Il cielo rosso d'Australia

Una estrema e impressionante stagione degli incendi è diventata la bandiera delle politiche green. Ma la situazione è più complicata e i barbecue fanno più danni del clima

Giulia Pompili

Immaginate il cielo che si tinge di un rosso apocalittico, l’aria diventa irrespirabile. Migliaia di volontari che tentano di fermare le fiamme che invece crescono di potenza, mentre il caldo aumenta, e il fuoco avvolge tutto quello che trova: alberi, boschi, case. Alcune immagini di questa stagione degli incendi in Australia rimarranno nella storia, come quella di una bambina di undici anni su una barca, con una mascherina sulla faccia, che tiene la mano sul motore per allontanarsi dalla costa di Mallacoota, nello stato di Victoria. Per allontanarsi da casa sua. Qui due navi della Marina sono arrivate tre giorni fa per portare via più di mille persone che erano isolate sulla spiaggia da giorni. Le altre immagini che circolano in questi giorni sui social network sono quelle dei vigili del fuoco avvolti nelle fiamme, delle evacuazioni di massa – si parla di almeno centomila persone evacuate nei tre stati più colpiti, il Nuovo Galles del Sud, Australia Meridionale e Victoria, “il più grande esodo interno della storia d’Australia”. Per ora ci sono ventiquattro morti accertati, ma secondo le autorità “il peggio deve ancora venire” in termini di combinazioni climatiche – perché presto potrebbe fare ancora più caldo. E poi ci sono gli animali. L’Australia è il paese con una fauna per lo più endemica. Nelle aree colpite dal fuoco gli animali che non sono morti per intossicazione probabilmente moriranno per disidratazione e il ministro per la gestione delle Emergenze, David Littleproud, ha detto che c’è un pericolo di biosicurezza, e le carcasse vanno subito sepolte.

 

 

La crisi australiana è arrivata perfino sul palcoscenico dei Golden Globe: Russell Crowe, attore e regista neozelandese che ha vinto il premio come miglior attore, non ha partecipato alla cerimonia perché gli incendi hanno interessato la sua proprietà di Coffs Harbour, nel Nuovo Galles del Sud. Crowe ha lasciato un messaggio, letto in diretta dall’attrice Jennifer Aniston: “Questo disastro è causato dal cambiamento climatico e soltanto rivedendo le nostre azioni aiutandoci con la scienza potremo avere un futuro”. Ieri anche Joshua Wong, leader degli attivisti di Hong Kong, ha scritto su Twitter: “Le scene strazianti dell’Australia in fiamme trasformato questo delizioso paese in un inferno. E mostrano perfettamente che il rischio climatico per un paese è il pericolo climatico per tutte le nazioni sulla terra. Questa è la nostra guerra, non solo per gli australiani ma per ognuno di noi”. Ed ecco il rischio delle immagini di cui abbiamo parlato prima: il fuoco in Australia che all’estero diventa il simbolo della lotta ai cambiamenti climatici. Eppure, come spesso accade, la situazione è ben più complessa.

  

Le dichiarazioni populiste in questi giorni sono arrivate da varie parti. Da un lato ci sono i conservatori australiani, guidati dal primo ministro Scott Morrison, accusato di avere fino all’ultimo tentato di minimizzare l’emergenza per evitare le polemiche sulle sue politiche climatiche – l’Australia è il più grande esportatore di carbone al mondo, e Morrison vuole continuare a esportarlo, soprattutto alla Cina. Dall’altro lato ci sono gli estremisti del cambiamento climatico, contenitore che ormai racchiude qualunque genere di modello green, quindi nessuno, e che usano le immagini australiane per semplificare, e richiamare alla “coscienza politica” globale, qualunque cosa voglia dire. La verità è che il legame tra l’emergenza australiana di quest’anno e il cambiamento climatico globale non è ancora certo.

 

 

Già dopo i letali incendi del 2009, il governo aveva iniziato a riconsiderare alcune risposte all’emergenza: più coordinamento, più riservisti e volontari da dislocare. Il problema è che l’Australia combatte con gli incendi da centinaia di anni, ed è difficile trovare un pattern o una strategia perché il fuoco cambia e si modifica ogni volta che trova un ecosistema diverso. Le variabili sono moltissime. Secondo la Bushfire Cooperative Research Centre ogni anno in media 29 milioni di ettari vanno a fuoco in Australia, ma ogni anno è diverso, perché diverse sono le condizioni climatiche. Il 90 per cento delle aree va a fuoco durante la stagione secca tra aprile e novembre, il restante dieci per cento tra dicembre e marzo, soprattutto nelle aree temperate del sud. I costi dopo ogni stagione degli incendi sono esorbitanti per il governo centrale – quindi qualunque governo voglia restare in carica si presume abbia tutto l’interesse di pagare meno l’emergenza. Anche per questo, secondo il Financial Times, il governo di Scott Morrison è a rischio. I giornali australiani, anche quelli conservatori, in questi giorni hanno rilevato una nuova interessante fase politica, in cui la parola “energia” e la parola “clima” vanno di pari passo – dopo un iniziale momento “negazionista” di Morrison. Lo ha detto ieri l’ex ministro degli Esteri Julie Bishop, nonché volto più internazionale del partito dei Liberal di Morrison: “L’Australia deve mostrare una leadership globale sui cambiamenti climatici proponendo una politica energetica coerente in risposta alla crisi degli incendi”. Il leader del partito Laburista australiano, Anthony Albanese, ha parlato di una “emergenza nazionale enorme” ma non ha mai citato i cambiamenti climatici in questi giorni – e anzi ha visitato le comunità di minatori colpite dagli incendi, segno che la politica dei laburisti sul carbone è molto simile a quella di Morrison, ha scritto Katharine Murphy del Guardian Australia. Se la narrativa di questa emergenza incendi dovesse passare come una sfida sulle politiche climatiche, allora il terzo partito d’Australia, quello dei Verdi, potrebbe crescere ancora di più nei prossimi mesi.

