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La kippah o il futuro d’Europa

Per la prima volta un governo chiede agli ebrei di non farsi identificare in pubblico. Accade in Germania. Parla Groezinger: “I governi ci proteggano, anziché dirci cosa indossare”

Giulio Meotti

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28 Maggio 2019 alle 09:21

La kippah o il futuro d’Europa

foto Imagoeconomica

Alcuni anni fa Benny Zipper, responsabile delle pagine culturali di Haaretz, il foglio dell’intellighenzia israeliana di sinistra, fece una proposta: “Per salvare il popolo ebraico bisogna pensare a un piano di trasferimento di ebrei laici a Berlino, affinché vi costituiscano un polo alternativo a Israele”. A tenere banco era la storia del famoso budino “Milky”, che in Germania costava un terzo che nello stato ebraico. Oggi del budino non si sente più parlare. Si parla invece molto della kippah e di come portarla a Berlino metta a rischio la vita degli ebrei.

 

L’Ue torna a occuparsi di antisemitismo

Bene il summit di ieri a Vienna, ma rimangono molte ambiguità tra i governi

  

“Ieri la violenza antisemita era diretta alle lapidi. Oggi contro le persone. E abbiamo ‘aree no-go’ per gli ebrei”

E’ la prima volta che l’esponente di un governo europeo invita ufficialmente la comunità ebraica a “scomparire” e a rinunciare per sicurezza ai simboli della propria fede. Per questo hanno generato scalpore e polemiche furiose le dichiarazioni di Felix Klein, l’incaricato del governo tedesco per la lotta all’antisemitismo, che ha consigliato agli ebrei “di non portare la kippah in pubblico”, a causa dell’ondata di ostilità nei loro confronti. Di “resa dello stato” scrive Michael Friedman, già vice-presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania. Il presidente israeliano Reuven Rivlin ha definito la dichiarazione di Klein “una resa all’antisemitismo”. In realtà, un anno fa, fu proprio Josef Schuster, presidente del Consiglio centrale degli ebrei tedeschi, a rivolgere un invito simile: “Sconsigliamo di mostrarsi in pubblico con la kippah”. Ieri il portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibert, ha detto che il governo si impegnerà a garantire la sicurezza degli ebrei.

 

La Germania, teatro della “soluzione finale del popolo ebraico”, fa i conti con una ondata di antisemitismo fra un passato ingombrante che non passa e un presente che non promette niente di buono. Ieri la Bild, il primo quotidiano tedesco, ha regalato la kippah ai suoi lettori (come fece il Foglio quattro anni fa, quando un simile invito a nascondere i simboli ebraici venne dal capo della comunità ebraica di Marsiglia, Zvi Ammar). Una kippah da ritagliare e indossare e che occupa un quarto della prima pagina della Bild. Il redattore capo Julian Reichelt ha scritto: “Se solo una persona nel nostro paese non può portare la kippah senza mettersi in pericolo, la risposta può essere solo che tutti noi dobbiamo indossare una kippah”. Il sito della Bild ha anche un video su come tagliare la kippah. Anche da parte ebraica arrivano voci di rifiuto della paura. Il rabbino di Berlino Yehuda Teichtal ha invitato gli ebrei a portare la kippah. Un anno fa, la Germania fu scossa da una serie ravvicinata di attacchi agli ebrei, ben sintetizzata sulla Faz da Michael Hanfeld: “Nel fine settimana a Berlino, un ebreo è stato picchiato da un gruppo di persone perché indossava una collana con la stella di David. La polizia ha arrestato sette uomini e tre donne, siriani. La vittima ha subìto una lacerazione alla testa. L’atto non ha smosso molti sentimenti. Dopo l’attacco lanciato da due giovani, a Prenzlauer Berg, su un diciannovenne a metà aprile, duemilacinquecento persone si sono ritrovate per la marcia di solidarietà ‘Berlino indossa la kippah’ (si presentarono poche persone, ndr). Quasi tre mesi dopo, manca un tale gesto. E anche la risposta dei media all’attacco è bassa. Ciò dimostra quanto sia superficiale la presunta sensibilità all’antisemitismo. L’antisemitismo sta diventando un fenomeno quotidiano”.

