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Ettore Sequi, un navigator per Di Maio

Salvini lo usa per accreditarsi come atlantista, per il ministro è uno dei pochi ambasciatori conosciuti. Chi è davvero il nuovo capo di gabinetto alla Farnesina, dall’Afghanistan a New York

19 Settembre 2019 alle 10:56

Ettore Sequi, un navigator per Di Maio

Ettore Sequi nel maggio 2016 (foto LaPresse)

Quando si scrive il ritratto di qualcuno, si comincia con l’ascoltare i nemici. Per partire dal pregiudizio e poi scomporlo, analizzarlo, tirarne fuori l’essenza, e alla fine arrivare vicini, almeno, al profilo (che sia professionale, politico oppure umano) della persona. Trovare i nemici di Ettore Sequi è un esercizio piuttosto difficile. Sarà così per via dell’ambiente diplomatico in cui lavora, si dirà. Ma anche provocato negli istinti più bassi – invidie, liti pregresse, posizioni politiche – il nemico di Sequi finisce sempre per sottolineare lo stesso concetto: è un professionista. Un diplomatico di lunga carriera che è partito dall’inizio, “schivando le pallottole in Afghanistan”, per poi arrivare all’ambasciata di Pechino – considerata quasi un premio nella carriera diplomatica, perché tra le missioni più prestigiose, ma che di facile ha ben poco, soprattutto negli ultimi anni. Per sapienza del destino, negli stessi giorni in cui il nuovo governo giallorosso si formava, e mentre all’ex vicepresidente del Consiglio ed ex ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, si consegnava uno dei ministeri più importanti del paese, cioè il ministero degli Esteri, l’ambasciatore Ettore Sequi terminava i suoi quattro anni (e due mesi di proroga) da ambasciatore d’Italia in Cina. E’ stato facile per Di Maio scegliere Sequi come capo di gabinetto della sua Farnesina. Il suggerimento sembra essere arrivato da Elisabetta Belloni, segretario generale degli Esteri sin dal 2016. Il capo politico del Movimento cinque stelle si fida di entrambi: Belloni è stata “reggente” della Farnesina durante l’anno in cui l’ex ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, si ritagliava un profilo super partes, talmente tecnico da non rilevare. Anche allora, a sporcarsi le mani gestendo le due anime del governo “Conte uno” c’era il segretario generale – e non dev’essere stato un lavoro facile. Ma per un parvenue della politica come Di Maio anche Sequi ha un profilo riconoscibile: da vicepremier e ministro dello Sviluppo economico, i suoi viaggi all’estero si contano sulle dita di una mano, e il volto dell’ambasciatore italiano a Pechino deve esserselo ricordato. E’ stato lui ad averlo accompagnato per mano nel suo viaggio in Cina e poi durante la visita di stato di marzo del presidente cinese Xi Jinping.

Per sapienza del destino, negli stessi giorni in cui il nuovo governo rossogiallo si formava, Sequi terminava la sua missione in Cina.

 

E appunto, la Cina. L’Italia è un paese dalla memoria a breve termine, e quando Sequi è stato nominato capo di gabinetto della Farnesina in giro si è letto quasi esclusivamente del suo incarico precedente, cioè quello a Pechino. Su Repubblica il 9 settembre scorso si leggeva un articolo dal titolo: “Un ‘cinese’ alla Farnesina. Prove di pace con Pechino”, nel quale il quotidiano sosteneva che la nomina di Sequi fosse in linea con la volontà di dare seguito alla “strategia cinese” di Di Maio – l’uomo che ha materialmente messo la firma sul memorandum sulla Via della Seta il 23 marzo scorso. Una frase che ha interiorizzato il leader della Lega Matteo Salvini, che adesso fa propaganda anticinese ma che, sappiamo bene, ha autorizzato la firma del memorandum. L’ambasciatore Sequi ha lavorato molto dietro le quinte per arrivare a due importanti intese con la Cina, quella sulla Via della Seta e quella per la cooperazione nei paesi terzi, ma sarebbe un errore “legare il suo nome esclusivamente a quello”, ci dicono. “Un ambasciatore è al servizio del paese. Semplificando al massimo, lavora per fare quello che la politica gli chiede di fare”, spiega una fonte diplomatica. E dunque l’accelerazione sulla firma del memorandum con Pechino che nel marzo scorso ha attirato le critiche dei nostri tradizionali alleati, in Europa e Oltreoceano – e ci ha legati a un progetto strategico politico cinese – fu una spinta arrivata da Roma, non dagli uffici dell’ambasciata italiana a Pechino. A Roma, a lavorare nelle stesse stanze di Di Maio, allora c’era il sottosegretario allo Sviluppo economico Michele Geraci, il vero “cinese” al governo gialloverde. Quest’ultimo, forse nel tentativo di rientrare nel nuovo governo con un qualche ruolo, e complice anche una considerevole dose di vanità, aveva perfino sostenuto di aver suggerito lui stesso a Di Maio la nomina di Sequi al ruolo di garanzia più importante della Farnesina. Sappiamo che non è andata così. Sappiamo che la Farnesina è un ministero che funziona come un organismo complesso, che si autotutela, espelle i corpi estranei e si cura dov’è ferita. Sequi conosce Geraci da tempo, perché Geraci prima di entrare al governo era un attivissimo della comunità italiana di Pechino. “Se dovessimo per forza trovare un difetto a Sequi, forse è il fatto che inconsapevolmente ha contribuito a creare la figura di Geraci”, ci dice un imprenditore della comunità italiana in Cina, “ma Sequi è un diplomatico con un curriculum pazzesco, Geraci è un docente a contratto in Cina il cui unico risultato è stato dire in giro cose belle della Cina. Salta all’occhio la distanza tra i due, no?”.

