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Il sequestro di Hong Kong

Passo dopo passo la nuova Cina di Xi Jinping toglie all’ex colonia inglese la sua semilibertà, piazza i suoi politici, impone patriottismo “sincero” e regole soffocanti

13 Giugno 2019 alle 06:21

Il sequestro di Hong Kong

Forze di polizia e manifestanti per le strade di Hong Kong (foto LaPresse)

A Hong Kong è calata la notte su scene di guerriglia urbana. Alle dieci di sera, l’autorità ospedaliera ha comunicato di aver ricoverato 72 feriti, due dei quali in gravi condizioni. Le grandi arterie di Central e Admiralty, che erano già state occupate nelle lunghe settimane del Movimento degli Ombrelli del 2014, sono ora di nuovo inagibili – ma questa volta sull’asfalto ci sono i candelotti spenti dei lacrimogeni, e per la prima volta a Hong Kong, anche i bossoli dei proiettili di gomma e i pallini sparati dalla polizia sui dimostranti. Da un lato delle strade bloccate, la polizia in assetto antisommossa. Dall’altro, i ragazzi e le ragazze di Hong Kong che continuano a manifestare per mantenere le libertà della loro città, e che hanno eretto barricate con quello che hanno trovato. Come nel 2014 hanno in mano gli ombrelli, e indossano occhiali da sub e mascherine chirurgiche per proteggersi dai lacrimogeni come possono. Hanno riviste avvolte intorno agli avambracci per ripararsi dalle manganellate, e poncho di cellophane per proteggersi dallo spray al peperoncino.

 

L’uso della tortura, l’interferenza della politica nei processi, l’arbitrarietà delle accuse. Questo è il sistema legale cinese

La differenza fra il 2014 e oggi, però, è cruciale: cinque anni fa la mobilitazione era stata per chiedere che Pechino mantenesse fede alla promesse fatte a questa ex colonia britannica, e concedesse il pieno suffragio universale nel territorio semiautonomo. Si trattava di libertà agognate, garantite nel corso degli accordi fra la Gran Bretagna e la Cina sul trasferimento di sovranità da Londra a Pechino, avvenuto nel 1997. Pechino, dopo averle firmate e garantite, non ha mai voluto concederle – dato che a ogni scrutinio, per quanto solo parziale, il voto popolare va in modo maggioritario ai partiti pro-democrazia. L’idealismo degli studenti che chiedevano elezioni aveva colorato le giornate del Movimento degli Ombrelli di ottimismo e fantasia.

 

Ma il Movimento si è concluso con un nulla di fatto, e con l’amara realizzazione che l’amministrazione di Hong Kong, i cui membri sono selezionati fra i funzionari locali più fedeli a Pechino, non voleva intavolare nessun tipo di dialogo con la popolazione. E’ stato l’inizio di una stagione di lenta ma inesorabile repressione – i processi contro gli studenti continuano ancora oggi, cinque anni dopo, e alcuni dei leader studenteschi sono ora in prigione. Come il carismatico Joshua Wong, che aveva compiuto i suoi diciotto anni sulle barricate. Oggi non c’è solo l’amarezza per le proteste passate, ma la posta in gioco è alta come non mai. Non è più una questione di promesse di evoluzione democratica, ma di evitare che il sistema giudiziario cinese possa arrivare nel territorio, tramite l’approvazione di un trattato di estradizione attualmente in discussione.

 

Carrie Lam, l’impopolare leader di Hong Kong, eletta con appena 777 voti da un piccolo gruppo di grandi elettori, citando la necessità di mandare a Taiwan il presunto assassino di una giovane donna di Taipei, ha dichiarato che Hong Kong deve al più presto rimediare all’assenza di un trattato di estradizione con “la Cina”. Il che, fra l’altro, presenta un altro problema tutto politico: un trattato di estradizione con Taiwan, con il suo governo democratico e la sua magistratura indipendente, non creerebbe grossi problemi a nessuno a Hong Kong. Ma la leader di Hong Kong non può affidarsi allo status quo, e riconoscere che Taiwan sia de facto indipendente: deve seguire la finzione pechinese che Taiwan sia una “provincia ribelle” e quindi un trattato di estradizione che la comprenda inevitabilmente riguarda anche la Cina continentale. 

