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Il Ppe trova un compromesso per salvare Orbán

I popolari sospendono il premier ungherese per evitare divisioni prima delle europee. Tutti si intestano la vittoria

20 Marzo 2019 alle 21:38

Il Ppe trova un compromesso per salvare Orbán

Il presidente ungherese Viktor Orban (foto LaPresse)

Il Ppe sospende Viktor Orbán e trova un compromesso per rimanere unito in vista delle elezioni europee. La presidenza dei popolari ha sospeso Fidesz con effetto immediato, e i delegati hanno approvato la risoluzione con una maggioranza schiacciante: 190 voti a favore e tre contrari. Ha prevalso la linea prudente di chi era contrario a una divisione nell'alleanza, anche a costo di sembrare conniventi con Orbán.

 

Molti temevano che l'Assemblea di oggi tra gli azionisti del Ppe si sarebbe conclusa con l'espulsione del premier ungherese, che avrebbe innescato un meccanismo imprevedibile. Invece, la resa dei conti è stata rinviata e tutti nel Ppe possono intestarsi la vittoria. A partire dallo stesso Orbán, che nella conferenza stampa dopo il voto ha detto di “avere volontariamente sospeso i nostri diritti”. Il leader ungherese è rimasto fermo sulle sue posizioni, non ha voluto dare l'impressione di avere capitolato a Bruxelles. Una fonte presente all'assemblea ha detto al Foglio che è stato aggiunto un inciso alla risoluzione secondo cui "il Ppe e Fidesz si dichiarano d'accordo" sul secondo articolo del testo, quello sulla sospensione del partito. In questo modo, Orbán può raccontare ai suoi elettori di non avere subìto alcuna umiliazione da Bruxelles.

 

Tuttavia, il leader di Fidesz ha cercato un compromesso fino all'ultimo per evitare di essere espulso. Il suo intervento all'Assemblea è stato “insolitamente scialbo”, e orientato verso una mediazione. Orbán ha trovato una sponda nella leader dei cristiano-democratici tedeschi, Annegret Kramp-Karrenbauer (AKK), che è stata l'artefice principale del compromesso. La priorità dei tedeschi era di non volere danneggiare la candidatura alla presidenza della Commissione europea del loro connazionale Manfred Weber. Markus Söder, leader del partito cristiano-sociale da cui proviene Weber, ha proposto alcune modifiche alla risoluzione originale per venire incontro alle esigenze del premier ungherese. L'intervento di AKK, subito dopo quello di Orbán, è stato un appello alla coesione e all'unità, in cui ha voluto ribadire la centralità della Cdu anche dopo l'addio della Merkel dalla guida del partito. Durante una delle pause dell'Assemblea, AKK ha parlato col ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó, per spingerlo verso il compromesso, un incontro fondamentale per il buon esito della trattativa. I popolari decideranno sul futuro di Orbán dopo le elezioni europee, e a quel punto avranno un ampio spazio di manovra. Se, ad esempio, i liberali dell'Alde dovessero chiedere l'espulsione di Orbán come condizione per un'alleanza, il Ppe potrebbe comodamente agire di conseguenza. La priorità di oggi era quella di non dividersi prima delle elezioni.

 

Gli unici sconfitti dal voto sono i partiti del nord Europa che avevano chiesto l'espulsione di Orbán. I moderati svedesi e i loro cugini olandesi, lussemburghesi e belgi hanno prima chiesto la sanzione più dura contro il premier ungherese, ma poi hanno votato insieme alla maggioranza. Gli slovacchi e gli austriaci hanno difeso Orbán, mentre le delegazioni più numerose (francesi, spagnoli e italiani) hanno cercato una mediazione. Berlusconi, che non ha partecipato al summit, ha benedetto il compromesso con Orbán, ma Forza Italia è rimasta piuttosto estranea dal dibattito. Tajani, che è arrivato in ritardo all'Assemblea, non ha mai preso la parola.

 

La risoluzione approvata dai delegati prevede che Fidesz non “avrà più diritti all'interno del Ppe”: non potrà partecipare agli incontri del gruppo e “non avrà più diritto di proporre i propri candidati per alcun incarico”. Verrà anche creata una commissione per valutare “il rispetto dello stato di diritto e dei valori popolari” da parte di Orbán, composta dall'ex presidente del Consiglio europeo, il belga Van Rompuy, l'ex presidente del Parlamento europeo, il tedesco Hans-Gert Pöttering, e l'ex cancelliere austriaco Wolfgang Schussel.

 

La scelta di questi nomi è stata eseguita per bilanciare il peso delle diverse correnti del Ppe. Schussel è il membro più filo-orbaniano: anni fa anche lui era stato accusato di avere violato lo stato di diritto dopo l'alleanza a Vienna con l'estrema destra. Van Rompuy, invece, dovrebbe essere il garante dei partiti del nord Europa più ostili a Orbán. Pöttering, l'ex capogruppo del Ppe che ha accolto Fidesz nella famiglia popolare, dovrebbe invece bilanciare gli equilibri interni.

 

La commissione dovrà anche valutare se Orbán rispetterà le condizioni proposte da Manfred Weber nell'ultimatum dello scorso 5 marzo. La risoluzione obbliga il leader di Fidesz a riconoscere che la campagna diffamatoria contro Juncker ha “causato dei danni politici considerevoli” e a rimuovere “i poster e i materiali” esposti nelle città ungheresi. Inoltre, il premier ungherese dovrà chiarire la posizione della Central European University, l'ateneo fondato da George Soros che Orbán ha dichiarato illegale. Tuttavia, le misure sulla sospensione di Fidesz entreranno in vigore “immediatamente”, senza attendere il parere della commissione.

Gregorio Sorgi

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