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La baruffa tra Scalfarotto e Di Stefano, prima grana di Di Maio alla Farnesina

Passano al Mae le competenze per Commercio internazionale e Promozione internazionale. Ma si apre un caso: dare le deleghe a un sottosegretario del Pd o del M5s?

20 Settembre 2019 alle 09:39

La baruffa tra Scalfarotto e Di Stefano, prima grana di Di Maio alla Farnesina

Ivan Scalfarotto (foto LaPresse)

Roma. A volerlo analizzare con lo sguardo serafico di Manlio Di Stefano, il giallo è presto risolto. “Autopromozione”. Così diceva, alla buvette di Montecitorio mercoledì scorso, il sottosegretario agli Esteri del M5s. Il problema, per lui, sta tutto lì. “Ivan Scalfarotto si fa pubblicità. Dà per acquisita una delega che invece non è stata ancora assegnata. E che dubito fortemente verrà assegnata a lui”. La delega in questione è quella del Commercio estero, che il capo politico del M5s ha voluto portarsi con sé, insieme agli scatoloni, nel trasloco dal Ministero dello Sviluppo a quello a quello degli Esteri, realizzando una riforma che, a volersi limitare alla Seconda Repubblica, risale almeno ai tempi in cui al Commercio estero era riservato un ministero indipendente e a guidarlo era Piero Fassino (1998). E forse è anche per evitare incidenti, che Di Maio ha curato la stesura del decreto che sancisce il trasferimento delle competenze da Via Veneto alla Farnesina in prima persona, ritoccandolo fino al primo pomeriggio di ieri, fino a pochi minuti prima di entrare nel Cdm che poi lo ha approvato: troppo forte il timore alimentato dai resoconti che al leader grillino sono stati fatti nei giorni scorsi, di quella volta – era l’estate del 2012 – in cui gli allora ministri Giulio Terzi e Corrado Passera s’erano accordati per realizzare quel trasloco di strutture, ma arrivati in Cdm si accorsero che il decreto in questione era stato modificato nottetempo. E tutto s’arenò.

 

Ieri, invece, i tranelli della solita “manina” sono stati sventati, e così Di Maio ha potuto dare il lieto annuncio via Facebook, coronando almeno un paio di settimane di gran trafficare. Incluso un certo lavoro di moral suasion nei confronti del Mise, dove speravano di trattenere almeno una parte delle leve del Commercio estero. E invece alla fine, anche per evitare eventuali sovrapposizioni, entrambe le direzioni generali del Mise andranno alla Farnesina, a partire da gennaio: quella del Commercio internazionale finirà sotto la direzione dell’Unione europea, mentre quella della Promozione internazionale verrà inglobata nella direzione Sistema paese, di cui proprio Di Stefano si occupa. E anche l’Ice (l’Istituto per il commercio estero) verrà trasferito sotto l’ombrello del ministero degli Esteri, insieme alle sue 78 sedi estere.

 

Missione compiuta, insomma. Solo che ora c’è da risolvere il problema politicamente più rognoso: a chi affidare quella delega? Nel Pd, sono convinti. “Tocca a Scalfarotto”. E’ stato lui, del resto, a occuparsi di Commercio estero nella scorsa legislatura, nel Mise di Carlo Calenda. E se il profilo dell’alfiere renziano è stato preferito a quelli di Lia Quartapelle e Roberto Cociancich, è stato proprio perché si puntava a quell’incarico. E’ stato direttamente Dario Franceschini a trattare la cosa: prima con Matteo Renzi, e poi con Di Maio, raggiungendo un accordo che, ai diretti interessati, è stato garantito come “chiaro al 100 per cento”. E il patto prevedeva che la Cooperazione internazionale sarebbe andata alla grillina Emanuela Del Re, il Commercio estero, appunto, a Scalfarotto. Il quale ha creduto a tal punto che tutto fosse definito, che non solo ha esultato su Facebook., ma ha anche iniziato a svolgere visite istituzionali: e così mercoledì era alla fiera delle calzature di Milano, ieri al Salone nautico di Genova.

 

E che tutto questo zelo sia vanamente speso, non è detto. Ma evidente è anche l’interesse di Di Stefano per quella delega. “Ma ti pare – si chiede il grillino – che dopo aver realizzato questa riforma così importante, e dopo aver trasferito la struttura da un ministero a guida M5s ad un altro ministero a guida M5s, alla fine cediamo questa delega a uno del Pd? Anzi, a un renziano?”. E in effetti proprio questo potrebbe essere l’impaccio: perché ora che Scalfarotto è, a tutti gli effetti, un esponente di “Italia viva”, Di Maio potrebbe trovare una sponda al Nazareno per mantenere il controllo diretto su quella struttura e fare, d’intesa col Pd, uno sgarbo a Renzi. “Deciderà il ministro”, dicono alla Farnesina. E non pare che il ministro abbia deciso ancora, stando alla vaghezza con cui mercoledì, in un primo incontro coi sottosegretari organizzato a Montecitorio, ha accennato all’argomento. E vista la sicurezza con cui, da quell’incontro, sono usciti sia Di Stefano sia Scalfarotto, c’è da credere a chi, nello staff del capo grillino, già prevede un “braccio di ferro”.

Valerio Valentini

Nato a L'Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, piccolo paese sugli Appennini abruzzesi. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all'Università di Trento, dopo un Erasmus nell'Essex e uno a Parigi. Al Foglio sono arrivato per la prima volta nel 2017, come stagista, e l'ho trovato il posto migliore dove fare il giornalista e occuparsi di politica. Ho scritto un libro, "Gli 80 di Camporammaglia" (Laterza), sulla gente delle mie parti e sul loro strano modo di stare al mondo, che ha vinto nel 2018 il Premio Campiello Opera Prima

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