Lavora molto, giorno e notte, caratteristica che ha portato con sé anche in Cina: “Tiene ritmi incredibili”. Il messaggio di Karzai

 

Le due guardie pretoriane di Di Maio agli Esteri, Belloni e Sequi, si conoscono da molto tempo. Li lega un’amicizia professionale dovuta anche a momenti complicati vissuti in passato, negli anni di Kabul. Dal 2004 al 2008 Ettore Sequi è stato capo di missione in Afghanistan, e nello stesso periodo Elisabetta Belloni era a capo dell’Unità di crisi della Farnesina: si sentivano praticamente tutti i giorni. Sembra un periodo lontanissimo della nostra storia, erano anni difficili. L’inizio della missione italiana nel paese risale al 2001, ma è nel 2004 che si intensifica il coinvolgimento dei nostri militari, specialmente nella zona di Herat. Sequi, a quarantotto anni, è considerato un diplomatico giovane, e si trova in un paese cruciale, “in un periodo in cui i rapimenti degli italiani erano quasi quotidiani”, ci racconta una persona che ha lavorato con lui quegli anni. Eppure “sapeva assumersi le responsabilità” e “lavorare in squadra”, un’attività non facile quando la politica chiede vetrine e la diplomazia lavora su altri canali, spesso agli antipodi. Per capire il “metodo Sequi” bisogna andare a rileggere una quarantina di pagine che Andrea Angeli – per trent’anni con i boots on the ground a fare da portavoce nelle missioni di pace più complicate con l’Onu, la Nato e l’Unione europea – ha dedicato a Sequi in un suo libro del 2011 “Senza pace. Da Nassiriyah a Kabul, storie in prima linea” (Rubbettino, 206 pp., 14 euro). “Tra Esteri e Difesa, ossia tra ambasciata e contingente militare, le competenze e i rapporti gerarchici sul campo non sempre sono definiti con chiarezza”, scrive Angeli. Una spaccatura che nell’ultimo anno e mezzo abbiamo visto ancora più evidente, quando l’ex ministro della Difesa Elisabetta Trenta ha detto di essere pronta a ritirare il contingente italiano che è rimasto in Afghanistan, circa 900 uomini, e l’ex ministro degli Esteri Moavero le ha risposto: “Non ne sapevo nulla”. Mentre la politica si accapiglia sul messaggio da mandare, e tutto sommato certe dichiarazioni tra i Palazzi di Roma hanno poche conseguenze, sul campo è tutto diverso, racconta Angeli. Eppure negli anni di Sequi “a Kabul non era così”, scrive. E inizia con la sua prima cena in ambasciata, in un clima cordiale e lontano dalle risse televisive, nonostante la presenza di politici e profili con posizioni opposte sulla crisi afghana. “Era forse per via della distanza da Roma? Può darsi. Ma anche per quel clima di tolleranza e pluralismo che, nel quadriennio Sequi, si è respirato all’ambasciata italiana di Kabul”.

