Storie di porti chiusi

Giuseppe Marcenaro

La St. Louis bloccata davanti alle coste di Cuba e Stati Uniti: molti degli ebrei a bordo finirono poi nei lager nazisti. La zattera della Méduse alla deriva. Viaggi della speranza e naufragi, un destino che si ripete

Quando volse la prora della sua nave verso le nostre sponde per individuare un luogo di sbarco, l’isola di Lampedusa non doveva essere di gran moda come punto d’approdo. Allora, tra chi vagheggiava dalle parti mediterranee delle “isole d’alto mare”, chiamate appunto Pelagie, conosciuta con una denominazione greco-bizantina, Lopadúsa, che stava per ricca di molluschi, l’isola, per casualità e sosta, era attracco di natanti fenici e greci… poi, ben più tardi, di romani e arabi… Ma allorquando, proveniente dal Nordafrica, dopo sette anni di peregrinazioni, decise che era venuto il tempo di consentirsi una certa qual stabilità e dare senso alla sua leggenda, Enea, col seguito di esuli, sbarcò sulla costa di Pomezia nei pressi di Pratica di Mare. Il resto della storia è ipernoto. Fortuna che dalle parti di quella remota riva non vi fosse qualcuno a impedire lo sbarco a quei migranti che, stufi rasi di girare per approdi e coste, già se l’erano dovuta vedere in principio con la guerra di Troia, da cui erano scappati; e poi avevano dovuto affrontare sfortunate e incomprensibili avventure in giro per vari luoghi del Mediterraneo. Fortuna che non vi fosse qualcuno a urlar loro che era vietato approdare dalle nostre parti, perché proprio senza gli ignoti migranti, impunemente sbarcati su tal lido (che ancora si chiamava “niente”), e di cui siamo i diretti discendenti (Virgilio docet), manco Roma vi sarebbe e l’italico evolversi chissà che verso avrebbe preso.

 

Enea, col seguito di esuli, sbarcò sulla costa di Pomezia. Fortuna che da quelle parti non vi fosse qualcuno a impedire lo sbarco a quei migranti

Questa marginale rimembranza liceale sgorga da uno speranzoso desiderio di raffreddare tutto il coacervo di continue beghe “condominiali” tra supposti portinai autonominatisi custodi dell’ineffabile bellezza dell’italico suolo che sembrerebbe dover essere invaso e corrotto da un momento all’altro a seguito di un fenomeno tanto universale quanto naturale: il sommovimento dell’umanità in continuo peregrinare per il mondo in ricerca di una essenza alla propria ragion d’essere. Che poi è la diffusa aspirazione di affidarci alla sorte, a un colpo di dadi che faccia passare da una casella all’altra dell’inquietante e universale Monopoli dove le nostre vite sono “imprigionate”. E quando ci pare che la casella impostaci dalla sorte sia affollata come un autobus nell’ora di punta, spremuti l’un l’altro, impudicamente “decretiamo”: siamo troppi e non deve più salire nessuno. Va a vedere. E’ sempre un problema di scelte del più forte: se far approdare su una spiaggia degli individui che, dall’instabile navigazione su un canotto, sperduti in mezzo al mare, aspirano a scendere sulla terra ferma che riconoscono nel loro immaginario come promessa di salvezza. Oppure lasciare che tutto avvenga, non prendere nessuna decisione e che la sorte faccia il proprio mestiere di musa della casualità. E son tante le storie che si possono prendere “a modello” quali inciampi dell’ineffabile perpetrarsi della giostra sulla quale tutti continuiamo a volteggiare.

 

Incontrai persone che avevano girato il mondo su quella nave che non aveva avuto il permesso di approdare in nessun porto: ve ne ricorderete di certo, a quel tempo i giornali erano pieni di quella storia”. E’ questo il frammento di una lettera di Etty Hillesum, una ragazza olandese morta a 29 anni nel campo di stermino nazista di Auschwitz. In questa sua lettera – pubblicata nel carteggio Lettere (ed. Adelphi) – riferisce d’aver incontrato, nel 1942, nel campo di smistamento di Westerbork, in Olanda, persone che le avevano raccontato di essere state imbarcate sulla St. Louis, una nave da crociera tedesca che il 13 maggio 1939 era partita dal porto di Amburgo con 937 passeggeri. Per la maggior parte erano ebrei che avevano tentato di fuggire dall’orrore che si è diffuso nella loro terra. Si erano imbarcati sulla St. Louis che faceva rotta per gli Stati Uniti. Con un anticipato approdo a Cuba. Tutta questa umanità agognava a vivere in una terra libera, a trovare un angolo di mondo lontano dalla Germania dove ormai non vi erano più possibilità esistenziali.

