L'imprenditrice populista

Giovanni Damele* e Andrea Ruggeri**

“Se fossi razionale avrei abbandonato la competizione un sacco di tempo fa”. L’ascesa di Alexandria Ocasio-Cortez spiegata con la teoria elitista della democrazia di Schumpeter

La mitologia cresciuta intorno ad Alexandria Ocasio-Cortez (AOC) non poteva non diventare una sceneggiatura ideale. Lo dimostra il documentario recentemente lanciato da Netflix, “Knock down the house”. Inizia come la storia di quattro candidate outsider, alle primarie per le elezioni midterm del partito democratico ma diventa subito la storia dell’unica di loro che ce la fa: AOC, appunto. La gara è – politicamente – avvincente. La sfida è impari: AOC deve sconfiggere, contro tutte le previsioni, Joseph “Joe” Crowley, un pezzo grosso del partito che passa di rielezione in rielezione. Il campo è il quattordicesimo congressional district di New York (il Bronx orientale e la parte centrale e settentrionale dei Queens): un melting pot etnico e sociale, blindato per i democratici. La posta in gioco è alta: chi vince le primarie, vince un biglietto d’andata per Washington. La campagna sembra un caso da manuale di personalizzazione della politica, ma è costruita intorno all’idea di una lotta collettiva. L’obiettivo è “restituire il potere al popolo”. In gioco non c’è uno scontro tra “sinistra” e “destra” ma tra “sopra” e “sotto”. L’alternativa è tra “noi” e “loro”, tra “popolo” ed “élite”. La vera lotta è contro l’establishment democratico che “sopprime la democrazia”. AOC esce dal documentario come una politica nata. È fotogenica, ha buone capacità oratorie, pertinacia e coraggio. La campagna è costruita bene: i contenuti ci sono e sono presentati persuasivamente. Inoltre, l’avversario probabilmente all’inizio la sottovaluta e quando si sveglia è troppo tardi. L’establishment è battuto. AOC vince le primarie e quindi le elezioni midterm per la Camera dei rappresentanti: è nata una stella progressista.

 

Un politico tratta gli elettori come un commerciante i consumatori, “fabbrica” una “volontà collettiva” che non è la volontà del popolo

Nel 1942, un austriaco dai modi e dalle convinzioni aristocratiche emigrato in America, Joseph Schumpeter, pubblicava “Capitalismo, socialismo e democrazia”, un libro destinato a diventare un classico della teoria politica grazie alla sua definizione alternativa della democrazia. La democrazia, diceva Schumpeter, non è un processo dal basso verso l’alto, alla cui base esiste una “volontà popolare” che si identifica con un “bene comune” che i rappresentanti devono tradurre fedelmente in scelte di governo. La democrazia è, essenzialmente, un processo dall’alto verso il basso. È una competizione tra minoranze di politici di professione per ottenere il voto di gruppi di elettori. Schumpeter ricorreva a una analogia con il mercato: un politico tratta gli elettori come un commerciante tratta i consumatori. Il commerciante cerca di far coincidere l’offerta e la domanda, il politico elabora una piattaforma programmatica e ideologica che incontri le “istanze” degli elettori, così da ottenere il loro voto e quindi conquistare il potere. L’uso che poi fa di questo potere è altra questione. Il punto è che le elezioni sono competizioni per il potere. Il politico, perciò, “fabbrica” una determinata “volontà collettiva”, che non corrisponde certamente alla volontà del popolo – che non esiste – ma all’immagine della volontà settoriale dei suoi elettori. Ciò non significa che quelle “istanze” non esistano, ma che sono destinate a rimanere latenti finché non trovano un interprete che dà loro una fisionomia, trasformandole in un vantaggio competitivo. Insomma, il politico deve capire quali sono i bisogni inespressi, oppure creare un bisogno e poi associargli un determinato prodotto che prometta di soddisfarlo, quindi piazzare l’offerta.