 

“La Sardegna non si può spiegare, si può solo sentire. E vivere con orgoglio”, ha detto in un videomessaggio due anni fa, quando ha ricevuto il premio “Lago Omodeo - Noi Sardi nel Mondo”. L’essere sardo, secondo tutti quelli che hanno lavorato con lui, è un tratto distintivo del carattere di Sequi, e lo racconta Angeli, tra le altre cose, citando il maialetto allo spiedo che Sequi portava ogni anno a Pasquetta al Camp Invicta, l’ex caserma sovietica trasformata in base dal contingente italiano a Kabul. Una di quelle cose che i militari non dimenticano: l’ambasciatore che si siede e mangia e beve con loro. “Ettore Francesco Sequi nasce nel 1956 a Ghilarza, cittadina di cinquemila anime in provincia di Oristano che ha dato i natali all’ambasciatore Angelino Corrias e a Mario Cassari, un nunzio apostolico in prima linea nel conflitto balcanico, oltre che essere luogo d’infanzia di Antonio Gramsci. Ma la famiglia proviene da Oliena, più a est, nel nuorese”. Studente di Scienze Politiche all’università di Cagliari, Sequi si specializza in islamologia e negoziati multilaterali. Anche per questo il suo primo incarico, quattro anni dopo l’inizio della carriera diplomatica, è come console generale in Iran. “Muove i primi passi in carriera nella Teheran di Khomeini”, scrive sempre Angeli. “Le ossa se le fa a New York, alla missione presso le Nazioni Unite, nella celebrata stagione di Francesco Paolo Fulci. Sequi è uno dei più stretti collaboratori dell’ambasciatore di ferro, passato alla storia per le sue battaglie contro l’allargamento, a spese dell’Italia, del Consiglio di sicurezza”. Siamo al 1998, e Sequi torna alla Farnesina, “dove al timone c’è Lamberto Dini. Ed è proprio al gabinetto del ministro che Sequi viene assegnato”.

Le intese con la Cina: “Un ambasciatore lavora per fare quello che la politica gli chiede di fare”, ci spiega un diplomatico

 

Ieri il leader della Lega Matteo Salvini in un video su Facebook ha detto che “Di Maio è tanto legato alla Cina da aver preso come capo di gabinetto quello che era l’ambasciatore italiano in Cina, quindi…”. Chissà se sa che i primi passi alla Farnesina, nel gabinetto di un ministro, Sequi li ha mossi alla fine degli anni Novanta – quando il camaleontico Salvini poco più che ventenne guidava i Comunisti padani. Allora la politica estera italiana era così incisiva da essere riconosciuta con l’espressione di “dottrina Dini”: un decisionista, come pochi se ne sono visti negli anni a seguire. Nel 2000, due anni dopo, Sequi viene mandato a fare il vicecapomissione a Tirana, in Albania, nel periodo critico degli sbarchi. Qui “affina l’arte del comando, affiancando ambasciatori che giocano un ruolo di primissimo piano”, scrive Angeli.

 

Poi arriva l’Afghanistan. A Kabul Sequi resta quasi sei anni: quattro come rappresentante diplomatico italiano, e poi come rappresentante Speciale dell’Unione europea per l’Afghanistan. Angeli racconta i momenti più delicati, quelli delle crisi dei rapimenti e i rapporti con la stampa e i media, anche stranieri. Sequi lavora sempre, giorno e notte, caratteristica che – secondo chi ha lavorato con lui anche negli ultimi anni – ha portato con sé anche in Cina: “Tiene ritmi incredibili”, ci dicono. E risponde sempre, a tutti. Ma fa parte del suo carattere anche la capacità di tenere insieme “con estrema eleganza” le varie anime del mestiere, e tutti i suoi interlocutori. Hamid Karzai, il primo presidente eletto dell’Afghanistan in carica fino al 2014, durante il discorso di commiato per l’italiano disse che Sequi era “il miglior ambasciatore dell’Afghanistan che abbiamo avuto in Europa”.

