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La reazione di Pechino alle “province ribelli” rischia di essere peggio del previsto

Giulia Pompili

La manifestazione di Hong Kong contro la legge sull’estradizione ha coinvolto un milione di persone. C'è da aspettarsi provvedimenti seri da parte del governo continentale 

Roma. Il problema del governo di Pechino con le sue “province ribelli” inizia a essere serio, e c’è da aspettarsi che altrettanto seri saranno i provvedimenti che si metteranno in atto per gestire la crisi. Domenica un milione di persone è sceso in piazza a Hong Kong, a questo vanno aggiunti i manifestanti in varie altre città come Taipei, Tokyo, Sidney, e nonostante siano quasi il doppio delle persone che nel 2003 portarono alla caduta del governo locale, Carrie Lam, capo esecutivo in carica dell’Amministrazione speciale dell’isola, ha detto che andrà avanti con la discussione della legge sull’estradizione. Il problema è la protezione della libertà di cui tradizionalmente gode la piccola e combattiva provincia: è qui che vivono molti dei dissidenti fuggiti dalle proteste di piazza del 1989 e poi perseguitati dalla giustizia cinese, è qui che la cosiddetta “rivoluzione degli ombrelli” nel 2014 cambiò tutto – la disobbedienza civile per chiedere più democrazia e indipendenza per l’ex colonia inglese è finita con una stretta sul controllo del governo centrale di Pechino, e non a caso le sentenze contro gli agitatori di quelle proteste sono arrivate neanche due mesi fa, per “cospirazione diretta a commettere o incitare disturbo all’ordine pubblico”. Il mese scorso anche Joshua Wong, studente poco più che ventenne e simbolo di quelle proteste, è tornato in carcere. Durante la prima conferenza stampa dopo l’oceanica manifestazione di domenica, Carrie Lam ha detto ai giornalisti che continuerà la discussione sulla legge, che consentirebbe per la prima volta l’estradizione di latitanti o fuggitivi verso la Cina continentale, Taiwan e Macao.

   

La versione del governo di Lam è che l’estradizione funzionerebbe esclusivamente per reati gravi – punibili con oltre sette anni di carcere – e per reati che esistono sia nella Cina continentale sia nel sistema giuridico di Hong Kong. Il problema però è “la natura politica del sistema legale cinese”, e nella facilità con cui, soprattutto ultimamente, Pechino riesce a interpretare a suo modo lo stato di diritto, soprattutto quello di Hong Kong, che periodicamente risveglia il suo naturale sentimento pro democratico e d’indipendenza. “Sotto un profilo definitorio, alla luce delle caratteristiche del sistema cinese”, scrive Antonio Malaschini nel recente “Come si governa la Cina” (Rubbettino, 232 pp.), si potrebbe definire “uno stato di diritto socialista” o “con caratteristiche cinesi”. “E’ un sistema che non si adegua con facilità ai nostri schemi classificatori. Possiamo forse limitarci a dire che esiste in Cina un ampliamento della sfera di intervento e di garanzia della legge; che questo intervento si rivolge anche (ma non sempre) ai detentori del potere politico; che resta presente un margine assai ampio di discrezionalità nell’applicazione della legge; che questa discrezionalità viene esercitata, in primo luogo dal partito, in relazione alle necessità del confronto politico; che tale discrezionalità è minore, se non assente, nelle questioni che riguardano i mercati e i temi dello sviluppo economico e finanziario rispetto a quelle dell’azione politica e del rispetto dei diritti”. E’ per questo che il colosso cinese Huawei cerca di contrastare il ban americano con azioni legali, ma sugli affari interni che riguardano la libertà d’espressione, per esempio, è tutt’altra faccenda – e lo sa la Germania, che a fine maggio ha concesso lo status di rifugiati politici a due studenti pro indipendenza, una mossa che a Pechino non è piaciuta per niente.

   

Domani è prevista una nuova discussione sulla legge sull’estradizione a Hong Kong, ed è stata convocata un’altra manifestazione. La seconda economia del mondo, nel suo tentativo di accreditarsi come potenza credibile e alternativa possibile al “modello americano”, ha un problema di credibilità soprattutto quando si parla di diritti umani. E i ragazzi di Hong Kong, come quelli di Taiwan, sono la spina nel fianco di Pechino. Sono quelli più esposti alla globalizzazione, all’attivismo, e alla pluralità dell’informazione, tutto quello che nella Cina continentale è pressoché vietato. La scorsa settimana il Washington Post e il Guardian sono stati aggiunti alla lista dei siti stranieri bloccati dalle autorità cinesi, probabilmente a causa della copertura sul trentesimo anniversario delle proteste di Piazza Tiananmen – ricordate a Hong Kong da centomila persone in una veglia notturna. Tra sei mesi Taiwan, che rivendica la sua indipendenza ma che ultimamente sta ricevendo sempre più pressioni da Pechino, andrà al voto per eleggere il suo presidente, ed è una partita cruciale per la Cina che vuole estendere la sua influenza sull’isola di Formosa e applicare anche qui il “modello Hong Kong”. Ma con meno libertà.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.