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Il fallimento totale della Cop25 spiegato all’ambientalista collettivo

La storia è diversa dalle leggende metropolitane e riguarda le gigantesche disparità economiche che ancora dividono il mondo. Un dato di fatto che non si rimedia certo con inutili vertici mondiali

17 Dicembre 2019 alle 20:26

Il fallimento totale della Cop25 spiegato all’ambientalista collettivo

Foto LaPresse

Ventiseimila partecipanti e tremila giornalisti accreditati: questo era il parterre della Cop25 a Madrid. Ma se cercate una spiegazione razionale del perché del totale fallimento dovete usare il lanternino. A parte qualche eccezione (Rampini su Rep., per esempio) la spiegazione è buona forse per i bambini dell’asilo. O, se preferite, per quell’ambientalista collettivo che vive di leggende metropolitane. La storia racconta di potenti insensibili e felloni da una parte e di un’opinione pubblica dall’altra affamata di risultati. Così le foto di Greta sul treno affollato e la storia del suo viaggio in barca a vela (di plastica) prende il posto dei numeri e dei dati che dovrebbero farci capire il perché del fallimento. Perché la storia è alla fine più semplice e però assai più complicata di quanto viene raccontato all’ambientalista collettivo. Più semplice perché ha che fare con le gigantesche disparità economiche che ancora dividono il mondo. Più complicata perché non si rimedia certo a questo dato di fatto con ripetuti quanto inutili vertici mondiali. Il dito è puntato su Cina e India da una parte e sugli Stati Uniti dall’altra. Ma le emissioni dei primi due paesi sono largamente al di sotto di quelle americane. Pro capite, perché il conto totale non ha alcun senso vista l’enorme differenza della consistenza delle popolazioni. Senza considerare il passato perché, se si vanno a vedere i dati della CO2 accumulata nell’atmosfera degli Stati Uniti, dell’Unione europea e del Giappone, si vedrà che contano per più del 50 per cento con il 17 per cento della popolazione mondiale. Si può allora chiedere a Cina, India, Brasile e a tutta l’Asia, l’ Africa e il Sudamerica di arrestare la loro crescita economica appena al di sopra della povertà e agli Stati Uniti di ridurre del 50 per cento le loro emissioni? Certo che si può, ma nessun governante, a est e a ovest, è disposto a perdere consenso e vedere milioni di potenziali gilets jaunes per strada. Conflitto che si registra anche nella più propensa Europa fra ovest e est. Intanto sono in costruzione circa 350 mila megawatt di nuove centrali a carbone (un migliaio di centrali mal contate) proprio in quei paesi affamati di energia.

 

Ci vorrebbe un gigantesco salto tecnologico e un consistente trasferimento di risorse da ovest a est. Altro problema politico irrisolvibile in tempi di sovranismo. L’Europa sta in mezzo, piena di buona volontà. Ma le sue emissioni pesano per meno del 10 per cento e sono in continua proporzionale discesa. Il Green new deal forse potrebbe essere un buon affare per l’economia domestica. Ma dubito che il buon esempio possa bastare.

Chicco Testa

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