  


Alexandria Ocasio-Cortez con la deputata Ilhan Omar (Foto Instagram)


  

La metafora economicista di Schumpeter sembra abbastanza intuitiva, ma non finisce qui. Tutti i grandi partiti organizzati, siano essi di governo o di opposizione, tendono ad assumere una dinamica di tipo monopolista. E i monopoli sono problematici in politica quanto lo sono in economia, perché in mancanza di competizione due fattori si indeboliscono: l’attenzione alle reazioni dei destinatari delle proprie scelte (clienti, utenti o elettori che siano) e l’incentivo a migliorare il proprio prodotto per vincere la concorrenza. Sotto questo aspetto, il sistema democratico per lo meno limita le distorsioni introducendo una competizione per la conquista del potere.

 

Da questo punto di vista, la storia di AOC sembra combaciare con la ricostruzione di Schumpeter. Joe Crowley si trovava, essenzialmente, in una posizione monopolistica non competitiva (non si tenevano elezioni primarie nel distretto dal 2004), con poco o nessun incentivo ad ascoltare le necessità dei suoi elettori. D’altro canto, gli elettori si trovavano in una situazione in cui non c’era alternativa: non c’era, di fatto, altra offerta (per i democratici) che Crowley.

 

Per comprendere le capacità esplicative della “teoria moderna della democrazia” di Schumpeter bisogna però fare ancora un passo indietro. L’analogia tra competizione elettorale ed economia di mercato è ben più di un esempio esplicativo. Per capirlo, occorre considerare l’importanza che l’idea di innovazione, intesa come forza interna di discontinuità, svolge nella sua teoria dello sviluppo economico. Il motore centrale del processo innovativo di “distruzione creativa” è, secondo Schumpeter, l’imprenditore. Gli imprenditori svolgono una funzione cruciale di sviluppo perché introducono innovazioni che “distruggono” le situazioni consolidate e introducono elementi di rottura e di novità. Per poterlo fare, in un contesto di economia di mercato, hanno bisogno di credito. E il credito è fornito loro dai capitalisti. Questi ultimi rappresentano l’elemento calcolatore e razionale del sistema capitalista, mentre gli imprenditori agiscono – anche – sulla base di motivazioni prerazionali, come il gusto per la competizione in quanto tale, il desiderio di imporsi, l’orgoglio famigliare eccetera. L’imprenditore rappresenta, insomma, una forza interna allo sviluppo capitalista non nonostante, ma grazie alla spinta di elementi esterni alla razionalità di questo sistema. Così quest’ultimo si sviluppa attraverso una dinamica tra una tendenza alla razionalizzazione e al monopolio e una tendenza alla rottura e alla discontinuità creativa.

  

 

Che cosa c’entra la politica? Per Schumpeter, anche il sistema liberaldemocratico funziona, essenzialmente, in questo modo. I partiti, come grandi organizzazioni centralizzatrici, burocratiche e tendenzialmente resistenti al cambiamento, rappresentano la componente razionalizzatrice, mentre gli eventuali outsider rappresentano la versione politica dell’imprenditore schumpeteriano, dotato delle necessarie qualità che gli consentono di introdurre un elemento dirompente e innovativo. Detto così, tutto sembra filare liscio: basta trovare il giusto punto di equilibrio tra razionalizzazione e creatività e il processo scorre. E però, come insegna la storia di Joe Crowley, il mercato politico è un tipo di mercato caratteristicamente poco aperto. Come ha fatto, allora, AOC a vincere?

