La guerra di Baltimore

Mattia Ferraresi

Trump scatena un’altra rissa a sfondo urbano e razziale per trascinare gli avversari nel campo dell’irrealtà

Roma. C’è molto, per non dire tutto, della strategia comunicativo-elettorale di Donald Trump e dei circoli viziosi in cui spinge i suoi avversari nella greve disputa attorno a Baltimore, prodotto del solito fine settimana in cui il presidente si annoia e tweetstorma quello che gli passa per la testa o quel che passa Fox News (spesso non c’è differenza). Trump ha visto un segmento su Fox, firmato non da un giornalista ma da una opinionista trumpiana – talvolta è difficile distinguere – che dipingeva la tribolata città del Maryland come uno slum irredimibile sotto la supervisione perenne dei democratici imbelli. Impossibile che in presenza dello scampanellio non si dia la salivazione: Trump ha descritto la città come un “casino disgustoso infestato dai ratti e dai roditori”, un luogo dove “nessun essere umano vorrebbe vivere” e in particolare il distretto rappresentato da Elijah Cummings, deputato afroamericano e frequente critico di Trump, è “un posto sporco e pericoloso”. Le aree urbane, il grande serbatoio dell’élite delle coste, sono un obiettivo battuto con solerzia da un presidente che tenta di dividere, per continuare ad imperare, l’America nel popolo rurale poco istruito opposto alla classe intellettuale con laurea appesa alla parete, che praticamente è un certificato di scollamento dalla realtà.

 

Mettere il dito sul degrado e le contraddizioni delle città liberal è strategia che Trump pratica da mesi: ha già bastonato San Francisco per l’immensa popolazione di senzatetto che vive accanto a una delle più grandi bolle di ricchezza del pianeta, e poi si è adoperato anche con Los Angeles, che di questioni sociali irrisolte ne ha anche di più. Baltimore, città di 600 mila abitanti, è stabilmente sopra la soglia dei 300 omicidi l’anno, tasso di violenza da metropoli sudamericana che la vede appaiata, nella classifica degli assassini pro capite, a Ciudad Juarez. Quello che Trump e i suoi consiglieri sperano di ottenere da queste campagne non è tanto un rinvigorimento degli ultrà trumpiani, che non hanno bisogno di essere galvanizzati, quanto fare dire “beh, in effetti” a settori di elettorato che non escludono di votarlo il prossimo anno. Il Baltimore Sun ha risposto con un editoriale intitolato: “Meglio avere dei ratti che essere un ratto”. Segue svolgimento in cui gli epiteti più gentili sono “carogna” e “utile idiota di Putin”.

 

Lo sfogo su Baltimore contiene una dimensione razziale che ha immediatamente innalzato la virulenza dello scontro, tenuto conto anche che Trump viene da settimane di incessante polemica con la “Squad” di Ilhan Omar e Alexandria Ocasio-Cortez: Cummings è afroamericano e rappresenta un distretto dove il 55 per cento della popolazione è nero. Il vocabolario dell’infestazione, dicono i critici, è troppo connotato razzialmente per essere casuale, e dunque la conversazione, se così la si vuole chiamare, è passata immediatamente dalle condizioni di una città problematica all’ennesima aggressione razzista del presidente, il quale a sua volta accusa gli avversari di usare a ogni piè sospinto la race card per rappresentarsi come vittime di un pregiudizio a suo dire inesistente. Chi, come il conservatore Ben Shapiro, ha provato a dire che non c’è nulla di razzista nel puntare il dito contro il degrado urbano è stato subito zittito da voci imponenti come quella di David Simon, il padre di The Wire e personaggio quintessenziale di Baltimore.

 

Su questo terreno scivolosissimo si è dunque innalzata una asimmetrica controcampagna a favore della città, sotto le insegne di WeAreBaltimore e BaltimoreStrong, ma ben presto sono emerse le complicazioni, perché non tutti i critici di Trump sono pronti a premere l’acceleratore sulla questione razziale come spiegazione monocausale di tutte le malefatte presidenziali. Anzi, molti di loro sono scettici verso il ricorso sistematico a quella dicotomia per spiegare il mondo, e dunque cercano altre vie, dicono che le cose a Baltimore non sono poi così male, notano che il tasso di povertà del Kentucky, stato ultraconservatore, è più alto di quello del distretto di Cummings, dicono che la città portuale ha il suo fascino, fanno capriole logico-politiche per spiegare che il presidente mente, razzismo o non razzismo. Così Trump li ha trascinati sul terreno dell’iperbole e dell’irrealtà, quello in cui lui vince sempre. I destinatari del messaggio elettorale, intanto, dicono “beh, in effetti”.

Di più su questi argomenti:
  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.