Come chiudere il capitolo dei porti chiusi

Redazione

Tornare a Bruxelles e negoziare la riforma di Dublino. Appunti per il Conte bis

La nave Mare Jonio, nonostante onde alte due metri, è ferma ai limiti delle acque territoriali italiane, che non può superare per la decisione dei ministri del governo dimissionario di vietare l’ingresso nei porti italiani. La politica dei “porti chiusi voluta da Matteo Salvini dimostra di nuovo il suo carattere disumano e deve essere superata, ma per farlo, oltre a un orientamento politico diverso, serve anche un nuovo rapporto con l’Ue. Le acque territoriali italiane sono anche i confini marittimi dell’Europa e per questo serve che siano gestiti insieme a tutti gli stati membri, soprattutto in tema di accoglienza dei migranti.

 

Il secondo governo di Giuseppe Conte sembra orientato a superare i toni tribunizi e aggressivi nei confronti dell’Europa, che erano dettati soprattutto (ma non solo) da Salvini. Un terreno decisivo di questa nuova strategia è la questione migratoria, che però il premier incaricato, nella sua dichiarazione alla stampa dopo l’accettazione con riserva dell’incarico, ha eluso. Per chiudere il capitolo dei “porti chiusi”, senza dare l’impressione di un ravvedimento senza contropartite, serve un’impostazione che richiami gli altri paesi europei alle proprie responsabilità. Il tutto in un quadro di ricerca della collaborazione e non della provocazione, che finora non ha portato alcun risultato concreto.

 

Nell’immediato, come ha chiesto giovedì anche il deputato del Pd Matteo Orfini, servirebbe un intervento di Conte per assicurare che i migranti a bordo di Mare Jonio siano fatti sbarcare. Non solo perché si tratterebbe di un gesto di vera umanità (non quella prima evocata e poi calpestata con ipocrisia dal ministro della Difesa Elisabetta Trenta) ma anche perché così impongono le convenzioni internazionali siglate dall’Italia. Bisogna ricordare però che fino alla costituzione di un nuovo governo, Conte agisce in regime di gestione degli affari correnti, il che non gli consente di modificare i decreti sicurezza già approvati. Allora, al nuovo esecutivo rossogiallo non resta che tornare a sedersi attorno ai tavoli di Bruxelles per esigere quello che ci spetta: la riforma del regolamento di Dublino, per condividere equamente gli oneri dell’accoglienza tra tutti gli stati membri.

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