 

 

Ne parliamo con Elvira Groezinger, figlia di sopravvissuti alla Shoah, studiosa di letteratura, liberale, esponente della comunità ebraica della capitale tedesca e già presidente della sezione tedesca degli Scholars for Peace in the Middle East. “C’è qualcosa di marcio in Germania... Il clima sociale in questo paese è diventato pesante negli ultimi anni verso gli ebrei. La Germania ha sempre avuto antisemiti, ma i loro attacchi erano in generale verbali, raramente violenti. La violenza era rivolta alle lapidi ebraiche e ai luoghi di commemorazione. Ora la violenza fisica nei confronti degli ebrei è cresciuta considerevolmente e gli autori sono musulmani, un fatto che è stato nascosto al pubblico per troppo tempo. Abbiamo ‘aree no-go’ per gli ebrei nelle grandi città con una grande popolazione musulmana, specialmente a Berlino, abbiamo clan arabi che dominano la scena criminale e sono stati lasciati incontrastati per troppo tempo, come a Schönenberg e Kreuzberg. I nazisti sono a est, come a Cottbus, dove è stato attaccato un ristorante ebraico. Il rabbino Alter è stato ferito per strada in una zona borghese da giovani musulmani, fu un campanello d’allarme.

 

“Quando per strada si è gridato ‘Hamas Hamas, ebrei al gas’, non c’è stata alcuna protesta da parte della società civile”

L’ultima affermazione di Klein, che non consiglierebbe agli ebrei di indossare la kippah in certe zone per la propria sicurezza, ha suscitato un dibattito in Germania e all’estero. “Personalità ebraiche e non di spicco criticano questa affermazione come un segno di capitolazione dello stato di fronte all’antisemitismo, alcuni vedono già gli ebrei come lasciati soli al loro destino e pensano di lasciare il paese. Il capo degli ebrei in Germania, Joseph Schuster, ha dato lo stesso consiglio e Klein lo ha ripetuto, come mi ha spiegato, per suscitare un dibattito pubblico sull’argomento. Il dibattito ora è lì, ma non come sperava. Gli ebrei devono avere il diritto di indossare la kippah, una società democratica deve permetterlo. Il tempo dell’acquiescenza è finito”.

 

Non è la prima volta che la situazione si aggrava. “Nel 2014, con la guerra a Gaza, si è verificato un peggioramento del clima sociale in Europa, inclusa la Germania” continua al Foglio Elvira Groezinger. “In alcuni luoghi, come a Essen e in altre città della Renania settentrionale-Vestfalia, i raduni pro palestinesi si sono svolti con slogan come ‘Hamas, Hamas, ebrei nel gas!’, mentre la manifestazione era stata organizzata dall’estrema sinistra. Questo fu allarmante, ma nessuna protesta da parte del governo, delle chiese, della società civile, è arrivata, bensì solo da alcuni singoli giornalisti, come Alexander Kissler di Cicero, che ha usato parole chiare, parlando di ‘ritorno dei barbari’. Solo l’allora presidente del Consiglio generale degli ebrei in Germania, Dieter Graumann, figlio di sopravvissuti all’Olocausto, reagì invocando una manifestazione contro l’antisemitismo alla Porta di Brandeburgo. Erano presenti cinquemila persone, appartenenti a organizzazioni filo-israeliane, membri della comunità ebraica e politici come Merkel, il presidente Christian Wulff, il ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier e altri ministri. Merkel ha detto che gli ebrei in Germania devono sentirsi al sicuro e questo è il massimo della politica interna tedesca. Bene, il contrario è quello che succede e Merkel non si intromette più nel dibattito. L’aver portato in Germania un milione di persone dal medio oriente ha spinto l’ascesa dei partiti antimusulmani di destra e degli antisemiti dormienti fino al 2015”.

 

Gli ebrei hanno un futuro in Germania? “Solo se i governi li proteggono come tutti gli altri cittadini, punendo i responsabili, insegnando ai musulmani i valori occidentali e cacciando gli imam che istigano all’odio. Solo allora la società tedesca nel suo insieme sarà guarita dall’attuale elemento conflittuale e aggressivo che ne mina la democrazia. Questo è il compito del governo, non di consigliare agli ebrei di nascondere la propria identità”. Nella scomparsa della kippah dalla testa degli ebrei, l’Europa rischia di perdere anche la propria.

Giulio Meotti

Giulio Meotti

Lavora al Foglio dal 2003. Si è laureato in Filosofia. Ha scritto per il Wall Street Journal. È autore di quattro libri su Israele, alcuni tradotti in più lingue. È sposato. Ha due figli.

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Commenti all'articolo

  • Carlo A. Rossi

    28 Maggio 2019 - 12:08

    Se la cosa non fosse tragicissima, verrebbe da fare una battuta: settant'anni or sono, agli ebrei in Germania veniva imposto di indossare una stella gialla come segno distintivo. Oggi, sempre in Germania, agli ebrei viene richiesto di non portare alcun segno distintivo. Mutatis mutandis, qualunque cosa facciano, gli ebrei in Germania sono sempre stigmatizzati. Il bello è che ci sono anime pie che mi ripetono che quanto successo settant'anni or sono non si ripeterà mai più. Le ultime parole famose.

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