 

Il motore centrale del processo innovativo di “distruzione creativa”è l’imprenditore: questo è il ruolo di AOC contro il monopolista Crowley

Un corollario interessante della teoria di Schumpeter è che non esiste una “volontà collettiva”. Qualsiasi “collettivo” è caratterizzato, anche sotto l’apparente superficie di un’azione comune, da spinte in direzione diversa che ne causano la disgregazione. Come agiscono, allora, i gruppi? Selezionando una leadership. O, per dirla à la Schumpeter, accettando un leader. Il leader è colui che dà una fisionomia ai loro interessi, dà corpo alle loro “istanze” e “crea” una volontà politica. Il leader, di fatto, costruisce – ancora una volta: dall’alto verso il basso – l’immagine di un’azione collettiva. In politica, ottiene questo risultato persuadendo. L’imprenditore politico non deve necessariamente inventare un nuovo prodotto: può limitarsi a riorganizzare in maniera innovativa le istanze degli elettori oppure a ricorrere a risorse esistenti ma non adeguatamente sfruttate. In un certo senso, è quello che fa AOC nel quattordicesimo distretto. La competizione tra l’outsider e l’uomo dell’establishment può essere perfettamente letta come una competizione tra un leader politico “imprenditore” (AOC) e un leader politico “burocrate” (Crowley). La prima riesce a captare una domanda inespressa e in risposta confeziona – persuasivamente – un’offerta corrispondente ed estremamente competitiva. “Se fossi una persona razionale – dice AOC – avrei abbandonato la competizione un sacco di tempo fa”. È il manifesto dell’imprenditore schumpeteriano.

 

Tutto chiaro, insomma: se andiamo oltre alla retorica “popolo vs. élite”, la lotta per il quattordicesimo distretto è una lotta tra due leader (o due minoranze concorrenti) per ottenere il voto degli elettori. AOC vince perché costruisce un vantaggio competitivo intorno alla sua immagine alternativa (donna, giovane, ispanica, residente nel Bronx) e persuade gli elettori che con i loro voti combinerà qualcosa di utile, qualcosa che l’altro non ha ottenuto fino ad ora.

 

Qui veniamo però all’ultima lezione di Schumpeter. Ed è una lezione, diciamo così, postelettorale. In questo modello, vanno ancora considerati due fattori. Prima di tutto, le qualità che fanno di un individuo un “imprenditore politico”, le qualità che gli consentono di vincere la competizione (capacità di persuasione, senso dell’opportunità, abilità nell’interagire con gli altri…), non fanno necessariamente di lui (o lei) un buon amministratore. Oltretutto, una conseguenza importante del modello democratico competitivo è che il politico deve spendere molte risorse (fisiche, cognitive, simboliche e di tempo) per vincere competizioni successive e difendere la propria posizione, e queste risorse sono sottratte all’attività di governo. E qui veniamo al secondo fattore e torniamo al ruolo del partito. Imponendo una forte selezione all’entrata di elementi innovatori, i partiti “monopolisti” frustrano le aspirazioni degli imprenditori politici.

 

Ma è anche vero – continuando con l’analogia – che un’impresa che gode di una posizione di almeno relativo o temporaneo monopolio può avere la stabilità e i mezzi necessari per attrarre innovazione, scommettendo su investimenti rischiosi e a medio-lungo termine che un imprenditore isolato non può permettersi. Ed eccoci al bivio in cui si trovano da un lato AOC, non più candidata ma congresswoman, e il gruppo democratico ora maggioritario alla Camera dei Rappresentanti. Fino ad ora, AOC ha passato gran parte del tempo a polemizzare con il suo gruppo, a presentare proposte alternative al mainstream democratico, a coltivare la sua immagine di outsider che cerca di spingere il partito verso i veri bisogni del popolo americano. Una strategia che può servire per vincere la competizione elettorale (e infatti sta raccogliendo più fondi di chiunque altro). L’investimento e il supporto da parte del partito rimangono però fondamentali. D’altro canto, per i democratici AOC rappresenta sicuramente un investimento ad alto rischio: può funzionare, ma può anche rivelarsi un disastro. Trump, lo si è capito, punta sul disastro.

 

* Universidade Nova de Lisboa

 

** University of Oxford

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