 

Furono contate quindici figure con occhi scavati nelle orbite, rovi di barbe incolte, spalle bruciate, pelle scorticata, vesciche…

Ogni giorno che passa sull’Atlantico, mentre la nave procede verso il “nuovo mondo”, nella moltitudine degli esuli si accresce l’illusoria promessa e l’orgasmo di poter finalmente vivere in un paese libero dove non vi siano differenze di razza, di stato e di religione. Un paese dove si possa vivere con l’orgoglio e la dignità d’essere una persona. Quello della St. Louis sarà per quelle 937 esistenze purtroppo un viaggio di vana speranza. Si dirà poi che ancora una volta erano stati gli eccessi della burocrazia ad aver giocato un brutto scherzo agli speranzosi migranti. In effetti molti di loro si erano premuniti di certificati necessari allo sbarco a Cuba, ma i documenti, come si suol dire, non sembravano perfettamente adeguati: contestati dagli ufficiali doganali saliti a bordo della St. Louis fermata in rada davanti al porto dell’Avana. E ciò che più aveva “insospettito” i controllori cubani era che tutti i passeggeri erano ebrei.

 

La St. Louis era arrivata all’Avana dopo due settimane di navigazione sull’Atlantico. Effettuati i controlli, soltanto a 28 passeggeri venne consentito di scendere a terra. Gli altri, oltre novecento, non avrebbero per nessuna ragione dovuto lasciare la nave. Iniziò così una vera e propria trattativa tra il comandante della nave e le autorità dell’isola. Il presidente cubano Federico Laredo Brú “chiuse il porto”. Inflessibile nella sua decisione. Pretese inoltre che la nave potesse sostare ma assolutamente fuori dalle acque cubane.

Per quanto possa sembrare incomprensibile, a una grande distanza dalla Germania nazista, l’insofferenza per gli ebrei a Cuba era piuttosto diffusa: la maggior parte degli isolani non approvava piuttosto apertamente la presenza di rifugiati ai quali il governo aveva già consentito di stabilirsi nell’isola. Si era intanto propalata tra la popolazione l’opinione che gli stranieri, soprattutto gli ebrei, rifugiati a Cuba, si appropriassero dei posti di lavoro. Dicerie che avevano diffuso un vivace antisemitismo, rinfocolato in più da agenti nazisti infiltratisi nell’isola.

 

La storia della St. Louis bloccata davanti all’Avana con a bordo passeggeri ebrei in fuga dalla Germania nazista fece il giro del mondo. La nave stava lì, immobile oltre il confine delle acque cubane. Gli oltre novecento passeggeri cominciavano a languire. I giornali starnazzavano senza tuttavia indicare una possibile soluzione. Soltanto uno o due giornali suggerirono l’ipotesi di accogliere quegli esuli negli Stati Uniti. Il suggerimento poteva e doveva essere considerato. Tanto più che il presidente cubano non perdeva occasione di minacciare: prometteva di ricorrere alla forza per far allontanare la St. Louis anche oltre e al di là dalle acque territoriali.

 

Persone di “quella nave che non aveva avuto il permesso di approdare in nessun porto”, Etty Hillesum le incontrò nel campo di Westerbork

Volta la prua, con il suo carico di angoscia e disperazione, la nave puntò a nord, dirigendosi verso le coste della Florida. E quando all’orizzonte cominciò a profilarsi la terra e intravvedersi la città di Miami, i suoi edifici e le sue strade, il comandante della nave inviò una petizione al presidente Franklin D. Roosevelt. Era una richiesta di aiuto. Il permesso di sbarcare quegli uomini e quelle donne e quei bambini che avevano riposto la loro speranza nel paese della libertà. Il comandante del St. Louis dal presidente degli Stati Uniti non ricevette mai risposta. Soltanto il Dipartimento di stato inviò un telegramma agli esuli: “I passeggeri dovranno iscriversi e aspettare il loro turno nella lista di attesa per ottenere il visto, solo allora potranno entrare negli Stati Uniti”. Che era null’altro che una formula burocratica per evitare che i “disperati” del St. Louis, testimoni viventi dell’orrore che si stava perpetrando in Europa, mettessero piede sul suolo americano.