 

 

Un garbuglio dalle conseguenze allarmanti, molto allarmanti, per i cittadini di Hong Kong, che temono che l’estradizione verso la Cina possa mettere in pericolo chiunque sia inviso al governo cinese. Quindi non solo truffatori e delinquenti, ma anche dissidenti politici, giornalisti, scrittori, editori, attivisti politici e attivisti per i diritti umani, preti e pastori, avvocati, artisti e membri di organizzazioni non governative. Non solo di Hong Kong, ma anche in visita o in transito per il territorio. Davvero, c’è da essere molto preoccupati.

 

La libera editoria dell’ex colonia, e la reazione di Pechino subito prima della pubblicazione di un libro sulle donne di Xi

Qui, malgrado il diminuire vistoso e doloroso delle libertà civili, la magistratura continua a essere largamente indipendente, e il governo della legge resta una garanzia – seppure alcuni dei processi legati al Movimento degli Ombrelli, voluti dal governo, abbiano cominciato a far temere un nuovo corso. Pur sempre nulla a che vedere con quanto avviene pochi chilometri più a nord di Hong Kong. In Cina, non solo i giudici devono giurare fedeltà al Partito comunista prima di prendere funzione, ma la mancanza di trasparenza è tale che molti investitori internazionali quando possono scelgono Hong Kong come foro giudiziario, per avere maggiori garanzie. Non è dunque una “svista”, come vuole Carrie Lam, che Hong Kong non abbia un trattato di estradizione con la Cina, ma si tratta di una barriera protettiva messa in piedi dalle autorità britanniche in modo consapevole, e mantenuta nel corso delle trattative dell’handover di Hong Kong a Pechino.

 

Non è solo l’uso della tortura, ufficialmente fuorilegge ma diffusa, che inquieta la popolazione di Hong Kong. O l’interferenza politica nei processi. O l’arbitrarietà dei capi d’accusa – come la frode fiscale – con cui vengono colpiti i dissidenti politici. Quattro anni fa Hong Kong rimase agghiacciata dal rapimento di cinque librai ed editori, specializzati in “libri proibiti”: volumi scandalistici a sfondo politico, ricchi di gossip e pettegolezzi anche salaci sulle principali personalità dell’oscuro mondo politico pechinese. Erano libri impensabili oltreconfine, e comprati golosamente dai turisti cinesi in vista a Hong Kong. L’opacità del sistema politico cinese, la scarsità di notizie che si hanno sui suoi maggiori rappresentanti è tale che anche storielle piccanti di amori, amicizie e tradimenti garantivano buoni profitti all’industria dell’editoria locale. Le autorità cinesi, e in particolare l’attuale presidente Xi Jinping, invece, non apprezzavano affatto. Anzi, secondo quello che si pensa oggi, ad aver fatto infuriare le autorità cinesi fu la promessa di un volume sulle donne nella vita dello stesso Xi, che era in preparazione. Per impedirne la pubblicazione, venne sferzato un colpo mortale all’industria editoriale di Hong Kong, con l’arresto rocambolesco dei cinque librai. Uno di loro, Gui Minhai, con cittadinanza svedese, è stato rapito durante una vacanza in Thailandia, e poi è riemerso tre mesi dopo in Cina, in una “spontanea” confessione televisiva nel corso della quale si autoaccusava in quanto colpevole di un incidente stradale avvenuto in Cina quindici anni prima. Un secondo libraio, Lee Bo, venne rapito direttamente a Hong Kong, davanti al magazzino dove venivano depositati i libri, nella zona industriale di Chai Wan. Gli altri tre furono arrestati quando si erano recati in Cina a visitare le famiglie – fra cui Lam Win-kee, che lavorava alla libreria, e che è riuscito a tornare a Hong Kong con uno stratagemma: chi lo interrogava voleva che consegnasse l’hard disk dove erano le liste dei clienti cinesi che si facevano spedire i libri in Cina. Arrivato a Hong Kong, è riuscito a eludere la sorveglianza e scappare – ma dopo che Carrie Lam ha cominciato a spingere affinché il trattato di estradizione venisse approvato in tutta fretta, il libraio è fuggito di nuovo, ottenendo asilo a Taiwan. Tutti infatti temono che con un trattato di estradizione questi rapimenti, di librai o uomini d’affari, diventino semplicemente legali.