 

Quello che dicono gli scienziati è che ci sono anni, come questo, in cui alcuni episodi climatici estremi hanno resa estrema anche la stagione degli incendi. Secondo un report dell’Ufficio meteorologico australiano del 2018, la temperatura media australiana è aumentata “di un grado centigrado sin dal 1910, portando a un aumento della frequenza di fenomeni di caldo estremo”. Quest’anno alcune zone dell’Australia hanno raggiunto le più alte temperature mai registrate. Il 18 dicembre scorso la media del paese era di 41,9 gradi centigradi, un caldo torrido arrivato dopo una lunga stagione molto secca, con pochissime precipitazioni – dovuta anche al fenomeno dell’Indian Ocean Dipole, un’oscillazione della temperatura della superficie marina dell’Oceano indiano, che provoca a est temperature calde o fredde. Secondo gli scienziati questa combinazione di estrema siccità e caldo ha portato al fenomeno degli incendi così estesi e difficili da domare quest’anno. Perfino il direttore del Bushfire Cooperative Research Centre, Richard Thornton, ha detto alla Bbc che “è molto difficile in generale attribuire la responsabilità dei cambiamenti climatici su un evento specifico”, quel che possiamo fare è notare la specificità di quest’anno, e che la stagione è iniziata molto presto.

 

L’Australia è un paese enorme, particolare, con una densità abitativa tra le più basse del mondo. E la mano dell’uomo spesso è responsabile. Ma qui non si tratta solo di emissioni di CO2. Secondo gli ultimi studi dell’Istituto di Criminologia australiano, tra i 52 e i 54 mila incendi ogni anno in Australia sono appiccati dall’uomo. E’ un fenomeno che conosciamo bene anche in Italia, e che Canberra tenta di studiare, per limitarne le conseguenze, già da anni. Secondo Paul Read, condirettore del Centro nazionale per la ricerca sugli incendi, gli incendi di natura umana sono molti di più, almeno 62 mila. Il 90 per cento degli incendi quindi sono attribuibili alla mano umana, in modo diretto o indiretto – vuol dire che solo il 10 per cento inizia per cause naturali. Nel conteggio non si fa differenza tra piromani e incendi accidentali – cioè quelli appiccati da chi non ha spento bene il barbecue – e almeno la metà di questo numero, spiega la Bbc, viene da ragazzi sotto i ventuno anni, che magari giocano letteralmente col fuoco e non hanno coscienza di quel che potrebbe succedere. Ma gli altri sono sospetti incendi dolosi o dovuti ad atti di incoscienza di adulti, e quindi, in teoria, gestibili con una corretta informazione da parte delle autorità, e trattando nelle sedi opportune i responsabili di atti criminali. La maggior parte degli incendi appiccati dall’uomo volontariamente è legata alla piromania, un disturbo mentale curabile, che però va riconosciuto e trattato adeguatamente, scrive sul suo blog Read. Molti piromani sfruttano proprio la stagione degli incendi in Australia per appiccare il fuoco, punire la comunità o godere del senso di potenza che deriva dall’iniziare un incendio, molto probabilmente, nel caos del periodo, sfuggendo alle investigazioni.

 

Una delle stagioni più letali della storia d’Australia è del 2009. I quattrocento incendi del Sabato nero nello stato di Victoria, iniziati il 7 febbraio e spenti definitivamente a metà marzo, hanno fatto 173 morti e hanno bruciato quattrocentocinquanta ettari di terra. Nel 2012 la Suprema corte dello stato di Victoria ha condannato a diciassette anni e nove mesi di prigione Brendan Sokaluk, un uomo di quarantadue anni con disturbi mentali, per aver acceso volontariamente l’incendio che ha reso la cittadina di Churchill “l’inferno sulla terra”, uccidendo, solo in quell’area, undici persone, e distruggendo 150 case. Come molti australiani, Sokaluk era un volontario dei pompieri.

 

Non tutto il fuoco viene per nuocere. Molti cittadini australiani, che conoscono il territorio, si domandano come mai sia stata gradualmente messa da parte la pratica del fuoco prescritto contro gli incendi boschivi. Il fuoco controllato e autorizzato, infatti, brucia con un minor “livello di calore” e più lentamente. Consuma uno strato più superficiale e basso del bosco o della foresta, cioè l’erba e il fogliame, e sfiora soltanto gli alberi, che non subiscono danni. La stessa cosa succede per gli animali: con l’incendio controllato, che brucia lentamente, hanno il tempo di scappare, e in poco tempo possono tornare nel loro habitat. Durante la stagione del fuoco australiana, l’incendio non antropico non trova granché da bruciare, perché è stato ridotto o eliminato il combustibile sul terreno, e quindi l’intervento precauzionale dell’uomo limita la sua corsa. Non solo: il problema più grande per la popolazione è il cosiddetto piro cumulonembi, un fenomeno meteorologico che si ha quando il fuoco crea una nube di fumo così alta, calda e intensa da generare una specie di microclima, una vera tempesta senza pioggia. Ma con i fulmini, che a loro volta appiccano altri incendi. Due sono i rischi maggiori per il fuoco prescritto: secondo gli ecologisti si rischia di compromettere l’ecosistema, che prima o poi sarà dominato dagli alberi da acacia, cioè quelli che bruciano più lentamente. E poi c’è la questione che vale sempre, e cioè: il fuoco, forse solo come l’acqua, è un elemento quasi impossibile da controllare completamente.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.