 

E allora? Al comandante della nave, Gustav Schroeder, non restò che prendere una drammatica decisione: tornare indietro visto che il “mondo libero” non era stato disponibile ad accogliere dei profughi alla ricerca di una patria che li mettesse al riparo dalle atrocità che stavano dilagando in Europa. Erano “soltanto” dei migranti in fuga da un orrore del quale tutto il mondo era al corrente, facendo finta di non sapere. D’altra parte è quello spettacolo che pur attraversando i secoli, immutabile, si può ben definire “il teatro stabile” delle efferatezze umane.

 

La St. Louis, riattraversato l’Atlantico, approdò nel porto di Anversa. Le “ong” del tempo, che forse c’erano, spontanee e segrete, cercarono di organizzare una specie di accoglienza dei ritornanti frustrati. Una curiosa anticipazione del rimpallo europeo affine ai giorni nostri: quattro paesi diedero la loro approvazione ad accogliere i reduci della St. Louis: la Gran Bretagna disse ne avrebbe accettati 288, l’Olanda 181, il Belgio 214, la Francia – provvisoriamente – 224. Dei restanti 620 passeggeri dell’impropria crociera sull’Atlantico che si ritrovarono dispersi per l’Europa senza alcuna attribuzione se non quella di clandestini in patria, soltanto 87 riuscirono a emigrare nei modi più rocamboleschi, 532 ex passeggeri, catturati dai nazisti, vennero inviati ai campi di concentramento dove in 254 morirono. Gli altri esuli si dispersero.

 

Il comandante della St. Louis, che aveva ordinato il “ritorno della sua nave in Europa” cosa avrebbe dovuto fare di fronte al rifiuto di accogliere profughi da parte del mondo libero? Invece di ripercorrere la rotta in senso contrario, rivivendone l’inciampo, imitare eventualmente Hugues Duroy de Chaumareys, capitano della celebre fregata Méduse che un secolo avanti, di fronte a un possibile salvifico approdo, per misteriose e incomprensibili ragioni non aveva voluto fossero accolte nelle scialuppe di salvataggio 140 persone che aveva deciso di abbandonare sulla Méduse, incagliata nelle secche del Banc d’Arguin, in Atlantico, 160 miglia al largo dell’attuale Mauritania.

Diretta al porto di Saint-Louis, sulle coste del Senegal, la fregata francese Méduse era salpata il 13 giugno 1816 da Rochefort. Con circa quattrocento imbarcati la missione della fregata era accertarsi che l’Inghilterra avesse tenuto fede al trattato di Parigi e avesse abbandonato la colonia del Senegal restituendola alla Francia. Una grande vittoria storico-politica.

 

La storia della St. Louis bloccata davanti all’Avana fece il giro del mondo. Il rimpallo dell’accoglienza una volta tornati in Europa

Il comandante Chaumareys voleva arrivare a destino il più presto possibile. Aumentando la velatura, nell’illusoria corsa, il 2 luglio la fregata si incagliò su un banco di sabbia. Furono calate le scialuppe di salvataggio e il capitano scelse chi avrebbe dovuto salvarsi. Sulla Méduse, con alcuni ufficiali, rimasero 147 persone. Demolendo parti della fregata fu costruito allora uno zatterone di fortuna lungo circa venti metri e largo sette sul quale si sistemarono quanti erano rimasti a bordo. Agganciata a due scialuppe per essere trascinata – dopo poche leghe la cima si spezzò – la zattera fu lasciata al proprio destino. Incidente dovuto alla sorte? Con quel mezzo di fortuna in qualche modo i naufraghi sarebbero riusciti nei tempi a trovare un approdo.

“Era un magnifico giovedì… Erano le undici del mattino quando il marinaio sul mare piatto segnalò uno strano oggetto a due gradi a dritta. Mezz’ora dopo la vedetta aveva raggiunto quell’oggetto che sembrava una zattera. Furono contate quindici figure con occhi scavati nelle orbite, rovi di barbe incolte, spalle bruciate, pelle scorticata, vesciche… Cadaveri ambulanti? Furono portati a bordo e il capitano ordinò di somministrare a quei disgraziati brodo di carne e vino. Erano le ultime quindici persone che erano riuscite a sopravvivere su una zattera lasciata in bando oltre le acque territoriali perché nel totale disinteresse da ogni parte era stato impedito loro l’approdo”.

Chi vide quell’immagine non se la sarebbe più potuta togliere dalla mente. Théodore Géricault aveva scattato un gigantesco selfie… Un allegorico o realistico spasimo. Ma dove? Nel Mediterraneo? Quando? Era il luglio 1816 o il luglio 2019?

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