 

Perché Sequi non è soltanto l’ambasciatore d’Italia, ma agisce per vari anni anche in rappresentanza dell’Europa. Lavora e sa lavorare con i politici. “E’ un diplomatico e non può dirlo, ma secondo me è più di sinistra di quanto voglia far vedere”, ci dice un consigliere diplomatico straniero che conosce bene Sequi. “Quando ho letto che veniva associato ai Cinque stelle, solo perché è tornato a Roma per fare il capo di gabinetto a Di Maio… ma veramente si possono scrivere certe cretinate?”. Infatti non è la prima volta che si occupa dell’ufficio del ministro degli Esteri. Nel 2014 viene chiamato al Palazzo della Farnesina come capo di gabinetto dell’ex ministro degli Esteri Federica Mogherini, e poi resta anche l’anno successivo, durante l’anno d’oro della Farnesina di Gentiloni. “Lavoravano dalla mattina alla sera, tutto il giorno chiusi negli uffici, evitando gli incontri di rappresentanza, o comunque senza mai intrattenersi”, ci dice un funzionario del ministero. In un’intervista al China Daily del 2016, Sequi spiega ai cinesi il referendum costituzionale di Matteo Renzi: i media cinesi lo scambiano per un referendum sulla permanenza dell’Italia in Europa, una specie di voto Brexit, e dalle risposte di Sequi si intravede un’anima riformista. Ma soprattutto, Sequi non ha niente del sinofilo. Durante la sua permanenza a Pechino, dice un accademico italiano, “ha fatto sistema. Ma davvero, non come a volte impropriamente si usa l’espressione”. Per esempio? “Ha istituito il ‘raduno informale di sistema di Yanqi Lake’. Alle chiacchiere del primo anno tra tutti i coinvolti nel ‘sistema Italia’ in Cina poi sono seguiti i fatti”.

E’ il primo ambasciatore d’Italia a essere stato accreditato nella Nuova Cina di Xi. I rapporti con l’esigente comunità di expat

 

Sequi ha due primati in Cina. E’ il primo ambasciatore d’Italia ad essere stato accreditato dal presidente Xi Jinping – e quindi il primo ad affrontare la Nuova Cina di Xi, tornata potente, e quindi per molti aspetti anche aggressiva, ma con cui è quantomai necessario relazionarsi – ed è stato l’ultimo accreditato anche in Mongolia, perché dal 2016 l’Italia ha aperto un’ambasciata a Ulan Bator. Nel mezzo, molte cose di cui ci parlano alcuni rappresentanti della comunità italiana a Pechino. Una comunità non facile, ci spiega un accademico e assiduo frequentatore, perché quello che viene richiesto alle ambasciate dagli expat, magari rappresentanti di piccole e medie imprese, va ben al di là delle possibilità di una sede diplomatica. Ma Sequi “ha la tenuta del sardo che si è formato in Afghanistan, difficilmente si tira indietro. Anche per questo non si cura molto di ciò che si scrive di lui”. E’ stato il testimone e facilitatore anche degli incontri di maggiore importanza degli ultimi anni tra Italia e Cina: oltre alla visita di stato di Xi in Italia, c’era stata la cena al Forte Village tra Matteo Renzi e Xi Jinping, nel 2016, e poi la visita del presidente della Repubblica Sergio Mattarella in Cina nel 2017. “L’aspetto più rassicurante di Sequi è la sua indipendenza intellettuale”, ci dice chi ha lavorato molti anni al suo fianco alla Farnesina, “mi spiego meglio: è un diplomatico come dovrebbero essere i diplomatici, multitasking. Sa come rafforzare l’interesse nazionale pur essendo molto apprezzato all’estero”. Il metodo Sequi applicato all’Afghanistan è lo stesso di Pechino. “Avrei solo una curiosità, una sola domanda che gli farei, se dovessi averne l’occasione”, dice un autorevole accademico italiano, “quanto potrà resistere con Di Maio?”. Il primo esame è a New York, lunedì prossimo, all’Assemblea generale dell’Onu.

Giulia Pompili

Giulia Pompili

Giulia Pompili è nata il 4 luglio. E' giornalista del Foglio dove scrive soprattutto di Asia – nel 2012 ha vinto il premio giornalistico "Umberto Agnelli" della Fondazione Italia Giappone. Recita a memoria i test missilistici di Kim Jong-un, ma pure le canzoni degli Afterhours. E' terzo dan di kendo.

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Commenti all'articolo

  • AlessandroT

    19 Settembre 2019 - 12:12

    Che bell'articolo, grazie (sia all'autrice che alla persona soggetto dell'articolo). Ma esiste in Italia una scuola per formare gente così? In India hanno questo magnifico Indian Administrative Service, noi cosa abbiamo? Lo chiedo senza retorica, sarebbe interessante un articolo che spieghi come si formano gli uomini migliori della nostra burocrazia e del nostro stato. Dei raccomandati purtroppo già sappiamo, ma per fortuna sembra che non appartengano tutti a questa categoria.

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