 

  

La società civile che vuole il dialogo con il governo, la risposta del potere che ha imposto più repressione e più chiusura

Da quando la Gran Bretagna si è sommariamente lavata le mani di Hong Kong – dopo 150 anni di colonizzazione, rese tutto a Pechino senza chiedere il parere dei 7 milioni di hongkonghesi al centro di questo scambio, e senza premurarsi di concedere loro la possibilità di ottenere la cittadinanza britannica – l’assurdità della formula “Un paese due sistemi” adottata per l’inedito connubio Pechino-Hong Kong si è rivelata in pieno. Da una parte la potente Cina, una “dittatura del proletariato” come vuole la sua Costituzione, e dall’altra Hong Kong, semidemocratica e libera, schiacciata in un sistema politico che non può che andarle stretto. L’unica risposta del potere è stata quella della repressione, e della chiusura. L’attivismo politico di Hong Kong degli ultimi anni è stato potenziato proprio dalla crescente mancanza di canali di dialogo aperti agli hongkonghesi. Nel 2006 i giovani di Hong Kong si incatenarono al vecchio molo dello Star Ferry, iconico traghetto che fa la spola nel porto di Vittoria, che il governo voleva demolire per uno dei suoi tanti mega progetti di riporto di terre dal mare. Fu l’inizio, passato inosservato ai più, della politicizzazione dei giovani di Hong Kong: quelli che non hanno mai conosciuto il governo coloniale, ma che non si sentono rappresentati né rispettati da quello post-coloniale.

 

  

Le aspirazioni di Hong Kong, il desiderio di crescere e di esistere, sono ignorate, e a ogni difficoltà viene mandata avanti la polizia

Quasi a ogni protesta, però, gli spazi di libertà e democrazia vengono ridotti. Non solo lo Star Ferry fu demolito, ma lo furono anche i villaggi del nord del territorio, aree usate per costruire una ferrovia ad alta velocità verso la Cina. E’ stato imposto l’inno nazionale prima del telegiornale, ora anche a scuola, ed è in preparazione una legge che criminalizza il cantare storpiandolo, o senza sufficiente solennità. I manifestanti di Hong Kong hanno cercato di contrastare queste restrizioni per le vie consentite: eleggendo al mini-Parlamento di Hong Kong rappresentanti democratici. Un gesto che garantisce solo un’opposizione: il Parlamento, infatti, non ha il potere di proporre leggi, ma solo emendamenti alle leggi proposte dal governo. Inoltre, la metà dei parlamentari non è eletta per suffragio universale ma grazie al voto corporativo. Anche questo era troppo per Pechino: i parlamentari democratici eletti dopo le proteste degli Ombrelli del 2014 sono stati quasi tutti espulsi. Uno aveva pronunciato il giuramento in modo “insincero”. Un’altra lo aveva letto troppo lentamente. Un altro invece aveva anche scandito uno slogan pro-democrazia. Oggi il Parlamento è composto da fedelissimi di Pechino, e solo una minoranza di rappresentanti pro-democrazia eletti dalla popolazione. Per esprimersi, dunque, gli hongkonghesi oggi hanno solo la piazza. Così, domenica 9 giugno più di un milione di loro sono scesi in strada per dire che non volevano che la legge fosse modificata per consentire l’estradizione da Hong Kong verso la Cina. Dopo questo momento storico, la leader Carrie Lam ha detto solo che i manifestanti non avevano capito la legge, che sarebbe stata fatta passare in direttissima, senza nemmeno una revisione da parte di un comitato parlamentare. E’ davanti a quell’indifferenza che si sono sollevate le proteste di martedì sera, ancora in pieno sviluppo.

 

Ora che le strade di Hong Kong si sono riempite delle grida dei dimostranti e del fumo dei lacrimogeni, che cosa succederà? Se l’emendamento così inviso verrà comunque portato in Parlamento, già epurato dagli oppositori, il governo l’avrà vinta, e Hong Kong perderà un tassello vitale della sua autonomia. E nel frattempo gli scontri con la polizia sono diventati durissimi. E’ un’evoluzione verso la violenza che lascia molti atterriti, ma che può essere parzialmente compresa vedendo quanto una situazione politica impossibile sia trattata come null’altro che un problema di ordine pubblico. Le aspirazioni di Hong Kong, il suo desiderio di crescere e di esistere, sono ignorate, e a ogni difficoltà viene ormai mandata avanti la polizia. Adesso anche armata fino ai denti. Mentre le Forze dell’ordine sparano lacrimogeni a Hong Kong e manganellano la sua gioventù, i censori cinesi cercano di sigillare internet, e fare in modo che nessuno sappia che in un angolo della grande Cina l’opposizione al potere è forte e determinata.

 

Ilaria Maria Sala, giornalista, vive a Hong Kong e collabora con il New York Times, Guardian, Quartz. Il suo ultimo libro è “Pechino 1989” (Una Città)

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