel”, osserva Vössing rivolto con il pensiero più a Laschet che a Merz; stabilire se e come intende recuperare i voti persi a favore dell’AfD; definire lo spazio di manovrabilità politica: in una regione come la Turingia dove i sondaggi danno la Linke al 37 per cento e l’AfD al 24, chiudere a entrambi i partiti vuol dire legarsi le mani.