Il vero rapporto Mueller

Daniele Raineri

Il procuratore spiega che non spetta a lui incriminare Trump. Il presidente ha tentato di ostruire la giustizia dieci volte

New York. Il rapporto Mueller non è per nulla un’assoluzione come il presidente americano, Donald Trump, e la sua corte sostenevano quando erano i soli ad avere in mano il documento. Giovedì il ministro della Giustizia americano, William Barr, ha diffuso le 448 pagine dell’inchiesta – molti passaggi sono però censurati per varie ragioni, per esempio per non mettere a repentaglio altre indagini – e si è capito perché Barr ha aspettato quasi un mese prima di farlo. L’inchiesta durata quasi due anni del procuratore speciale Robert Mueller doveva rispondere a due domande: numero uno, i russi e Trump si erano messi d’accordo per condizionare le elezioni e c’era quindi stata “collusione”? Numero due, Trump ha tentato di ostacolare l’inchiesta e ha quindi commesso il reato di ostruzione di giustizia? Partiamo dalla seconda questione. Ebbene, Mueller spiega nel rapporto che l’inchiesta appartiene al dipartimento di Giustizia americano e quindi è soggetta alla linea del dipartimento, che dice che il presidente non può essere incriminato. Quindi, spiega Mueller, nel rapporto il nostro lavoro non era dire incriminazione sì oppure incriminazione no, era raccogliere gli elementi per dare ad altri – il Congresso – la possibilità di giudicare. E con gli elementi che abbiamo raccolto non possiamo dire che Trump non abbia ostacolato l’inchiesta.

 

 

Il rapporto elenca almeno dieci modi in cui il presidente ha tentato di bloccare l’inchiesta sulla collusione e sono pagine interessanti. “Dio, è terribile. E’ la fine della mia presidenza. I’m fucked”, dice Trump quando viene a sapere dell’inchiesta affidata a Mueller. Poi ordina a uno dei suoi avvocati, Don McGahn, di dire al viceministro della Giustizia, Rod Rosenstein, di licenziare Mueller.

 

E quando vede che McGahn sta prendendo appunti Trump gli dice: “Che fai? Lo scrivi? Nessuno dei miei avvocati prende appunti” e gli raccomanda di non parlare dell’ordine che aveva appena ricevuto. Trump aveva già rimosso il capo dell’Fbi, James Comey, per lo stesso motivo, ostacolare l’inchiesta. Ricapitolando: Mueller decide che l’indagine non è un’indagine normale come quelle che finiscono in un’aula di tribunale perché il soggetto indagato è il presidente e non può essere incriminato finché è in carica, quindi delega la decisione e scrive esplicitamente: attenzione, questo rapporto anche se non incrimina non esonera il presidente (come invece Trump ha twittato e detto più volte).

 

Quando Mueller consegna il rapporto a Barr il 22 marzo, il ministro non lo fa uscire e invece pubblica una lettera di quattro pagine in cui sostiene che secondo lui non c’è ostruzione. E’ un tentativo di impatto controllato. Lo stesso Barr ha detto giovedì in conferenza stampa che il lavoro di aggiungere le pecette per coprire passaggi del rapporto prima della pubblicazione era finito già il 29 marzo, quindi una settimana dopo che Mueller l’aveva consegnato. Gli altri venti giorni di attesa sono il frutto di una decisione politica, per lasciare che l’opinione pubblica si convincesse che il rapporto dà ragione a Trump e ridicolizza i suoi critici. Se il rapporto fosse stato pubblicato subito, la cosa che ricorderebbero tutti molto probabilmente sarebbe Trump che dice: “I’m fucked”. Il punto su cui trumpiani e antitrumpiani si scanneranno è questo: il ministro di Trump prende la decisione di dire che non c’è stata ostruzione, ma non è scritto da nessuna parte che la decisione era delegata a lui. Giovedì il capo della commissione Intelligence del Senato, il democratico Adam Schiff, ha convocato in audizione Mueller il prima possibile perché “dopo due anni di inchiesta il popolo americano vuole la verità e non lo spin politico di Barr”.

 

L’apertura del rapporto conferma che il governo russo ha interferito nelle elezioni presidenziali in modo sistematico e radicale. Quando Trump incontrò faccia a faccia Putin a Helsinki nel luglio 2017 disse che il presidente russo lo aveva rassicurato, non aveva fatto nulla, e lui gli credeva. Anche in Italia molti negarono le operazioni russe con sarcasmo: “Ha stato Putin”, dicevano.

 

Conclusione temporanea. Le fazioni che appoggiano Trump oppure lottano contro di lui sono ormai calcificate nelle loro posizioni, ci vorrebbero accadimenti straordinari per far cambiare loro idea e questo rapporto – per quanto molto grave – non ha la forza di un accadimento straordinario. Chi ama il presidente americano domattina lo amerà ancora e lo vorrà di nuovo nel 2020, chi lo detesta si chiederà come mobilitare una maggioranza efficace contro di lui.

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  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)